mercoledì 22 novembre 2017
Smart in the City
 
L’amara nostalgia di un Giardino classico contemporaneo
Mag17

L’amara nostalgia di un Giardino classico contemporaneo

di A.S.

17 Mag 2016

Sarà perché ho un amore tutto mio per Cechov. Sarà perché ho un amore tutto mio per Il giardino dei ciliegi, in particolare. Sarà perché ho un amore tutto mio per il Teatro dell’Elfo. Sarà perché ho un amore tutto mio per il teatro “classico” che lascia spazio alla bellezza dell’eleganza senza nudi in scena, sangue finto, musiche assordanti e testi destrutturati. Sarà per tutto questo che ho amato Il giardino dei ciliegi con la regia di Ferdinando Bruni. La precisione filologica, il testo letterale, la scena fissa che non lascia spazio a guizzi contemporanei inutili, sono la base per costruire un capolavoro di malinconia cechoviana. Questo Giardino è l’esempio lampante che non servono jeans, felpe e nudità per contemporaneizzare un testo primo-novecentesco. Il dolore della perdita del luogo natìo, che è perdita dell’infanzia, della gioventù, dei “tempi d’oro”; la creazione di una vita nuova, applaudita gioiosamente dai giovani e accolta con inevitabile rassegnazione da chi giovane non è più; l’accettazione dura di una dolorosa caduta economica e sociale, sono tutti temi che sono fortemente e meravigliosamente presenti in Cechov così come nei giorni nostri. E anche se i costumi sono filologicamente primo Novecento e così gli arredi e il linguaggio e la prossemica attorale, ciononostante lo spettacolo parla di noi, dei nostri tempi di crisi economica e di difficile accettazione del tempo che passa. La figura di Lopachin, contadino arricchito che vede nell’acquisto della proprietà la propria rivincita sociale, potrebbe essere chiunque, oggi, domani, in questo nostro clima in cui ancora, come da sempre e per sempre, la persona si configura in base alle proprietà e ai soldi, visti come riscatto di pochezza intellettuale, che resta inutile orpello di poche speranze. Un testo che più contemporaneo non si può, insomma. Come contemporaneo è il suono dei ciliegi abbattuti alla fine. Da milanese ci ho sentito l’abbattimento degli alberi per i lavori della metro4. Alberi che sono lì da sempre vengono abbattuti per far posto alla modernità e venire incontro ai bisogni di mobilità della gente che ha bisogno di spostarsi velocemente per lavorare e produrre. Certo Cechov non pensava a questo quando lo ha scritto, ma l’abbattimento degli alberi (e del passato dei personaggi) serve a lasciare il posto alla modernità di comode e redditizie villette per turisti. Che in fondo è quasi la stessa cosa. La forza dei testi cechoviani è proprio questa: si adattano nel tempo alla società. La scelta quindi di mettere in scena il Giardino, così come da testo, senza spostamenti avanguardisti di tempo e luogo è vincente e comunica tutto così, nell’apparente semplicità di una regia che punta sugli attori, straordinari, uno per uno a...

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