mercoledì 24 ottobre 2018
Smart in the City
 
Un volo d’uccello al di sopra della mediocrità
Gen26

Un volo d’uccello al di sopra della mediocrità

di Alessia Stefanini

26 Gen 2018

Il gruppo Agrupación Señor Serrano vince nel 2015 il Leone d’Argento per l’innovazione alla Biennale di Venezia. Un premio più che meritato. In una stagione teatrale molto ricca, ma che a volte sembra essere un po’ “voltata all’indietro”, i gruppi spagnoli spiccano per brio, ricerca e fantasia, pur affrontando temi importanti e già scandagliati, in modo fresco e innovativo. Dopo il Guerrilla di El Conde de Torrefiel (che abbiamo recensito in settembre), Birdie conferma la vivacità creativa, la voglia di guardare al futuro e la capacità di mescolare linguaggi diversi delle nuove leve del teatro spagnolo. La parola birdie significa uccellino, ma è anche un punteggio golfistico. Questa la premessa e anche il significato profondo dello spettacolo che affianca due mondi, due orizzonti: quello delle migrazioni di massa e quello del mondo del consumo e dell’iperprotezione dei propri beni e del proprio stile di vita. L’ispirazione del racconto, infatti, muove dalla famosissima fotografia di José Palazon scattata a Melilla (città spagnola in Africa) su un campo da golf circondato da reti altissime in procinto di essere scavalcate da persone di colore. L’immagine diventa punto di partenza di un’analisi che porta la percezione di quello che si vede con gli occhi e quello di profondo c’è dietro l’immagine, fino ad arrivare alle migrazioni degli uccelli, che avvengono al di sopra di noi, nel senso che avvengono nel cielo, sopra le nostre teste, ma anche al di sopra delle nostre piccole vite, con le loro meschinità e le loro ingiustizie. E da qui il parallelo con il film di Hitchcock, Gli uccelli, che per stessa ammissione del regista di tutto parla fuorché di uccelli dal comportamento strano. Hitchcock dice che il suo sogno era girare il film senza uccelli, per dimostrare che non sono gli uccelli il problema, ma le nostre stesse paure. In questo caso Agrupación sceglie l’immigrazione come paura principale da cui l’uomo, in questo momento storico, vorrebbe scappare nonostante la nostra stessa società sia stata creata proprio dalle migrazioni. Ma non si può, perché le cose avvengono, perché gli uccelli migreranno e l’universo continuerà a spostarsi e i pianeti hanno moto proprio e certi processi non si possono fermare. «Se è impossibile fermare un elettrone, che senso avrà mai costruire steccati contro gli uccelli?». Ispirazioni molteplici, dunque. La fotografia, il cinema, il giornalismo, la letteratura (sul tavolo spiccano I viaggi di Gulliver di Swift), la cronaca economica, la biologia, la chimica, l’astronomia, i giochi per bambini… tutto diventa teatro, quello con la T maiuscola, quello che fa pensare, riflettere e collegare i puntini. Quando alla fine il film di Hitchcock verrà proiettato senza uccelli, non ce ne si accorge neanche,...

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Salomè e l’ingenuità della crudeltà
Gen23

Salomè e l’ingenuità della crudeltà

di Alessia Stefanini

23 Gen 2018

La vicenda di Salomè, da sempre ha ispirato l’arte, più o meno direttamente. Da Baudelaire, a Gustave Moreau, da Flaubert, a Gabriele D’Annunzio, a Klimt. E poi Strauss, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi. E non solo la figura di Salomè è una delle più affascinanti, ma anche il rapporto tra Salomè e la madre Erodiade apre scenari immensi e ricchi di interrogativi. La femme fatale, la danzatrice del peccato, la ragazzina capricciosa che non si rassegna a non poter avere l’oggetto del suo desiderio, la vendicatrice, la bellezza che va a braccetto con la crudeltà… tutte interpretazioni di una figura femminile tra le più versatili e sfaccettate del Mito. Oscar Wilde scrisse quello che è forse l’opera teatrale più famosa sulla Salomè e da quest’opera è tratto lo spettacolo della compagnia I Demoni con la regia di Alberto Oliva. La trama: Erode vive con la ex moglie del fratello Erodiade e la figlia di lei Salomè. In una profonda cisterna, Erode ha fatto rinchiudere Iokanaan (il Giovanni Battista dei cristiani), spaventato dalle continua urla del profeta che condanna con maledizioni di ogni genere il comportamento dei monarchi di Giudea. La vicenda si svolge in una serata in cui è in corso un banchetto con giudei, egizi e romani. Salomè, stufa del banchetto, vuole andare a vedere Iokanaan. Corrompe le guardie, riesce a incontrarlo e viene investita dalle maledizioni di questo contro la sua famiglia. Salomè si innamora perdutamente del profeta, desiderandolo con tutte le sue forze, nonostante Iokaanan continui a rifiutare le sue profferte. Quando Erode ed Erodiade la trovano, Iokanaan insulta malamente tutti quanti, soprattutto Erodiade, per il comportamento libertino e indecente. Erode intanto, attratto da Salomè come solo un anziano peccatore può essere attratto da una ragazzina, la implora di danzare per lui, in cambio di qualsiasi cosa ella voglia («Fosse anche la metà del mio regno»). Salomè danza per lui la danza dei sette veli, al termine della quale esige la riscossione del suo unico desiderio: «Voglio la testa di Iokanaan». Nessuna controfferta di Erode, terrorizzato all’idea di uccidere un uomo che «ha visto Dio», distoglie Salomè dal suo intento. Ottiene la testa del profeta e finalmente ne bacia la bocca, con soddisfazione di Erodiade che si sente vendicata. Erode, inorridito, fa uccidere Salomè dai suoi soldati. Il regista Alberto Oliva sceglie di ibridare il lirismo poetico di Wilde con la cruda parola di Testori, nelle maledizioni del profeta Iokanaan, pura voce che esce da un pozzo posto al centro della scena e chiuso da una grata. Intorno, su una scalinata con un entrata centrale si muovono i quattro personaggi protagonisti: Salomè, Erode, Erodiade e il capo delle guardie...

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In perfetto silenzio
Gen16

In perfetto silenzio

di Antonella Cicalò

16 Gen 2018

Basta poco più di un’ora a Corrado D’Elia, con Io, Ludwig Van Beethoven (in scena al Teatro Litta – Manifatture Teatrali Milanesi), per raccontare la vita del genio tedesco, e scavare nell’uomo che ha espresso straordinariamente il suo tempo. Paradossalmente è il silenzio interiore imposto da una sordità precoce a imprimere alla grande musica dell’autore la sua cifra artistica e umana. Un’infanzia difficile, una vicenda personale segnata da una riluttante scontrosità nei rapporti umani condizionati dalla menomazione dell’udito fino a una straordinaria riconversione personale capace di celebrare quella Gioia della quale l’Europa e un po’ ciascuno di noi ha fatto il suo inno. Consapevole del ruolo che in questo spettacolo gioca il “suono”, Corrado D’Elia si regala ancora una volta con generosità al suo pubblico proprio attraverso la voce, investendo di essa la mimica dell’attore e il gesto del musicista. Poca scena: uno sgabello, pareti bianche, qualche gioco di luce seguono il ritmo della narrazione sintetica, capace di attraversare i momenti salienti di una biografia straordinaria e di commuoverci al commiato con la Nona Sinfonia. Allo sventolare di quei fazzoletti bianchi che i viennesi, ritrovando finalmente il loro cantore, sventolarono freneticamente come a toccarlo, a essergli vicino e, finalmente, a comprenderlo. Ci pare di essere anche noi con loro a sventolare e questa sensazione che D’Elia sa trasmettere fa di questo spettacolo un piccolo gioiello interdisciplinare dove voce, musica, luci si tengono con grande qualità. Io, Ludwig van Beethoven progetto, regia e interpretazione di Corrado d’Elia disegno luci: Alessandro Tinelli tecnico luci: Alice Colla tecnico audio: Gabriele Copes grafica: Chiara Salvucci produzione: Compagnia Corrado...

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