mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
L’Orsa nel cielo
Set15

L’Orsa nel cielo

di Antonella Cicalò

15 Set 2014

La bellissima Callisto era una ninfa della corte di Diana. Giove l’aveva vista e se ne era innamorato; prendendo le sembianze di Diana l’aveva avvicinata e poi sedotta. Diana quando si accorse che Callisto aspettava un figlio da Giove la scacciò via e lei, errando per boschi, partorì Arturo. Giunone infuriata la condannò a essere trasformata in un’orsa. La povera Callisto divenuta orsa non fu più riconosciuta da suo figlio che scappò via e venne allevato da una famiglia di cacciatori. Crescendo divenne un bellissimo giovane, molto abile nel cacciare. Un giorno si preparava a colpire col suo arco una grossa preda quando incontrò lo sguardo della bestia, uno sguardo noto e amato: lo sguardo dell’orsa Callisto. Giove dall’Olimpo vide quegli sguardi che si cercavano, fermò la mano del giovane prima che potesse commettere un matricidio e li portò in cielo. Da allora l’Orsa (maggiore) e Arturo (della costellazione del Bifolco-Bootes) si guardano sempre e ruotano insieme intorno alla Stella Polare. Giunone, ancora infuriata con Callisto collocata in cielo come costellazione, la condannò comunque a non potersi mai bagnare nelle acque del mare. E infatti l’Orsa Maggiore non scende mai sotto dell’emisfero boreale. Diversamente da Callisto, a Daniza è mancato un dio – magari solo quello del buonsenso – e gli sguardi dei cuccioli non hanno avuto risposta. Possiamo solo sperare (gli etologi sono divisi, basterà aspettare) che ce la facciano e si definiscano una volta per tutte i programmi di protezione. Che devono ovviamente comprendere la tutela delle greggi. Se si “indennizza” con decine di milioni di euro chi lascia il Cavallino, si potrà ben ripagare chi perde la...

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Web:  Abbiamo razzolato benissimo
Set11

Web: Abbiamo razzolato benissimo

di Antonella Cicalò

11 Set 2014

Nel pollaio nazionale, come in quello internazionale, galli e galline si arruffano e si beccano senza sosta, volano penne e piume, creste e bargigli si fanno vermigli. La metafora è leggera, ma sempre più spesso è il sangue ad arrossare i cortili. La cifra dei tempi sembra essere la rabbia: nutrita da un individualismo esasperato e sollecitato nei modi più stupidi (il ricorso ossessivo al “tu”, il piacere personale più intimo sollecitato da uno yogurt, perfino gli hamburger in edizione limitata) è destinata a cozzare continuamente con una richiesta social altrettanto smodata. In questo essere continuamente immersi in una sorta di “collettivo narcisista” sta il bisogno di urlare per farsi sentire, ma senza mai ascoltare a nostra volta. Più sordi e più accecati, non solo metaforicamente, stando ai dati medici, perdiamo sensibilità e istinto, ragione e sentimenti. Forse anche per questo aumentano le attenzioni per gli animali, un po’ per sopperire alla mancanza di bambini (troppo costosi, anche qui stando ai dati) e un po’ per stampellare il nostro intuito vacillante sotto il peso di una tecnologia potenzialmente salvifica, ma troppo spesso incomprensibile e invadente, guidata com’è da interessi commerciali di una portata che non abbiamo ancora ben compreso nella sua dismisura. La generazione del ’68 che gridava all’imperialismo delle Sette Sorelle, può solo contemplare annichilita l’enormità che le sta davanti: almeno la Shell entrava nel tuo serbatoio, non nella tua testa; la concentrazione di potere oggi va ben oltre la produzione di merci, investe come mai prima la produzione e la circolazione di ogni idea. Ciò può essere un sogno o un incubo, dipende dalla conoscenza critica e dal senso di responsabilità di ognuno in relazione agli altri. Questo è il vero compito di ogni etica dell’informazione. Se mancherà un codice che aiuti a contestualizzare il mondo in cui stiamo vivendo saremo incapaci di analizzare i fenomeni che ci stanno davanti e di padroneggiare il nostro destino. Del resto la storia dimostra che i contesti culturali e gli umori mutano continuamente. Come dimenticare che per l’Europa come oggi la conosciamo, uscita dalla Rivoluzione Francese, la caduta delle teste era la condizione indispensabile per la libertà, fraternità e uguaglianza mentre oggi è il paradigma di tutti i terrori di noi occidentali, uso spregiudicato dei media compreso?  ...

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Chi si progetta gode
Set11

Chi si progetta gode

di Nicola D'Angelo

11 Set 2014

La parola progetto sembra appannaggio di professionisti e tecnici specializzati. In realtà è sinonimo di ideazione e si applica sia al contesto materiale che a quello immateriale. Tanto che si dice a buon diritto… progetto di vita. Quante volte si sente parlare di “progetti”: seguo un progetto per, sto portando avanti un progetto con, abbiamo avviato un progetto a favore di, eccetera. Ma cosa significa davvero la parola “progettare”? Che peso ha questa semplice e a volte abusata parola? Da designer (ma preferisco definirmi progettista) ed ex studente universitario, ammetto che la parola “progetto” era ed è all’ordine del giorno: possiede una forza unica a tutto tondo e attraente senza eguali. Riesce al tempo stesso a far sognare e confondere le idee agli stessi interlocutori, data la sua molteplicità multiuso. È tra le parole più abusate per sostituire la vecchia, semplice frase “sto lavorando”: progettare, diciamolo, sembra apparentemente qualcosa di più serio, proprio in quanto racchiude in sé la parola “progetto”, un valore aggiunto rispetto al semplice “svolgere un lavoro”, facendo supporre che dietro all’azione ci sia stata una fase preliminare di logica e ragionamento, ma spesso ciò non rispecchia la realtà! Herbert Alexander Simon (economista e psicologo americano del secolo scorso) identificava l’atto di progettazione come «l’azione per creare l’artificiale, un manufatto antropico come interfaccia tra materia e ambiente». Senza entrare troppo nel merito filosofico, limitiamoci a riflettere sull’uso corrente del termine e delle sue accezioni. La “progettazione” che, badate bene, in inglese si traduce design (e questa è la prima riflessione), è la conclusione del lavoro del progettista, in inglese designer (e questa è la seconda riflessione), mentre il termine “progetto” (dal latino proiectum, gettare avanti) si identifica come quel complesso di attività correlate tra loro e finalizzate a creare prodotti o servizi, rispondenti a obiettivi specifici predeterminati. Rappresenta quindi quell’azione alla base della costruzione e dell’ideazione di una forma, sia tangibile che intangibile, che si raggiunge solo grazie a studi e conoscenze sviluppate precedentemente. La parola “progetto” è quindi sinonimo di “ideazione”; significa prefigurare uno stato, un cambiamento da apportare di fronte a una situazione problematica: è un desiderio, un’idea da trasformare in realtà oltre a essere «un ottimo mezzo con il quale i giovani possono trasformare la società», come ebbe a dire Victor Papanek (1927-1999), architetto austriaco e designer e cioè progettista. Dotato di grande interesse antropologico per le popolazioni del Terzo Mondo e per le minoranze come disabili, anziani, classi disagiate, Papanek si rese conto che il design doveva soddisfare un mondo reale e riteneva che il progettista dovesse avere un atteggiamento responsabile nei confronti dell’umanità, per creare benessere secondo i principi del Social...

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