mercoledì 14 novembre 2018
Smart in the City
 

La violenta ricerca di identità di una famiglia imprigionata dalla Storia

di Alessia Stefanini

18 Mag 2018

Quando entriamo in sala i sei attori sono già in scena “abitando” uno spaccato di casa chiaramente abitata da poco e arredata alla bell’e meglio. La cena delle tre coppie (tre fratelli con le rispettive mogli) si avvicenda tra non detti, bugie, sospetti e una competizione continua e a volte infantile che degenera facilmente in violenza, improvvisa e gratuita. Fulcro della vicenda è Lucera, moglie di Ivan, figlia di desaparecidos che tenta disperatamente di ricostruire la sua memoria lontano dalla famiglia del marito che non riconosce come sua, ma a cui è irrimediabilmente legata dall’arrivo di un figlio. Le scene sono 5, si ambientano in unità di spazio e di tempo, ma non sono in ordine cronologico, legate da monologhi di Lucera che ricostruiscono un percorso soprattutto emotivo di una donna che non ha un passato e tenta di costruirsi un futuro, cercando una verità sulla sua nascita e sognando i cavalli della libertà. Uno spettacolo onirico e al tempo stesso molto concreto: onirico nella struttura, quasi che fosse un insieme di ricordi che si accavallano e si confondono, ma recitato in modo estremamente “concreto”, in cui le relazioni sono spontanee, immediate, realistiche. L’impressione è quella di essere in casa con loro, nella claustrofobia di uno spazio troppo piccolo per sei persone. Sullo sfondo le vicende di un paese molto lontano dal nostro, con simbologie e storia molto diverse. La sensazione di un fuori ostile, di un palazzo fatiscente, quasi disabitato, in cui può succedere di tutto, in cui è meglio non andare in giro da soli è qualcosa di molto lontano dal nostro vissuto. La storie del desaparecidos col carico di disperazione e di perdita totale di identità è qualcosa che noi italiani (che noi europei) non riusciamo a ricondurre alla nostra esistenza quotidiana. Ma Roberto Rustioni, non cercando di alterare il bel testo originale di Daniel Veronese (classe 1955, una delle figure di riferimento del teatro argentino del post-dittatura), riesce ad avvicinarci a questa realtà e ai suoi spaesati protagonisti con la forza di una regia solida, che fluisce tra sogni di futuro e crudele realtà quotidiana che porta a gesti estremi di violenza e liberazione. Con un cast di attori potente e molto in parte, bravissimi a restituirci la sensazione che ha ognuno di loro di vivere in un mondo impazzito. DONNE CHE SOGNARONO CAVALLI di Daniel Veronese regia di Roberto Rustioni assistente alla regia Soraya Secci con Valeria Angelozzi, Maria Pilar Perez Aspa, Michela Atzeni, Paolo Faroni, Fabrizio Lombardo e Valentino Mannias Scene e costumi di Sabrina Cuccu (assistente scenografo: Sergio Mancosu) Luci di Matteo Zanda Co-produzione Fattore K, Sardegna Teatro, Festival delle Colline Torinesi (con il sostegno...

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