mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
Se la Guerrilla è una riflessione sul presente
Set15

Se la Guerrilla è una riflessione sul presente

di Alessia Stefanini

15 Set 2017

Un inizio di stagione promettente questo Guerrilla, portato in scena per la prima volta in Italia alla Triennale Teatro dell’Arte dal gruppo spagnolo El Conde de Torrefiel, compagnia giovane, fondata a Barcellona nel 2010, che da subito si è imposta sul panorama europeo. Tramite una call pubblicata quest’estate, sono stati coinvolti numerosi milanesi, che hanno collaborato condividendo con la compagnia le proprie esperienze e i propri vissuti. Questo materiale documentario, alternato a una buona dose di fiction (che, svolgendosi nel futuro, diventa quasi fantascienza) è stato la base su cui la compagnia ha scritto il testo, proiettato sullo schermo durante lo spettacolo. Questo è suddiviso in tre parti, ambientato in una giornata nel futuro, il 2019, anno di svolta per la pace mondiale. Sul palco gruppi di persone assistono a una conferenza di Angelica Liddell, partecipano a una lezione di Tai-Chi e ballano musica elettronica spaccatimpani a un rave alla periferia di una Milano, che potrebbe essere anche altrove. I cittadini condividono uno spazio e un luogo che diventano crocevia di pensieri e riflessioni dei singoli individui sul destino dell’umanità. È difficile parlare dello spettacolo senza svelarne la trama. Mi limiterò a dire che l’ho trovato molto interessante. Una riflessione che mi sto facendo io per prima, in questo periodo. Una riflessione sull’Europa – passata presente e futura – sul nostro essere cittadini del mondo, sulla noia, sulla tendenza dell’uomo alla guerra, sull’incapacità di analizzare l’oggi per capire il disastro di domani. È uno spettacolo che disturba, che stanca per certi versi perché richiede una costante lettura di testi bianchi su nero proiettati, a cui forse non siamo abituati, senza parole recitate, senza cambi scena, senza attori che vengono a prendere gli applausi. Uno spettacolo che porta a riflettere, che costringe a concentrarsi sulla parola, sul significato profondo della parola, sulla nostra società che fa fatica a restare nel presente, ma non ha altri posti dove andare perché il futuro fa paura e il passato, forse, pure. Meglio estraniarsi, rilassarsi, ballare e aspettare che le cose avvengano. Ma non sempre avvengono le cose che vorremmo. Ma poi, siamo in grado di capirle? Un inizio di stagione promettente e difficile in questo anno difficile per il mondo, in questo tempo che cambia e che si fa fatica a comprendere. Con un linguaggio fresco e interessante, a tratti forse un po’ retorico, ma l’essere umano è anche questo. L’uomo fa una grande cosa che non fanno gli animali: riflettere. E allora torniamo a riflettere, che se ne sente tanto il...

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Uomo solo al comando in balia di un mare infinito
Giu09

Uomo solo al comando in balia di un mare infinito

di Antonella Cicalò

9 Giu 2017

Conosce le sfere del sublime il capitano storpio che tiranneggia l’equipaggio del suo Pequod, ma non sa essere felice. Ecco che allora Moby Dick diventa la causa tangibile della sua solitudine disperata. Reso mostruoso da un mostro sì, ma anche responsabile di una sposa abbandonata dopo una sola notte, di un comando dispotico di uomini, di un’insonnia cui la caccia offre solo una debole giustificazione. La balena conosce l’abisso, vede ciò che il capitano Achab non potrà mai vedere; sa del mare profondo, mentre Achab nulla sa del Cielo verso cui inveisce. Più la balena sfugge, più Achab rafforza la sua fanatica determinazione interiore. Ignora la vita e la legge del mare, rifiutandosi di soccorrere l’unico figlio del capitano di una nave amica, e trascina se stesso e i suoi uomini verso una profetica rovina che franerà su di lui come una torre di Babele. In cima o in fondo non fa differenza per l’uomo ossessionato da un nemico che in realtà lo abita. Questa consapevolezza è esplicita nel bel testo portato in scena da un ottimo Corrado D’Elia. Achab e Moby Dick sono la stessa cosa, l’arpione scagliato è in realtà l’arma di un suicida. Che la balena balena bianca muoia o meno non è dato sapere, se Achab si sia appagato finalmente di una segreta visione dell’abisso neppure. Il Cielo ha avuto comunque la sua vittima. La messinscena, con quei cannocchiali disposti a raggiera che sembrano al tempo stesso i fucili puntati di un plotone d’esecuzione, richiamano questo dualismo tra interiore ed esteriore, tra tragedia intima dentro e fragore di soffi e marosi fuori. Bella anche la scenografia della struttura teatrale a vista che ben ricorda la tolda di un peschereccio. Come spesso ricorre nel teatro di Corrado D’Elia l’uomo è solo al comando. Di se stesso, della nave e del suo pubblico, cui non manca mai di darsi totalmente con mestiere e tecnica sì, soprattutto nell’uso della voce modulata sul ricorrere di una melodia che continuamente ritorna a sottolineare l’idea fissa del protagonista, ma anche con autentica passione. Un bello spettacolo.   Teatro Litta 5-17 giugno 2017 Io, Moby Dick liberamente ispirato a Moby Dick di Herman Melville Progetto, regia e interpretazione di Corrado D’Elia Assistente alla regia: Federica D’Angelo Ideazione scenica e grafica: Chiara Slavucci Luci: Marco Meola Audio: Gabriele Copes Prod. Compagnia Corrado D’Elia...

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La poesia e la bellezza degli amori difficili
Mar31

La poesia e la bellezza degli amori difficili

di Alessia Stefanini

31 Mar 2017

Gli amori difficili è una raccolta di racconti di Italo Calvino meno nota dei suoi più famosi lavori, ma di una bellezza tale che sono corsa a comprarla subito dopo aver visto il bellissimo spettacolo di Loris al Teatro Out Off. Le storie narrate hanno in comune due elementi chiave: l’amore e l’assenza. C’è il commesso viaggiatore che fa la notte in treno per tornare dall’amata; la moglie che si interroga sulla sua infedeltà per essere stata fuori tutta la notte con un giovanotto in assenza del marito; la coppia che ruba momenti per stare insieme a un lavoro che li costringe a turni diurni e notturni che non coincidono; c’è l’automobilista che corre in autostrada per vedere di persona la sua amata con cui ha avuto un litigio telefonico; ci sono l’anziana prostituta e il compagno tabagista e le difficoltà di armonizzare lavoro/vita di coppia. In una scenografia (molto bella e nello stesso tempo molto funzionale) suddivisa a quadri che rappresentano le zone dell’azione (uno scompartimento di treno, un salotto, una camera da letto, un bar) gli attori si muovono in un continuum sentimentale, entrando e uscendo con maestria, dai dolenti e poetici personaggi di Calvino. Il tutto scandito da una musica di violoncello rigorosamente dal vivo, suonato da una ragazza non vedente, che mai si direbbe se non lo si venisse a sapere a fine recita. La comunicazione delicata ed efficace delle luci accompagna perfettamente tutto lo spettacolo. La regia di Loris è delicata, sottile e rispettosa della grande poesia e insieme della grande capacità di ironia di Calvino. Gli attori bravissimi, rendono i personaggi veri, struggenti, vicini al sentire di ogni tempo e di ogni età. Perché Calvino scrive questi racconti tra il 1949 e il 1967, ma le solitudini, le angosce, i desideri, le paure, le speranze che si ripongono nella persona amata sono sempre le stesse, in ogni dove e in ogni quando. Si sorride, si riflette, senz’altro ci si immedesima e senz’altro ci si commuove davanti a un’umanità così spaventata e così anelante all’amore e alla passione, al di là della faticosa e grigia vita quotidiana. Un lieve soffio di bellezza e levità in questi tempi così emotivamente difficili. LA LOCANDINA fino al 9 aprile e poi dal 18 al 30 aprile Teatro Out Off – via MacMahon 16 – tel. 0234532140 GLI AMORI DIFFICILI di Italo Calvino, regia Lorenzo Loris, con Gigio Alberti, Monica Bonomi, Nicola Ciammarughi e la partecipazione di Gemma Pedrini scena Daniela Gardinazzi costumi Nicoletta Ceccolini luci Alessandro Tinelli musiche Gemma Pedrini collaborazione ai movimenti Barbara...

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Il ritorno di Emma
Mar10

Il ritorno di Emma

di Antonella Cicalò

10 Mar 2017

Chi scrive non ha competenze particolari nel settore, semplicemente va a teatro e dunque ha visto solo una parte degli spettacoli di Emma Dante. Abbastanza per riconoscere in Bestie di scena alcune interpretazioni passate della compagnia, ma non tutte. Nel seguirla comunque da spettatrice saltuaria avevo percepito comunque un “prima” fatto da Carnezzeria, Cani di bancata, la Trilogia degli occhiali fino alla stupefacente Carmen alla Scala, e un“dopo” (Le sorelle Macaluso). Avevo notato come un affievolirsi della carne, un sovraccarico delle intenzioni. Ma in questo spettacolo ho rivisto Emma e i suoi attori che scivolano ancora come sul sangue del macello palermitano da cui sono partiti. Non vale la pena soffermarsi sulla bravura del gruppo, sulla perfezione degli oggetti leggeri che entrano in scena causando reazioni a volte grevi e dolorose, ma mai compiaciute o avvilenti. C’è il dolore, è vero, ma è quello che nelle tradizioni isolane fortifica e santifica. C’è la voglia di primeggiare dei singoli che insistono sul personaggio, ma c’è il gruppo che li sa salvare e riaccogliere. C’è una tale ricchezza di gesti, dalla scimmia umana alla sorprendente rigidità di una donna manipolata in scena da un’altra donna dalla fisicità greve ma talmente gestita da apparire bella. Non c’è soprattutto niente di inutile o di sovrabbondante. C’è la consapevolezza semmai di un ruolo difficile, che rende gli attori persone più di altri alle prese con domande sempre più urgenti e risposte sempre insoddisfacenti. Nel delegare al regista la propria vita e nel subirne le svolte c’è sicuramente dolore, non umiliazione. Nel conflitto tra persona e personaggio che circola costante in questo spettacolo c’è un’emozione che commuove. Il gruppo non si abbandona mai all’aggressione reciproca, al contatto fisico offensivo come sarebbe stato facile se l’intento fosse stato di spingere sul ruolo di degrado dell’attore in sé. Al contrario le mani dell’uno coprivano la nudità dall’altro facendosi carico del suo pudore, oltre che del proprio. Un’ulteriore testimonianza dell’affiatamento sovrumano dei sedici presenti sul palco. E alla fine, al lancio alla rinfusa, quello sì un po’ sprezzante nella convinzione che sarebbero stati raccolti, dei panni che rivestivano inizialmente gli attori ecco il “gran rifiuto”. Abbiamo conosciuto il dolore e la consapevolezza di essere attori, esseri umani resi nudi: questo siamo e tali vogliamo restare. Emma Dante si è messa così in gioco come non mai, ha rintuzzato l’ambizione, ha creato e dato spazio, ha assimilato il rifiuto. Ha fatto uno spettacolo simbiotico e bellissimo tra sé, i suoi uomini, le sue donne, gli oggetti stessi. La gerarchia scenica e visiva è stupenda, i tempi giusti. Magari ho visto una replica particolarmente felice e il pubblico ha reagito...

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L’arte del teatro ovvero la perfezione della semplicità
Mar09

L’arte del teatro ovvero la perfezione della semplicità

di Alessia Stefanini

9 Mar 2017

Un uomo, un cane, una sedia, un palco. Luci al neon che illuminano la scena in piazzato. Lo spazio scenico nudo. Porte di servizio, pareti in mattoni, tecnica a vista. Paolo Musio entra dal fondo con il suo cane (un levriero bellissimo e buonissimo) con ancora addosso i fazzoletti proteggi colletto, attaccati al maglione, come se stesse per avviarsi al trucco. Dà un croccantino al cane, lo lega alla sedia, si siede e inizia a parlare. Tutto qui. L’impianto è questo, niente di più, niente di meno. Un bravissimo attore e un pubblico che lo ascolta. Serve altro per fare teatro? La domanda apre a risposte articolate, filosoficamente complesse, potenzialmente infinite. Ma la mia risposta, semplice (forse semplicistica?, non importa) e diretta è: sì. Basta, quando le parole fanno tutto. Quando un testo è scritto in modo talmente magistrale che non servono artifici visivi o sonori per renderlo teatro. Non serve agitarsi, mimare, pantomimare, vestirsi strano (o svestirsi proprio), avere il piano luci della Expo, usare musiche psichedeliche. Basta un attore che parla. Un attore che racconta al suo cane cos’è, per lui, essere attore. L’amarezza e insieme lo struggente bisogno di essere attore. I conflitti con i registi giovani, che non comprende più, che non approva, di cui non riesce a vedere la direzione. La sua disperata necessità di stare su un palco e raccontare la verità delle cose. Senza artifici, forzature, ritrovare l’essenza stessa del teatro attraverso la parola spogliata di tutto ciò che non è parola. Recitare per non cedere all’abbandono. Parlare di abbandono a un cane apre immaginari di dolore e solitudine. Gli stessi con cui si trova a vivere l’attore ogni giorno e che solo sul palco riesce a esorcizzare. «Gli attori sono cani che hanno assimilato l’abbandono. Noi recitiamo sapendo che l’abbandono arriva. Quando recitiamo recitiamo per far arretrare l’abbandono. La sera recitando respingiamo l’abbandono con le mani con i piedi con le ginocchia con i gomiti i pugni». In uno spettacolo dove non c’è nessun fattore esterno a intromettersi tra l’attore e il pubblico (perfino la musica viene “davvero” dal cellulare); in uno spettacolo dove sembra che la regia non ci sia, si tocca la realtà vera e pura del teatro. Un attore, un pubblico, un’urgenza e dire delle cose. Tutto qui. E quando l’attore finisce e se ne va insieme al suo cane, solo allora, il palco diventa palco e le luci sono i fari teatrali che illuminano una scena vuota. Tutto si è compiuto, perché il teatro è essenza, è ciò che avviene dentro. Non serve altro. Applausi, veri. Per chi se lo fosse perso ieri causa sciopero, recuperate, spostate altri impegni, non...

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La Cina è “latrina”
Feb24

La Cina è “latrina”

di A.S.

24 Feb 2017

Ai Filodrammatici di Milano è andato in scena Cessi pubblici, prima europea del testo di Guo Shixing, affermato scrittore pechinese che ama Molière, Shakespeare, Cechov, Fellini e tanti altri con la regia del regista e sinologo Sergio Basso e una nutrita compagnia di attori. In Italia il testo è edito da Cue Press (nella foto, la copertina). La Cina rurale e poi urbana non poteva godere del lusso di un luogo privato per i propri bisogni. Ecco allora che i bagni pubblici diventavano il luogo di incontro al di là del censo e del pudore. In questo luogo, gestito da un “bidello” che gode di un ruolo tramandato da generazioni (il bravo Francesco Meola), assistiamo a tre fermi immagine che corrispondono ad altrettanti decenni (1975, 1985 e 1995). La pace, la rivoluzione, la guerra, le disillusioni e le speranze, dalla visita di Nixon del 1972 alla citazione finale del Pagliaccio del Mc Donald, una folla di figure rimanda ai temi della società cinese trasportati in un immaginario globale che sfuoca contorni e tradizioni. Il mantra del saluto comunista si accompagna a canzonette volgari, il richiamo al Partito ai disegni osceni. La scena è ricca di oggetti e intrecci, a tratti quasi caotica. Anche il codice cromatico è oggetto di significato: i sanitari in scena cambiano colore ogni decennio: i ’70 sono verdi come la speranza e la gioventù, gli ’80 sono rossi, simbolo dell’affermazione del denaro, mentre i ’90 sono bianchi, come l’attuale impossibilità generale di ritrovarsi in un’identità affermata e condivisa. Guo ha paradossalmente affermato che «quando i cessi erano brutti e di tutti, i cinesi erano felici, oggi che sono belli e privati sono diventati tristi». Un richiamo a una semplicità perduta trattata con humor e ironia (rivelatrice al pubblico italiano di un tratto forse poco conosciuto della cultura cinese) che si avvale anche degli interpreti occidentali. Un salto ulteriore nella globalizzazione che ci induce a riconoscersi gli uni negli altri nei richiami a temi alti, come la responsabilità dell’uomo sulla terra, ma anche nel più corporeo dei bisogni. Come a dire che con le mutande abbassate tutti gli uomini sono uguali.  ...

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