mercoledì 24 ottobre 2018
Smart in the City
 
La bella parola della Bisbetica
Feb17

La bella parola della Bisbetica

di Alessia Stefanini

17 Feb 2018

La bisbetica domata è una delle prime commedie scritte da William Shakespeare e forse una delle più controverse. Il tema è dei più attuali: il rapporto uomo-donna. La trama semplice: due sorelle, una angelica (Bianca), l’altra diabolica (Caterina). Finché la diabolica non sarà maritata, il padre non darà in sposa l’angelica a nessuno. I pretendenti di Bianca aspettano con ansia che qualcuno si pigli la bisbetica per poter finalmente corteggiare la sorella “buona”. Il “fortunato” sarà Petruccio, che la piegherà al suo volere tramite la coercizione e la violenza. Caterina diverrà così la più remissiva delle donne, pronta a correre al volere del suo “perfido” marito, diventando così, nella remissività padrona della casa e del cuore di Petruccio. Un continuo scambio di ruoli tra i pretendenti si rifà al classico shakespeariano, in cui ogni cosa è tutto e l’esatto opposto, in cui chiunque può essere chiunque a gabbare chiunque, in cui niente è come sembra e la burla/menzogna la fa da padrona. Questa Bisbetica domata di Andrea Chiodi (con traduzione di Angela Demattè), è fedelissima al testo shakespeariano mantenendo la magistrale capacità del Bardo di manipolare le situazioni con la parola. È la parola, infatti, la protagonista dello spettacolo: la parola che seduce, quella che inganna, quella che convince, quella che si sottomette. La scelta di utilizzare anche un cast shakespearianamente filologico, con otto attori, si cui due en travesti, acuisce questa sensazione di trovarci davvero davanti a una messinscena elisabettiana. Se non fosse per la scenografia essenziale – per non dire quasi inesistente -, per gli inserti musicali contemporanei (gustosissimi e molto divertenti) e per la scelta dei costumi. Ogni personaggio indossa il proprio nome sulla schiena (come i componenti di una squadra di calcio) che vengono sostituiti mano a mano che si scambiano i ruoli. Solo Caterina non ha il suo nome, perché essa sfugge alle regole, con la sua personalità e il suo modo di stare al mondo. Alla fine però, domata, dovrà indossarlo, omologarsi, entrare nella squadra della società. In un momento in cui la questione femminile è alla ribalta e il ruolo della donna scandagliato e messo in discussione da quotidiani fatti di cronaca, la Bisbetica domata risulta forse disturbante, inappropriata, insultante. Ma come, la donna viene sottomessa dalla violenza? Ma come, con le sberle si ottiene una moglie fedele e amabile? Sarà, ancora una volta, il teatro nel teatro e la potente parola shakespeariana a mettere le cose nel giusto posto. Questa Bisbetica ha un livello di professionismo altissimo che trasuda da ogni scelta registica, da ogni costume, da ogni interpretazione. Una nota particolare ad Angelo Di Genio, Tindaro Granata e Christian La Rosa (veramente bravissimi, ma lo sapevamo già data la fama del...

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Dalle macerie, un inno alla vita
Feb16

Dalle macerie, un inno alla vita

di Alessia Stefanini

16 Feb 2018

Lo spettacolo, in scena al Teatro Libero di Milano, racconta la storia di una ragazza di Gemona, Maria Fantin, che sogna di lavorare in un atelier di Parigi e diventare una sarta di successo. È il 1976 e la sua vita e i suoi sogni vengono stravolti dal terremoto che ha colpito il Friuli e che è rimasta una parentesi dolorosa nella Storia del nostro Paese.  Maria rimane “sotterrata” sotto la sua casa e in attesa dei soccorsi ripercorre la sua vita, i suoi dolori e le sue speranze, tentando di sfuggire alla Morte, anch’essa vittima della tremenda calamità che è in grado di intrappolare perfino la Nera Signora. Una trama tragica, resa ancora più tragica dalla verità di quello che viene narrato, una ferita aperta nella terra e nella memoria dell’Italia, con quasi mille morti e danni incalcolabili. Ma la magia di questo spettacolo sta nella sua leggerezza. Leggerezza che, si badi bene, non è superficialità, ma anzi, la leggerezza che rende importanti le cose. E poetiche. E si sa, la poesia approfondisce tutto. E di poesia questo spettacolo è pregno. A partire dalla poesia che Valeria Costantin mette nella sua recitazione, meravigliosa e perfetta, che trasforma il palco in un mondo e una ragazza di provincia in un’eroina. Maria, messa in una delle situazioni forse più spaventose per l’essere umano – l’essere intrappolata in una condizione di pericolo senza poter fare niente se non aspettare – ripercorre la sua vita, tra opportunità e occasioni perdute, e si rende conto che la possibilità di realizzare i suoi sogni risiede nell’andare via, nel diventare donna e uscire dalla situazione di ragazza di provincia. Ma il terremoto, questa cosa grande che non si sa da dove arriva e che sfugge al controllo dell’essere umano, è la sua carta per volare via e diventare se stessa. Maria viene salvata, resistendo alla sepoltura e alla Morte stessa, pronta per vivere la sua vita. Alla base del progetto c’è un grande lavoro di ricostruzione attraverso la memoria di chi quei giorni terribili li ha vissuti. Regista (Valentina Malcotti) e drammaturgo (Davide Lo Schiavo) hanno realizzato interviste, guardato video, ascoltato testimonianze di persone di diverse età ed estrazione sociale. E questo lavoro si vede tutto. Nell’utilizzo della “lingua” per esempio: il friulano c’è nella parlata di Maria e della Morte ed è un chiaro segno di appartenenza al territorio, ma non è, come spesso capita, “disturbante”. È solo citazione, accento, senza diventare stereotipo. La scenografia è parte integrante della messinscena. La massima teatrale «se un oggetto compare in scena, va usato», qui è perfettamente applicata. Ogni elemento della scena viene utilizzato, sia in modo naturalistico che metaforico. La Costantin usa lo spazio, gli oggetti e...

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