lunedì 16 settembre 2019
Smart in the City

Tra Armònia ed Eris

di Antonella Cicalò

26 Lug 2014

Ovvero tra Concordia e Discordia. In un’estate per molti versi terribile, la Concordia è ancora a galla sul Mediterraneo in un viaggio che ha un significato simbolico che forse non cogliamo del tutto, ma che va in profondità dentro di noi
pomo

Agnolo Bronzino, particolare del pomo della Discordia, Allegoria del trionfo di Venere, 1540-1545 circa, olio su tavola, cm 146×116, Londra, National Gallery

I Romani chiamavano Concordia la dea greca Armònia. La ritraevano come una matrona seduta che reggeva un ramoscello d’ulivo e la cornucopia (il corno dell’abbondanza). Raffigurata – come spesso accadeva – fra due membri della famiglia imperiale in carica nell’atto di stringere loro la mano, stava a simboleggiare il più ampio concetto di pace e di accordo sociale. Nel caso di leggi particolarmente importanti (come per esempio le Leges Liciniae Sextiae, le più cruciali per l’ordinamento romano, che dopo un lungo periodo tumultuoso chiusero il periodo definito “rivoluzione della plebe” stanca, guarda caso anche allora, dei privilegi dei patrizi) le venivano eretti templi, come quello del 367 a.C. nel Foro Romano. I Greci invece la chiamavano Armònia e non a caso era figlia di Ares (la guerra) e Afrodite (l’amore). Le sue nozze con Cadmo, fratello di Europa, secondo il mito furono le prime della storia e tutto l’Olimpo vi partecipò. La Concordia “affonda” anche nel mito delle sue origini.

Eris al contrario è la versione greca della romana Discordia. Imparentata con Concordia in quanto sorella di Ares (padre di Armònia, come abbiamo visto) Omero nelle sue opere la chiama addirittura “signora del dolore”. La ritroviamo spesso al fianco del fratello durante violente battaglie nelle quali si compiace per il sangue versato.
A Eris si attribuisce la maternità del Pomo della Discordia, la mela d’oro con la dedica “alla più bella”, che diede origine  alla  terribile disputa tra Era, Afrodite e Atena  che si contesero il prezioso oggetto fino al giudizio di Paride, origine della guerra di Troia. Alla discendenza di Eris il mito attribuisce molti figli e tutti inquietanti: Horcos (il giuramento), Ate (la rovina), Amfilogie (le dispute), Dismonia (disobbedienza alle leggi), Pseudologoi (le bugie), Ponos (travaglio, fatica), Lethe (oblio),  Limos (fame), Algera (dolori), Isminai (combattimenti), Makhai (battaglie), Fonoi (omicidi) eccetera.

Per tornare a oggi dove a vittime e carnefici non rimane che trasfondersi lo stesso sangue, la Concordia, intesa come nave, appare paradossalmente come un gigante convalescente e pacificato. E qualche cosa di più: la  straordinaria metafora di una disfatta a opera di un uomo-Narciso che non contento di un modesto stagno ha scelto per specchiarsi addirittura in mare: quel Mediterraneo sulle cui coste, come da sempre, popoli dalle civiltà straordinarie giocano il loro destino in un’eterna saga alla Trono di Spade.

Eris, dunque. Ma se un uomo l’ha perduta, tanti uomini insieme l’hanno rimessa letteralmente in piedi e la avviano a un altro brulicante collettivo – il porto di Genova – che attende la Concordia non come un ammasso di ferraglia da smantellare, ma come un grandioso scrigno da cui strappare tesori e memorie. Nulla andrà sprecato, né oggetti, né ricordi. Domenica 27 luglio 2014 saremo un po’ tutti marinai, tra fari, campane, sirene e gabbiani, a ricordare che le anime perse in mare volano alto.

Anche ciascuno di noi può essere affondato in ogni momento da un solo uomo cretino, da uno scoglio traditore nascosto sotto il pelo della nostra fragilità. Ma ognuno di noi può anche tornare a galla con l’aiuto di altri, ed essere ancora utile.

Bentornata* Concordia

* Si è detto giustamente che non è una festa e il misurato Gabrielli lo ha sempre giustamente sottolineato. Assieme alle vittime della Concordia vogliamo ricordare anche i piloti del porto di Genova (maggio 2013) vittime a loro volta di un banale errore umano. Il molo era il molo Giano, un altra divinità: quella che presiede al passato e al futuro. A quest’ultimo adesso proviamo a guardare.

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