mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
La bioarchitettura: da necessità a progetto
Nov20

La bioarchitettura: da necessità a progetto

di Antonella Cicalò

20 Nov 2016

Riprendiamo il filo del viaggio nell’architettura con alcuni mostri sacri, padri di tutte le archistar:  Le Corbusier, Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright, Louis Isidore Kahn.   La città radiosa di Jeanneret-Gris In seguito all’invenzione e alla decisa affermazione del cemento armato nell’architettura, l’involucro esterno dell’abitazione si trasforma in un mezzo di separazione e protezione della vita negli ambienti interni dagli agenti atmosferici, dai rumori e da tutti gli effetti esterni che possono compromettere il benessere degli abitanti l’edificio. Non è più necessario l’impiego di materiali pesanti e opachi che devono reggere il peso dei solai e del tetto: il guscio, la conchiglia, diventano aerei, trasparenti, permeabili alla luce. L’architetto Charles-Edouard Jeanneret-Gris (1887-1965) – nato a La Chaux-de-Fonds in Svizzera ma naturalizzato francese – conosciuto da tutti con lo pseudonimo di Le Corbusier, è quello che meglio lo comprende: rende la parete esterna del tutto simile a un “pannello di vetro” che permette alla luce solare di entrare all’interno e contemporaneamente di aprire completamente l’edificio al panorama esterno. La “smaterializzazione” delle pareti esterne dell’edificio crea problemi nuovi legati soprattutto al riscaldamento degli ambienti interni, alla loro ventilazione e al soleggiamento (durante la stagione invernale svolge una funzione prevalentemente benefica, ma in estate può provocare effetti catastrofici per gli inquilini). Per risolverli vengono utilizzati sistemi come tende di tessuto più sottile o più spesso e con più strati; imposte di diversa natura, posizionate internamente o esternamente all’edificio e schermi da comporre architettonicamente in armonia con il disegno complessivo della facciata e del suo pannello di vetro trasparente. Le idee innovative di Le Corbusier si concretizzano negli avveniristici progetti urbanistici. Nel 1922 presenta il suo progetto modello per la Città per Tre Milioni d’Abitanti basata essenzialmente su un’attenta separazione degli spazi: alti grattacieli residenziali divisi gli uni dagli altri da ampie strade e lussureggianti giardini. Grandi arterie viarie per il traffico automobilistico garantendo alte velocità sulle strade. Ai pedoni è restituita la città attraverso percorsi e sentieri tra i giardini e i palazzi. Un ambiente a misura d’uomo nella sua interezza. Dieci anni dopo, nel 1933 queste sue idee vengono compiutamente sviluppate nel progetto teorico della Ville Radieuse, «la città di domani, dove sarà ristabilito il rapporto uomo-natura». La città ideale delle utopie rinascimentali e illuministe prende vita quando il primo ministro indiano Nehru chiama Le Corbusier per commissionargli l’edificazione della capitale del Punjab. Chandigarh (la “città d’argento”) è probabilmente il punto d’arrivo di quello che oggi chiameremmo un archistar. La città segue la pianta di un corpo umano; gli edifici governativi e amministrativi alla testa, le strutture produttive e industriali nelle viscere, alla periferia del tronco gli edifici residenziali – tutti qui molto bassi...

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