martedì 21 novembre 2017
Smart in the City
 
L’arte del teatro ovvero la perfezione della semplicità
Mar09

L’arte del teatro ovvero la perfezione della semplicità

di Alessia Stefanini

9 Mar 2017

Un uomo, un cane, una sedia, un palco. Luci al neon che illuminano la scena in piazzato. Lo spazio scenico nudo. Porte di servizio, pareti in mattoni, tecnica a vista. Paolo Musio entra dal fondo con il suo cane (un levriero bellissimo e buonissimo) con ancora addosso i fazzoletti proteggi colletto, attaccati al maglione, come se stesse per avviarsi al trucco. Dà un croccantino al cane, lo lega alla sedia, si siede e inizia a parlare. Tutto qui. L’impianto è questo, niente di più, niente di meno. Un bravissimo attore e un pubblico che lo ascolta. Serve altro per fare teatro? La domanda apre a risposte articolate, filosoficamente complesse, potenzialmente infinite. Ma la mia risposta, semplice (forse semplicistica?, non importa) e diretta è: sì. Basta, quando le parole fanno tutto. Quando un testo è scritto in modo talmente magistrale che non servono artifici visivi o sonori per renderlo teatro. Non serve agitarsi, mimare, pantomimare, vestirsi strano (o svestirsi proprio), avere il piano luci della Expo, usare musiche psichedeliche. Basta un attore che parla. Un attore che racconta al suo cane cos’è, per lui, essere attore. L’amarezza e insieme lo struggente bisogno di essere attore. I conflitti con i registi giovani, che non comprende più, che non approva, di cui non riesce a vedere la direzione. La sua disperata necessità di stare su un palco e raccontare la verità delle cose. Senza artifici, forzature, ritrovare l’essenza stessa del teatro attraverso la parola spogliata di tutto ciò che non è parola. Recitare per non cedere all’abbandono. Parlare di abbandono a un cane apre immaginari di dolore e solitudine. Gli stessi con cui si trova a vivere l’attore ogni giorno e che solo sul palco riesce a esorcizzare. «Gli attori sono cani che hanno assimilato l’abbandono. Noi recitiamo sapendo che l’abbandono arriva. Quando recitiamo recitiamo per far arretrare l’abbandono. La sera recitando respingiamo l’abbandono con le mani con i piedi con le ginocchia con i gomiti i pugni». In uno spettacolo dove non c’è nessun fattore esterno a intromettersi tra l’attore e il pubblico (perfino la musica viene “davvero” dal cellulare); in uno spettacolo dove sembra che la regia non ci sia, si tocca la realtà vera e pura del teatro. Un attore, un pubblico, un’urgenza e dire delle cose. Tutto qui. E quando l’attore finisce e se ne va insieme al suo cane, solo allora, il palco diventa palco e le luci sono i fari teatrali che illuminano una scena vuota. Tutto si è compiuto, perché il teatro è essenza, è ciò che avviene dentro. Non serve altro. Applausi, veri. Per chi se lo fosse perso ieri causa sciopero, recuperate, spostate altri impegni, non...

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La Cina è “latrina”
Feb24

La Cina è “latrina”

di A.S.

24 Feb 2017

Ai Filodrammatici di Milano è andato in scena Cessi pubblici, prima europea del testo di Guo Shixing, affermato scrittore pechinese che ama Molière, Shakespeare, Cechov, Fellini e tanti altri con la regia del regista e sinologo Sergio Basso e una nutrita compagnia di attori. In Italia il testo è edito da Cue Press (nella foto, la copertina). La Cina rurale e poi urbana non poteva godere del lusso di un luogo privato per i propri bisogni. Ecco allora che i bagni pubblici diventavano il luogo di incontro al di là del censo e del pudore. In questo luogo, gestito da un “bidello” che gode di un ruolo tramandato da generazioni (il bravo Francesco Meola), assistiamo a tre fermi immagine che corrispondono ad altrettanti decenni (1975, 1985 e 1995). La pace, la rivoluzione, la guerra, le disillusioni e le speranze, dalla visita di Nixon del 1972 alla citazione finale del Pagliaccio del Mc Donald, una folla di figure rimanda ai temi della società cinese trasportati in un immaginario globale che sfuoca contorni e tradizioni. Il mantra del saluto comunista si accompagna a canzonette volgari, il richiamo al Partito ai disegni osceni. La scena è ricca di oggetti e intrecci, a tratti quasi caotica. Anche il codice cromatico è oggetto di significato: i sanitari in scena cambiano colore ogni decennio: i ’70 sono verdi come la speranza e la gioventù, gli ’80 sono rossi, simbolo dell’affermazione del denaro, mentre i ’90 sono bianchi, come l’attuale impossibilità generale di ritrovarsi in un’identità affermata e condivisa. Guo ha paradossalmente affermato che «quando i cessi erano brutti e di tutti, i cinesi erano felici, oggi che sono belli e privati sono diventati tristi». Un richiamo a una semplicità perduta trattata con humor e ironia (rivelatrice al pubblico italiano di un tratto forse poco conosciuto della cultura cinese) che si avvale anche degli interpreti occidentali. Un salto ulteriore nella globalizzazione che ci induce a riconoscersi gli uni negli altri nei richiami a temi alti, come la responsabilità dell’uomo sulla terra, ma anche nel più corporeo dei bisogni. Come a dire che con le mutande abbassate tutti gli uomini sono uguali.  ...

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Bauhaus made in London
Feb06

Bauhaus made in London

di Antonella Cicalò

6 Feb 2017

Si ispira alla celebre scuola di architettura, arte e design tedesca che operò in Germania dal 1919 al 1933. Il termine Bauhaus era stato ideato da Walter Gropius e richiamava il medievale Bauhütte, ovvero la loggia dei muratori. Oggi lo studio di architettura USE rilegge quello stile , realizzando la facciata strutturale di un nuovo edificio residenziale in una zona di Londra che sta vivendo una rigenerazione significativa. A testimonianza sia della rinascita del quartiere di Hackney, dove sorge il pionieristico progetto, sia della sua attrattività, ogni appartamento è stato venduto sulla pianta prima ancora che l’edificio fosse completato. Imponente e immacolato, il palazzo –  situato in Mentmore Terrace –  contrasta con la storicità delle arcate della ferrovia vittoriana di London Fields e aggiunge spettacolarità al paesaggio locale,riflettendo delicatamente la luce con l’ elegante finitura chiara e levigata. Realizzata interamente in DuPont™ Corian®, materiale che sta diventando una soluzione per facciate prediletta dai progettisti all’avanguardia, questa protezione ad alte prestazioni contro le intemperie promette di mantenere a lungo nel tempo la sua bellezza delicata e sofisticata . L’architetto Jo Hagan, da anni impegnato nella rigenerazione di quartieri inglesi come l’ Hackney dove egli stesso risiede, spiega che nel progetto c’è sicuramente un richiamo in  omaggio al Bauhaus, come la facciata e la sua relazione con le finestre e i balconi  che costituisce l’unico elemento decorativo. Il concetto si ispira anche al libro Fahrenheit 451 di Raymond Bradbury, epertanto è stato usato il rapporto di 4.5.1. tra i vari pannelli. L’edificio è rivestito in DuPont™ Corian®,” spiega ancora Hagan, il che  ha richiesto uno sforzo di immaginazione in quanto in Inghilterra questo materiale non è mai stato utilizzato su così larga scala. Inoltre, Iil rapporto applicativo 4.5.1 ha permesso anche la riduzione dei costi e l’ottenimento di un effetto visivo di rottura di quella che altrimenti sarebbe stata una struttura molto semplice. Il disegno della facciata è al contempo astratto e pragmatico, in quanto offre una maggiore varietà rispetto agli elementi verticali e accentua l’impatto del motivo decorativo grazie a spazi d’ombra, mentre da lontano ha un aspetto compatto. I singoli pannelli  sono stati realizzati e applicati da specialisti della società spagnola Urbana Exteriores, e installati attraverso un sistema di fissaggio Keil a un telaio Hilti. Completa la struttura l’installazione di DuPont™ Tyvek® UV Facade, una versione della famosa membrana traspirante  altamente tecnologica, creata appositamente per consentire maggiore libertà di progettazione, affidabilità e migliori prestazioni energetiche per facciate a giunti aperti. La sostenibilità è un aspetto chiave dell’edificio, ideato per valori U molto bassi (dove U è il valore di trasmittanza termica). Un sistema di scambio di calore fa sì...

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La bioarchitettura: da necessità a progetto
Nov20

La bioarchitettura: da necessità a progetto

di Antonella Cicalò

20 Nov 2016

Riprendiamo il filo del viaggio nell’architettura con alcuni mostri sacri, padri di tutte le archistar:  Le Corbusier, Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright, Louis Isidore Kahn.   La città radiosa di Jeanneret-Gris In seguito all’invenzione e alla decisa affermazione del cemento armato nell’architettura, l’involucro esterno dell’abitazione si trasforma in un mezzo di separazione e protezione della vita negli ambienti interni dagli agenti atmosferici, dai rumori e da tutti gli effetti esterni che possono compromettere il benessere degli abitanti l’edificio. Non è più necessario l’impiego di materiali pesanti e opachi che devono reggere il peso dei solai e del tetto: il guscio, la conchiglia, diventano aerei, trasparenti, permeabili alla luce. L’architetto Charles-Edouard Jeanneret-Gris (1887-1965) – nato a La Chaux-de-Fonds in Svizzera ma naturalizzato francese – conosciuto da tutti con lo pseudonimo di Le Corbusier, è quello che meglio lo comprende: rende la parete esterna del tutto simile a un “pannello di vetro” che permette alla luce solare di entrare all’interno e contemporaneamente di aprire completamente l’edificio al panorama esterno. La “smaterializzazione” delle pareti esterne dell’edificio crea problemi nuovi legati soprattutto al riscaldamento degli ambienti interni, alla loro ventilazione e al soleggiamento (durante la stagione invernale svolge una funzione prevalentemente benefica, ma in estate può provocare effetti catastrofici per gli inquilini). Per risolverli vengono utilizzati sistemi come tende di tessuto più sottile o più spesso e con più strati; imposte di diversa natura, posizionate internamente o esternamente all’edificio e schermi da comporre architettonicamente in armonia con il disegno complessivo della facciata e del suo pannello di vetro trasparente. Le idee innovative di Le Corbusier si concretizzano negli avveniristici progetti urbanistici. Nel 1922 presenta il suo progetto modello per la Città per Tre Milioni d’Abitanti basata essenzialmente su un’attenta separazione degli spazi: alti grattacieli residenziali divisi gli uni dagli altri da ampie strade e lussureggianti giardini. Grandi arterie viarie per il traffico automobilistico garantendo alte velocità sulle strade. Ai pedoni è restituita la città attraverso percorsi e sentieri tra i giardini e i palazzi. Un ambiente a misura d’uomo nella sua interezza. Dieci anni dopo, nel 1933 queste sue idee vengono compiutamente sviluppate nel progetto teorico della Ville Radieuse, «la città di domani, dove sarà ristabilito il rapporto uomo-natura». La città ideale delle utopie rinascimentali e illuministe prende vita quando il primo ministro indiano Nehru chiama Le Corbusier per commissionargli l’edificazione della capitale del Punjab. Chandigarh (la “città d’argento”) è probabilmente il punto d’arrivo di quello che oggi chiameremmo un archistar. La città segue la pianta di un corpo umano; gli edifici governativi e amministrativi alla testa, le strutture produttive e industriali nelle viscere, alla periferia del tronco gli edifici residenziali – tutti qui molto bassi...

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Natura: urlare come un pa… ssero
Set04

Natura: urlare come un pa… ssero

di Antonella Cicalò

4 Set 2016

Siamo costantemente immersi in una miriade di suoni: traffico, macchinari, sirene e a volte semplicemente la sfacciata musica che ottunde le percezioni nei negozi e nei grandi magazzini (così, pare, spendiamo di più delegando ai giovani una serie di operazioni d’acquisto). Le città si stanno attrezzando con barriere anturumore che però non piacciono a tutti: impediscono la visuale e isolano gli esercizi commerciali coi quali bisognerà trovare sì una mediazione, ma non – come al solito – a scapito della salute. La progressiva scomparsa del silenzio davanti all’avanzare delle onde sonore, non danneggia solo le nostre orecchie e la nostra capacità di concentrazione. Pensate alle specie animali abituate a sopravvivere percependo un fruscio fra le foglie o a comunicare a decine di chilometri di distanza. Sopra e sotto terra, e perfino nelle profondità marine, i segnali sono disturbati. Da sempre la natura si difende e si adatta, e così per fare un esempio le balene hanno imparato a reagire ai sonar che disturbano le comunicazioni in acqua alzando la voce. Lo stesso si verifica con gli uccelli o le rane che vivono in città o nelle vicinanze delle autostrade: cantano a squarciagola, ce ne siamo accorti un po’ tutti. Ma c’è un microcosmo meno conosciuto che pare sia soggetto allo stesso fenomeno. Ulrike Lampe biologa all’Università di Bielefeld in Germania ha raccolto con un team di colleghi esemplari maschi di una cavalletta (il Chorthippus biguttulus* ) provenienti per metà da zone silenziose e per metà da zone in prossimità di una strada cittadina. Messi a confronto con esemplari femmina hanno notato che i maschi che vivono lungo strade trafficate “pompano i bassi” del loro canto di corteggiamento per superare il rumore del traffico. Dopo aver registrato migliaia di serenate sono giunti alla conclusione che fra le comunicazioni degli animali disturbate dal traffico sono quelle amorose a essere messe in crisi perché l’interferenza sonora in eccesso impedisce alle femmine di percepire i messaggi di corteggiamento dei maschi e di capire quanto sono attraenti. Anche le rane studiate dall’Università di Melbourne hanno lo stesso problema: alle femmine piacciono i maschi dalla voce grave e profonda. Ma i poveretti sono costretti ad accentuare gli acuti per sovrastare il rumore del traffico che è particolarmente fastidioso alle frequenze più basse. Tornando a specie che ci sono più familiari, quelle degli uccelli, è stato notato che le ghiandaie dal canto grave hanno abbandonato le aree più rumorose a vantaggio dei più duttili passeri, che hanno semplicemente variato il repertorio delle serenate, dando spazio alle melodie poco articolate e facili da percepire. Altre specie abituate a cinguettare di giorno hanno imparato a cantare di notte....

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4: una rumorosa provocazione
Lug02

4: una rumorosa provocazione

di Alessia Stefanini

2 Lug 2016

Una premessa doverosa: ho letto praticamente ogni cosa scritta da Garcia e trovo sia uno degli autori contemporanei più interessanti, intelligenti e ironici esistenti. Detto questo, devo però aggiungere che non ho mai visto in teatro uno spettacolo che stesse al passo con la sua scrittura. Leggere Garcia è molto meglio che andarlo a vedere in scena. Quest’ultimo lavoro, 4, andato in scena al CRT Teatro dell’Arte di Milano a fine giugno, non fa eccezione. Lo spettacolo parte di una riflessione di Win Wenders: la semplice messa in relazione di due immagini basta a far nascere una storia. Indubbiamente vero. Ma quando le immagini sono tante, e confuse e originanti da mille stimoli diversi, il risultato è inevitabilmente un caos in cui per forza di cose, rischia di perdersi un senso – che, conoscendo Garcia, c’è sicuramente e sicuramente è profondo -, che in questa messinscena è faticoso trovare. Un tennista che si allena battendo la palla contro un muro su cui è proiettata L’origine del mondo di Courbet; teste di coyote; 4 galli imprigionati in scarpe da ginnastica che i 4 attori muovono come bambole e usano come oggetti (si spera nel rispetto dell’animale stesso che tanto a suo agio non ha l’aria di stare); un drone che si muove al suono si una chitarra elettrica suonata da un attore con la testa di coyote; due bambine che si trasformano da virginali Drusille in cubiste alla Little miss sunshine; balli di gruppo e interviste imbarazzanti che coinvolgono sul palco il pubblico; telecamere che riprendono in diretta il pasto di piante carnivore a base di vermi; una lotta-coito su un’enorme saponetta bagnata con una pompa da un samurai. Tutto questo susseguirsi di immagini e stimoli – intervallato dalla voce di un attore che, non visto, legge testi in lingua originale in un microfono – è, a nostro parere, banalmente, troppo. Si perde il senso profondo della provocazione. Il sesso è talmente esplicito ed esplicitato che diventa risata gratuita. La critica alla cultura moderna è chiara, ma non morde. Resta la bellezza dei testi, la poesia di Garcìa, sempre una perla di significato e di pura bellezza formale. I momenti in cui si respira e si riesce a penetrare nella poetica dell’artista sono sublimi. E gli attori, molto bravi e molto generosi. Ma tutto il gran “rumore” intorno, invece di fare da amplificatore, smorza invece lo spettacolo, che arriva a un finale non abbastanza potente da giustificare il caos precedente. Un’operazione, per noi, riuscita a metà, dove alla fine ci si chiede se i tre galli rimasti in scena fino alla fine fossero contenti di partecipare alla performance. Nonostante questo, riconosciamo al...

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