mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
Una sera con Salomé, tra carta e palcoscenico
Nov22

Una sera con Salomé, tra carta e palcoscenico

di Alessia Stefanini

22 Nov 2015

La scenografia è già pronta: i tendaggi, la luna, sono in posizione, ma sul palcoscenico – ancor prima della rappresentazione – va in scena la presentazione del  sostanzioso saggio di Cesare Molinari, storico del teatro e professore emerito che ha insegnato a Firenze, Toronto, Parigi, Santiago del Cile dedicato a I mille volti di Salomé. Come recita l’apertura del volume, il libro nasce dalla stretta collaborazione dell’autore con Mattia Visani, il giovane editore di Cue Press (da to cue, dare la battuta d’ingresso). È una giovane casa editrice che punta sulle nuove tecnologie per conservare la memoria del teatro attraverso testi altrimenti impossibili da consultare e per rilanciarne la vitalità culturale. Un progetto innovativo nell’ambito dell’editoria che tiene insieme il cartaceo tradizionale e soprattutto il recupero in ebook di titoli non più disponibili o di difficile reperibilità, mettendo al tempo stesso in catalogo nuove opere di autori e studiosi di primo piano. Questo volume ne è un esempio: la ricerca iconografica già ricchissima sul cartaceo – che si presenta con una veste grafica accurata, accessibile e qualitativamente impeccabile – è ulteriormente valorizzata nell’ebook, che consente la visione di tutte le opere citate nel testo, e ottimizza ogni possibile ricerca in rete. Salomé (che significa pacificatrice) è un archetipo che attraversa tutta la complessa vicenda del femminile con significati diversi e contrastanti via via che il personaggio appare e scompare nel corso dei secoli, dai Vangeli a Strauss, dai Padri della Chiesa a Oscar Wilde, fino a Carmelo Bene. Musa di tutte le arti (danza, pittura, scultura, cinema, teatro, musica) appare e scompare nell’incertezza dell’età, della parentela, delle intenzioni. La sua figura è alternativamente donna e bambina, madre o figlia, vendicatrice o amante, famme fatale o salvatrice. Tanti sono gli occhi che l’anno guardata forse senza vederla, come nel disperato rimprovero che rivolge alla testa del Battista nell’opera tra le più note che le sono state dedicate: la Salomè di Oscar Wilde, andata in scena subito dopo la presentazione del libro. Salomé al maschile La Salomé di Oscar Wilde  al Teatro Elfo Puccini è uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Il dramma teatrale del 1893 è stato scritto in francese dall’autore per attrice Sarah Bernhardt. Sarebbe stato poi tradotto ufficialmente in inglese dall’amico-amante di Wilde, Lord Alfred Douglas. Il dramma appare solo in parte come una riproposizione della nota vicenda biblica (Matteo, 14,3-11; Marco, 6, 17-28) modellato com’è sulle sofferenze dell’autore, alle prese con un dramma morale intimo e sociale insieme. Per questa versione teatrale di Salomé, interpretata unicamente da uomini e ambientata nel baraccone di un luna park di periferia, Ferdinando Bruni e Francesco Frongia hanno riscritto l’opera originale intrecciando...

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Dio non riconoscerà nessuno

di Antonella Cicalò

18 Nov 2015

  “Ammazzateli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, la citazione esce dalle tante cronache da Parigi, ma la frase (anche se non documentata storicamente) è inadatta a stigmatizzare la mattanza francese. Esce infatti dalle profondità del cattolicesimo: la si attribuisce infatti a Arnaud Amaury che il 22 luglio del 1209 a Béziers in Francia massacrò ventimila persone compresi donne e bambini, in quanto Catari, ma oltre agli eretici vennero massacrati anche i cattolici, che erano la maggioranza. Da qui la distinzione affidata al Padreterno nel nome del quale venne compiuto l’eccidio. Nel 1209 il grande filosofo illuminato arabo Averroè era già morto, lo stesso dicasi per lo scienziato islamico Avicenna, tanto per citarne solo due. Questo per ricordare che l’oscurantismo, il fanatismo religioso, la coercizione e l’odio per diversi costumi nel praticare la dottrina sono parte intergrante della nostra stessa storia. Ai Catari venne erroneamente attribuita una mancanza di fede; in realtà essi intendevano tornare al modello ideale di Chiesa descritto nei Vangeli e negl Atti degli Apostoli, da cui un radicale anticlericalismo che rimetteva in discussione l’esistenza stesa delle strutture e del personale ecclesiastico. Da qui le persecuzioni e i massacri pontifici. E proprio in terra di Francia. Siamo andati anche troppo lontano, e sappiamo che uno degli argomenti è proprio che l’Europa – e in particolare la Francia – hanno superato nel corso dei secoli la deriva religiosa per approdare allo Stato laico. Così non è per una parte importante del mondo islamico. Ma ciò non toglie che – come il retaggio del cervello del rettile che ancora ci abita – per lungo tempo un’analoga deriva abbia abitato l’Europa (che l’ha anche esportata nelle Americhe a suon di stermini e inquisizioni). Va anche ricordata a partire dal 2000 la battaglia per inserire le “radici cristiane” nel complicatissimo iter della costituzione europea, inserimento cui la Francia si oppose (al contrario dell’Italia e della Polonia, la cui carità cristiana è sotto gli occhi di tutti). Lì abbiamo cominciato a inghiottire l’esca che abbiamo ancora in gola tra crocefissi e gite scolastiche mancate. La consapevolezza, forse, di stare tornando indietro, e da tempo, sul sicuramente più faticoso ma più responsabile principio di laicità porta per contro a curiose rimozioni da un lato, e ad abiure d’identità dall’altro. Abbiamo rimosso ogni senso di colpa per le migliaia di vittime musulmane a Srebreniza (che peraltro non risulta epicentro di fenomeni di terrorismo antieuropeo), esorcizziamo l’antisemitismo viscerale di cui temiamo di essere ancora affetti rinunciando a ogni pronunciamento critico verso Israele (il che nuoce in primo luogo a Israele stesso, tanto che Netanyahu ha approfittato subito delle stragi di Parigi per un giro di...

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Deja-vu
Nov13

Deja-vu

di Antonella Cicalò

13 Nov 2015

Già il cortile meriterebbe una visita per l’armonia degli spazi e per i curiosi arredi che si intravvedono dalle finestre che vi si affacciano. Un luogo fuori dal tempo, scandito  per contrasto dal nuovo quartiere che si intravvede sullo sfondo del corso di Porta Nuova. Un’atmosfera che bene si concilia con l’Associazione Paolo Pini, che opera a Milano e hinterland dal 1956, fornendo assistenza domiciliare gratuita a bambini malati cronici grazie ai suoi volontari. Sono circa cento i piccoli attualmente seguiti, ma è facile intuire che sono in molti in attesa di aiuto. All’inizio l’intento era quello di “tutelare da ogni punto di vista il fanciullo epilettico” sostenendo soprattutto i bambini che frequentavano la scuola speciale per alunni affetti da questa patologia, fondata nel 1952 e intitolata al grande neurologo Paolo Pini. Per anni l’Associazione ha bandito borse di studio per ricerche sull’epilessia e sugli effetti secondari dei farmaci  allora adottati per combatterla, ma nel 1987, prendendo atto delle grandi trasformazioni intervenute relativamente al trattamento dei pazienti, l’Associazione Paolo Pini ha deciso decise l’allargamento dell’attività ai bambini e agli adolescenti portatori di gravi disabilità, con il supporto del volontariato. Il ruolo dei volontari – oggetto di una mirata attività di formazione – è orientato al supporto della famiglia nell’area del tempo libero, spesso complesso da gestire per le scarse opportunità di confronto con i coetanei, dovute alla limitata autonomia dei bambini e dei ragazzi. Un intervento complesso, fatto di rapporti tra famiglie,  piccoli assistiti e Associazione che richiede un impegno emotivo costante  eche deve essere adeguatamente finanziato. Per raccogliere i fondi necessari ecco che si attivano allora anche i tradizionali mercatini (Deja-vu è alla sua 35a edizione) che in questo caso propongono abbigliamento nuovo e vintage per adulti e bambini, specialità alimentari, libri, oggettistica, cosmetici, piccolo antiquariato, bijoux  e molto altro di marchi prestigiosi come: Blumarine, Etro, Egon von Furstenberg, Moschino, Max Mara, Mario Valentino, Missoni, Corneliani, Simonetta, Enrico Coveri, Armani, Fred Perry, Estee Lauder, Peg Perego, Tod’s, Il Gufo e altri. Bene organizzato nella divisione per taglie e nei settori merceologici, il mercatino è un’occasione per un piccolo dono e per un aiuto concreto. Personalmente, cercavo un’apparentemente introvabile zuccheriera con il foro per il cucchiaino…be’ me l’hannoo trovata. Deja-vu, Corso di Porta Nuova 32 – Fino al 19 novembre e poi dal 30 novembre all’8 dicembre 2015. Orari: 10.00-19.00 orario continuato sabato e domenica compresi...

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La prima cotta di Poretti
Nov09

La prima cotta di Poretti

di Nicoletta Cicalò

9 Nov 2015

Angelo Poretti parte giovane da Varese, gira l’Europa e scopre una grande passione: la birra. Impara le ricette e i segreti del mestiere dai migliori mastri birrai di Austria, Boemia e Baviera e poi decide di importarla e diffonderla in Italia, riadattandola al gusto nazionale. Costruisce quindi il suo birrificio in Valganna, scelta per l’acqua purissima delle fonti, indispensabile per una vera birra di qualità. L’impresa conquista in breve tempo una grande popolarità e nel 1881, in occasione di un’altra Esposizione Nazionale a Milano, i visitatori possono assaggiare la prima pilsner italiana: un tipo di birra sviluppata nella città boema di Plzen (Pilsen in tedesco) che assegna al luppolo un ruolo particolarmente marcato. Non avrà figli e alla sua morte, nel 1901, il birrificio passa nelle mani dei nipoti Angelo Magnani e Edoardo Chiesa che portano a compimento l’edificio che ancora oggi ospita le unità produttive dell’azienda. Dopo i nipoti arriva un’altra generazione d’imprenditori lombardi, i Bassetti, che acquistano l’azienda e ne rilanciano l’attività. Lo storico stabilimento di Induno Olona viene realizzato sul finire del XIX secolo dallo Studio di Architettura Bihl e Woltz di Stoccarda. Costruito secondo lo stile Jugendstil, il movimento tedesco dell’Art Nouveau, lo stabilimento è caratterizzato da elementi che collegano in modo coerente le esigenze funzionali della produzione industriale con il prestigio dell’immagine esteriore come dimostrano le grandi e ordinate vetrate che scandiscono con rigore le facciate, i mascheroni decorativi con teste di leoni alle sommità, le gigantesche lesene e la tinteggiatura in giallo e grigio. Tra le opere principali che tutt’ora rappresentano lo stabilimento vale la pena ricordare la grande Sala di Cottura, realizzata nel 1908, raro esemplare di luogo di produzione originale che conserva la suggestiva bellezza dei tini in rame, dei lampadari e delle piastrelle sagomate che conferiscono all’ambiente un luminoso effetto cromatico e la Torre dell’acqua, edificata a partire dal 1909, punto di riferimento visivo nel paesaggio circostante che conserva la funzione originaria di serbatoio dell’acqua. Ad Angelo Magnani risale, invece, la realizzazione di Villa Magnani, la grande abitazione ultimata nel 1905 che sostituisce la vecchia residenza dei Poretti. Il compito viene affidato all’architetto toscano Ulisse Stacchini (noto ai più come ideatore della Stazione Centrale di Milano) che la costruisce nel parco botanico circostante la fabbrica in posizione dominante rispetto allo stabilimento. Il risultato “monumentale” in perfetto stile Liberty è generalmente considerato uno delle migliori opere dello Stacchini. La bellezza dello stabilimento, nella sua interezza, è tale da essere meta ogni anno di moltissimi visitatori nonché uno dei beni aperti al pubblico durante le Giornate di Primavera del FAI – Fondo Ambiente Italiano con punte di 5.000 visitatori in un weekend....

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Il Diavolo veste d’Elia
Nov09

Il Diavolo veste d’Elia

di Antonella Cicalò

9 Nov 2015

Sta tutta nella dichiarazione che Shakespeare mette in bocca a Iago la cifra dell’Otello portato in scena da Corrado d’Elia. In quell’autoinvestitura di Demonio (“io non sono quello che sono” in opposizione a “io sono colui che è” con cui il Dio della Bibbia si proclama tale. Iago incarna dunque il Diavolo, il male, il farsi odio e vendetta fine a se stessa, e se ne prende il merito davanti a un Otello, forte del suo amore, ma reso debole dalla consapevolezza delle sue origini, dal dubbio sociale di non essere all’altezza dell’amata Desdemona. Con coerenza, è il Maligno a dare tutte le carte nella partita giocata in scena dalla compagnia del Teatro Libero: non c’è – differenza nell’Otello shakespeariano e nell’opera di Verdi – il finale salvifico con la restituzione postuma dell’onore a Desdemona, con l’annientamento di Otello, la punizione di Iago e la ritrovata carriera di Cassio. Qui tutti muoiono portando con sé verità e menzogne, mentre l’acqua – parte integrante della scenografia – si richiude e si appiana. Una nota di dubbio è che a contrastare tanta disillusa disperazione sia una vena anche comica del personaggio che a tratti ammicca forse eccessivamente e una recitazione femminile che, alzando i toni nel finale, impedisce di godere totalmente del testo originale. In ogni caso una rilettura intelligente, scevra da ogni banalità, e un’interpretazione che nel caso di Corrado d’Elia è sempre generosa e comunicativa. OTELLO regia e adattamento di Corrado d’Elia con Corrado d’Elia, Alessandro Castellucci, Chiara Salvucci, Gianni Quillico, Giulia Bacchetta, Marco Brambilla, Anna Mazza, Giovanni Carretti, Marco Rodio scene di Fabrizio Palla assistente alla regia Marco Rodio tecnico luci Marcello Santeramo foto di scena Angelo Redaelli Teatro Litta di Milano, fino al 15 novembre 2015. Tel...

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