mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
Povero Gini
Ago18

Povero Gini

di Antonella Cicalò

18 Ago 2014

«La povertà non è più senza fissa dimora». Lo ha recentemente sostenuto don Gussaga, fondatore degli empori della Caritas. «È meno apparente, ma è più profonda» diffusa e afona, coda velenosa della Terza Depressione mondiale, come l’ha chiamata il premio Nobel per l’economia Paul Krugman. Come in America anche in Italia la middle class ha visto falcidiate speranze e condizioni di vita. In termini di reddito, il nostro è un Paese sempre più diseguale e conflittuale tra ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. Le distanze si allargano: lo certificano l’Ocse, la Banca d’Italia, la Cei e la semplice osservazione quotidiana. «L’esperienza del 1992-93, quando l’economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza», ha scritto l’economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel libro Ricchi e poveri, edito dall’Università Bocconi di Milano. Più basso è l’indice Gini* (dal nome dell’economista italiano che lo ha messo a punto) più eguale è la società. Il nostro arriva a 35. Per fare raffronti: Polonia 37, Stati Uniti 38, Portogallo 42, Turchia 43, Messico 47. La Francia ha un coefficiente 28 e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è 30, la Danimarca e la Svezia 23. La diseguaglianza si calcola anche in un altro modo, dividendo la popolazione in decili: si prende il 10% più ricco e il 10% più povero e si calcola quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di 12 volte quello dei più poveri. Nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. In sintesi, secondo l’Ires «in Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri». In dieci anni le diseguaglianze si sono accresciute di oltre 5 punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, oggi è al 35 e non pare fermarsi qui. La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi. Secondo l’ultimo dato della Banca d’Italia (indagine su “I bilanci delle famiglie italiane”), il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell’intera ricchezza netta delle famiglie. Un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l’alto e affonda i più poveri, basta guardare i commensali dei punti di ristoro offerti dalla Caritas che oggi si presentano anche in giacca e cravatta, frutti del binomio società malata/economia malata (a Milano sono aumentati di circa il 15%). Due economisti...

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Il dio del mattone
Ago18

Il dio del mattone

di Antonella Cicalò

18 Ago 2014

In passato nuovi materiali o tecniche costruttive che oggi ancora non comprendiamo a fondo hanno consentito il progredire dell’architettura. Basta pensare alle piramidi egiziane, alle linee di Nazca o alle città andine: l’opera è lì e quindi è stata realizzata, ma modalità e finalità ci sfuggono. Le intenzioni è naturale siano opinabili, ma sul modo si dovrebbe essere in grado difornire spiegazioni univoche e convincenti, eppure non è così. Per avvicinarci però possiamo analizzare gli elementi naturali disponibili come pietra, legno, terra e le energie come vento, acqua, sole per comprenderne l’antica relazione con l’uomo. La storia di questa relazione arriva fino a noi tanto che esponenti di primo piano dell’architettura moderna si sono ispirati alle opere degli anonimi predecessori. Carlo Lodoli (1690-1761) per esempio anticipò il concetto di Funzionalismo e impiegò per primo il termine di “architettura organica” riferendosi all’architettura di interni. Osservando che gli arredi di uso quotidiano dovrebbero assumere una particolare forma concava per le parti del corpo che entrano in contatto con essi, aveva progettato e successivamente fatto costruire, una sedia a schienale ricurvo come quelle antiche, che gli erano familiari attraverso l’osservazione delle sculture dell’antichità classica greco-romana. Tendiamo a ritenere che quanto sta sotto i nostri occhi sia esclusivamente farina del nostro sacco ma non è così, molto viene da lontano, a volte da lontanissimo. Ecco da dove* nella prima parte di un capitolo scritto per il volume Architettura sostenibile pubblicato da Edizioni Fag Milano, cui abbiamo aggiunto la voce “terra”. Architetture simboliche Più indifeso delle altre specie – niente scaglie, niente veleno, niente ali, niente artigli, incapace di volare o respirare sott’acqua – l’uomo ha dovuto far conto sulla sua unica incommensurabile facoltà: trasformare a suo vantaggio la realtà circostante; più avanti vedremo come la tecnica risponde a questa esigenza. Per farlo ha dovuto osservare gli animali e le piante che meglio si adattavano all’ambiente, spesso ostile, e imitarne le facoltà vincenti. Corpo e mente hanno così osservato, sperimentato, imitato, ricordato, comunicato. L’altra grande capacità umana, quella di articolare parole in grado di rafforzare la primitiva gestualità (recentissime ricerche hanno dimostrato come molti gesti delle nostre mani siano uguali a quelli di alcune scimmie, a parità di significato), ha arricchito di significati simbolici, miti e racconti la necessità di trasmettere le informazioni necessarie alla sopravvivenza. Questo non è un trattato di antropologia, basta dire che accanto alla caverna è destinato ad apparire il tempio. Che accanto alla trasformazione manuale delle “cose” sensibili (materiali come pietra, legno, o elementi come acqua, fuoco) e allo sfruttamento delle “energie” inafferrabili (sole, aria, vento) nasce l’dea del sacro che si dipana attraverso i simboli in luoghi deputati (sacro...

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Un “disegno” comune
Ago18

Un “disegno” comune

di Nicola D'Angelo

18 Ago 2014

Le comunità creative sono realtà che si dedicano alla progettazione per migliorare il contesto abitativo, trasformandosi a volte in veri e propri imprenditori grazie alla rete e al social design. Il “design sociale” vuole migliorare il mondo attraverso la progettazione senza distaccarsi dal sistema economico col quale deve co-operare. Il compito del designer è quello di trovare la responsabilità e la trasparenza che dovrebbero caratterizzare tutte le professioni che possono influire sul mondo. È in questi contesti che il nuovo designer diventa alleato fondamentale perché capace di trasformare le utopie odierne in realtà future attraverso le sue conoscenze e competenze, portando innovazione sia tecnologica che sociale. Un processo di co-progettazione condiviso con abitanti e territorio, proveniente proprio dal basso: nasce così il “design partecipativo” dove gli attori sono anche progettisti attivi e beneficiari allo stesso tempo. Si tratta di attività che mirano a migliorare il mondo e che sono misurate non in base al profitto ma al grado di cambiamento apportato per risolvere un problema. In questo modo si vuole cambiare il profilo del design, conosciuto più per prodotti costosi e famosi che non per le numerose attività svolte in campo sociale mettendo al centro del suo operare l’uomo e il bene della società in vere e proprie comunità creative. La storia ci ha insegnato che il design imposto dall’alto non ha funzionato come avrebbe dovuto e oggi infatti si predilige un metodo che lavori più sulle capacità locali, integrandosi con le conoscenze globali del mercato. L’obiettivo è formare imprenditori in grado di sfruttare le tradizioni locali per sviluppare un business sostenibile sia dal punto di vista ambientale che economico. In molti si sono occupati di questo argomento cercando di definire nel miglior modo possibile il concetto di “vita sostenibile”, indagando e studiando i cambiamenti possibili nel caso si volessero modificare le proprie abitudini cercando di ridurre l’impatto ambientale senza però stravolgere lo standard della propria vita. Francois Jégou è tra i più importanti sostenitori e studiosi di questo argomento che, assieme a colleghi come Ezio Manzini e John Thackara, ha pubblicato alcuni testi, raccogliendo casi studio da tutto il mondo, portando esempi concreti del nuovo modo di fare design. Collaborative Services-Social Innovation and Design for Sustainability propone diversi scenari esemplificativi: dal car sharing su richiesta a sistemi di micro-noleggio di strumenti tra vicini di casa, da atelier di cucito condiviso a ristoranti casalinghi e servizio di consegna tra utenti che si scambiano i beni… Tutti questi scenari mostrano come alcune attività quotidiane potrebbero essere svolte da servizi strutturati, che fanno affidamento a una maggiore collaborazione tra individui. Anche se queste organizzazioni differiscono negli obiettivi e negli attori, possiedono...

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