domenica 18 febbraio 2018
Smart in the City
 
La bella parola della Bisbetica
Feb17

La bella parola della Bisbetica

di Alessia Stefanini

17 Feb 2018

La bisbetica domata è una delle prime commedie scritte da William Shakespeare e forse una delle più controverse. Il tema è dei più attuali: il rapporto uomo-donna. La trama semplice: due sorelle, una angelica (Bianca), l’altra diabolica (Caterina). Finché la diabolica non sarà maritata, il padre non darà in sposa l’angelica a nessuno. I pretendenti di Bianca aspettano con ansia che qualcuno si pigli la bisbetica per poter finalmente corteggiare la sorella “buona”. Il “fortunato” sarà Petruccio, che la piegherà al suo volere tramite la coercizione e la violenza. Caterina diverrà così la più remissiva delle donne, pronta a correre al volere del suo “perfido” marito, diventando così, nella remissività padrona della casa e del cuore di Petruccio. Un continuo scambio di ruoli tra i pretendenti si rifà al classico shakespeariano, in cui ogni cosa è tutto e l’esatto opposto, in cui chiunque può essere chiunque a gabbare chiunque, in cui niente è come sembra e la burla/menzogna la fa da padrona. Questa Bisbetica domata di Andrea Chiodi (con traduzione di Angela Demattè), è fedelissima al testo shakespeariano mantenendo la magistrale capacità del Bardo di manipolare le situazioni con la parola. È la parola, infatti, la protagonista dello spettacolo: la parola che seduce, quella che inganna, quella che convince, quella che si sottomette. La scelta di utilizzare anche un cast shakespearianamente filologico, con otto attori, si cui due en travesti, acuisce questa sensazione di trovarci davvero davanti a una messinscena elisabettiana. Se non fosse per la scenografia essenziale – per non dire quasi inesistente -, per gli inserti musicali contemporanei (gustosissimi e molto divertenti) e per la scelta dei costumi. Ogni personaggio indossa il proprio nome sulla schiena (come i componenti di una squadra di calcio) che vengono sostituiti mano a mano che si scambiano i ruoli. Solo Caterina non ha il suo nome, perché essa sfugge alle regole, con la sua personalità e il suo modo di stare al mondo. Alla fine però, domata, dovrà indossarlo, omologarsi, entrare nella squadra della società. In un momento in cui la questione femminile è alla ribalta e il ruolo della donna scandagliato e messo in discussione da quotidiani fatti di cronaca, la Bisbetica domata risulta forse disturbante, inappropriata, insultante. Ma come, la donna viene sottomessa dalla violenza? Ma come, con le sberle si ottiene una moglie fedele e amabile? Sarà, ancora una volta, il teatro nel teatro e la potente parola shakespeariana a mettere le cose nel giusto posto. Questa Bisbetica ha un livello di professionismo altissimo che trasuda da ogni scelta registica, da ogni costume, da ogni interpretazione. Una nota particolare ad Angelo Di Genio, Tindaro Granata e Christian La Rosa (veramente bravissimi, ma lo sapevamo già data la fama del...

Leggi Tutto
Dalle macerie, un inno alla vita
Feb16

Dalle macerie, un inno alla vita

di Alessia Stefanini

16 Feb 2018

Lo spettacolo, in scena al Teatro Libero di Milano, racconta la storia di una ragazza di Gemona, Maria Fantin, che sogna di lavorare in un atelier di Parigi e diventare una sarta di successo. È il 1976 e la sua vita e i suoi sogni vengono stravolti dal terremoto che ha colpito il Friuli e che è rimasta una parentesi dolorosa nella Storia del nostro Paese.  Maria rimane “sotterrata” sotto la sua casa e in attesa dei soccorsi ripercorre la sua vita, i suoi dolori e le sue speranze, tentando di sfuggire alla Morte, anch’essa vittima della tremenda calamità che è in grado di intrappolare perfino la Nera Signora. Una trama tragica, resa ancora più tragica dalla verità di quello che viene narrato, una ferita aperta nella terra e nella memoria dell’Italia, con quasi mille morti e danni incalcolabili. Ma la magia di questo spettacolo sta nella sua leggerezza. Leggerezza che, si badi bene, non è superficialità, ma anzi, la leggerezza che rende importanti le cose. E poetiche. E si sa, la poesia approfondisce tutto. E di poesia questo spettacolo è pregno. A partire dalla poesia che Valeria Costantin mette nella sua recitazione, meravigliosa e perfetta, che trasforma il palco in un mondo e una ragazza di provincia in un’eroina. Maria, messa in una delle situazioni forse più spaventose per l’essere umano – l’essere intrappolata in una condizione di pericolo senza poter fare niente se non aspettare – ripercorre la sua vita, tra opportunità e occasioni perdute, e si rende conto che la possibilità di realizzare i suoi sogni risiede nell’andare via, nel diventare donna e uscire dalla situazione di ragazza di provincia. Ma il terremoto, questa cosa grande che non si sa da dove arriva e che sfugge al controllo dell’essere umano, è la sua carta per volare via e diventare se stessa. Maria viene salvata, resistendo alla sepoltura e alla Morte stessa, pronta per vivere la sua vita. Alla base del progetto c’è un grande lavoro di ricostruzione attraverso la memoria di chi quei giorni terribili li ha vissuti. Regista (Valentina Malcotti) e drammaturgo (Davide Lo Schiavo) hanno realizzato interviste, guardato video, ascoltato testimonianze di persone di diverse età ed estrazione sociale. E questo lavoro si vede tutto. Nell’utilizzo della “lingua” per esempio: il friulano c’è nella parlata di Maria e della Morte ed è un chiaro segno di appartenenza al territorio, ma non è, come spesso capita, “disturbante”. È solo citazione, accento, senza diventare stereotipo. La scenografia è parte integrante della messinscena. La massima teatrale «se un oggetto compare in scena, va usato», qui è perfettamente applicata. Ogni elemento della scena viene utilizzato, sia in modo naturalistico che metaforico. La Costantin usa lo spazio, gli oggetti e...

Leggi Tutto
Un volo d’uccello al di sopra della mediocrità
Gen26

Un volo d’uccello al di sopra della mediocrità

di Alessia Stefanini

26 Gen 2018

Il gruppo Agrupación Señor Serrano vince nel 2015 il Leone d’Argento per l’innovazione alla Biennale di Venezia. Un premio più che meritato. In una stagione teatrale molto ricca, ma che a volte sembra essere un po’ “voltata all’indietro”, i gruppi spagnoli spiccano per brio, ricerca e fantasia, pur affrontando temi importanti e già scandagliati, in modo fresco e innovativo. Dopo il Guerrilla di El Conde de Torrefiel (che abbiamo recensito in settembre), Birdie conferma la vivacità creativa, la voglia di guardare al futuro e la capacità di mescolare linguaggi diversi delle nuove leve del teatro spagnolo. La parola birdie significa uccellino, ma è anche un punteggio golfistico. Questa la premessa e anche il significato profondo dello spettacolo che affianca due mondi, due orizzonti: quello delle migrazioni di massa e quello del mondo del consumo e dell’iperprotezione dei propri beni e del proprio stile di vita. L’ispirazione del racconto, infatti, muove dalla famosissima fotografia di José Palazon scattata a Melilla (città spagnola in Africa) su un campo da golf circondato da reti altissime in procinto di essere scavalcate da persone di colore. L’immagine diventa punto di partenza di un’analisi che porta la percezione di quello che si vede con gli occhi e quello di profondo c’è dietro l’immagine, fino ad arrivare alle migrazioni degli uccelli, che avvengono al di sopra di noi, nel senso che avvengono nel cielo, sopra le nostre teste, ma anche al di sopra delle nostre piccole vite, con le loro meschinità e le loro ingiustizie. E da qui il parallelo con il film di Hitchcock, Gli uccelli, che per stessa ammissione del regista di tutto parla fuorché di uccelli dal comportamento strano. Hitchcock dice che il suo sogno era girare il film senza uccelli, per dimostrare che non sono gli uccelli il problema, ma le nostre stesse paure. In questo caso Agrupación sceglie l’immigrazione come paura principale da cui l’uomo, in questo momento storico, vorrebbe scappare nonostante la nostra stessa società sia stata creata proprio dalle migrazioni. Ma non si può, perché le cose avvengono, perché gli uccelli migreranno e l’universo continuerà a spostarsi e i pianeti hanno moto proprio e certi processi non si possono fermare. «Se è impossibile fermare un elettrone, che senso avrà mai costruire steccati contro gli uccelli?». Ispirazioni molteplici, dunque. La fotografia, il cinema, il giornalismo, la letteratura (sul tavolo spiccano I viaggi di Gulliver di Swift), la cronaca economica, la biologia, la chimica, l’astronomia, i giochi per bambini… tutto diventa teatro, quello con la T maiuscola, quello che fa pensare, riflettere e collegare i puntini. Quando alla fine il film di Hitchcock verrà proiettato senza uccelli, non ce ne si accorge neanche,...

Leggi Tutto
Salomè e l’ingenuità della crudeltà
Gen23

Salomè e l’ingenuità della crudeltà

di Alessia Stefanini

23 Gen 2018

La vicenda di Salomè, da sempre ha ispirato l’arte, più o meno direttamente. Da Baudelaire, a Gustave Moreau, da Flaubert, a Gabriele D’Annunzio, a Klimt. E poi Strauss, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi. E non solo la figura di Salomè è una delle più affascinanti, ma anche il rapporto tra Salomè e la madre Erodiade apre scenari immensi e ricchi di interrogativi. La femme fatale, la danzatrice del peccato, la ragazzina capricciosa che non si rassegna a non poter avere l’oggetto del suo desiderio, la vendicatrice, la bellezza che va a braccetto con la crudeltà… tutte interpretazioni di una figura femminile tra le più versatili e sfaccettate del Mito. Oscar Wilde scrisse quello che è forse l’opera teatrale più famosa sulla Salomè e da quest’opera è tratto lo spettacolo della compagnia I Demoni con la regia di Alberto Oliva. La trama: Erode vive con la ex moglie del fratello Erodiade e la figlia di lei Salomè. In una profonda cisterna, Erode ha fatto rinchiudere Iokanaan (il Giovanni Battista dei cristiani), spaventato dalle continua urla del profeta che condanna con maledizioni di ogni genere il comportamento dei monarchi di Giudea. La vicenda si svolge in una serata in cui è in corso un banchetto con giudei, egizi e romani. Salomè, stufa del banchetto, vuole andare a vedere Iokanaan. Corrompe le guardie, riesce a incontrarlo e viene investita dalle maledizioni di questo contro la sua famiglia. Salomè si innamora perdutamente del profeta, desiderandolo con tutte le sue forze, nonostante Iokaanan continui a rifiutare le sue profferte. Quando Erode ed Erodiade la trovano, Iokanaan insulta malamente tutti quanti, soprattutto Erodiade, per il comportamento libertino e indecente. Erode intanto, attratto da Salomè come solo un anziano peccatore può essere attratto da una ragazzina, la implora di danzare per lui, in cambio di qualsiasi cosa ella voglia («Fosse anche la metà del mio regno»). Salomè danza per lui la danza dei sette veli, al termine della quale esige la riscossione del suo unico desiderio: «Voglio la testa di Iokanaan». Nessuna controfferta di Erode, terrorizzato all’idea di uccidere un uomo che «ha visto Dio», distoglie Salomè dal suo intento. Ottiene la testa del profeta e finalmente ne bacia la bocca, con soddisfazione di Erodiade che si sente vendicata. Erode, inorridito, fa uccidere Salomè dai suoi soldati. Il regista Alberto Oliva sceglie di ibridare il lirismo poetico di Wilde con la cruda parola di Testori, nelle maledizioni del profeta Iokanaan, pura voce che esce da un pozzo posto al centro della scena e chiuso da una grata. Intorno, su una scalinata con un entrata centrale si muovono i quattro personaggi protagonisti: Salomè, Erode, Erodiade e il capo delle guardie...

Leggi Tutto
In perfetto silenzio
Gen16

In perfetto silenzio

di Antonella Cicalò

16 Gen 2018

Basta poco più di un’ora a Corrado D’Elia, con Io, Ludwig Van Beethoven (in scena al Teatro Litta – Manifatture Teatrali Milanesi), per raccontare la vita del genio tedesco, e scavare nell’uomo che ha espresso straordinariamente il suo tempo. Paradossalmente è il silenzio interiore imposto da una sordità precoce a imprimere alla grande musica dell’autore la sua cifra artistica e umana. Un’infanzia difficile, una vicenda personale segnata da una riluttante scontrosità nei rapporti umani condizionati dalla menomazione dell’udito fino a una straordinaria riconversione personale capace di celebrare quella Gioia della quale l’Europa e un po’ ciascuno di noi ha fatto il suo inno. Consapevole del ruolo che in questo spettacolo gioca il “suono”, Corrado D’Elia si regala ancora una volta con generosità al suo pubblico proprio attraverso la voce, investendo di essa la mimica dell’attore e il gesto del musicista. Poca scena: uno sgabello, pareti bianche, qualche gioco di luce seguono il ritmo della narrazione sintetica, capace di attraversare i momenti salienti di una biografia straordinaria e di commuoverci al commiato con la Nona Sinfonia. Allo sventolare di quei fazzoletti bianchi che i viennesi, ritrovando finalmente il loro cantore, sventolarono freneticamente come a toccarlo, a essergli vicino e, finalmente, a comprenderlo. Ci pare di essere anche noi con loro a sventolare e questa sensazione che D’Elia sa trasmettere fa di questo spettacolo un piccolo gioiello interdisciplinare dove voce, musica, luci si tengono con grande qualità. Io, Ludwig van Beethoven progetto, regia e interpretazione di Corrado d’Elia disegno luci: Alessandro Tinelli tecnico luci: Alice Colla tecnico audio: Gabriele Copes grafica: Chiara Salvucci produzione: Compagnia Corrado...

Leggi Tutto
L’operazione è riuscita
Dic13

L’operazione è riuscita

di Antonella Cicalò

13 Dic 2017

Nell’epoca segnata dalla preoccupazione per le nuove forme di terrorismo internazionale, a quattro attori viene in mente di mettere in scena uno spettacolo sulle Brigate Rosse, nel tentativo di resuscitare pulsioni e passioni del tutto sopite nella società contemporanea. Ben presto però il tentativo si ripiega nella quotidianità frustrante di ognuno dei protagonisti: dal futuro padre incerto nell’accollarsi la responsabilità di una nuova nascita, al regista-autore in crisi di autostima, all’aspirante attore di reality in tv, all’interprete volenteroso ma privo di talento. Su tutti aleggia l’aspirazione al successo incarnata dalla demiurgica figura del Critico la cui presenza salvifica (con relativa critica positiva) si identifica con il destino stesso dell’Attore. I dialoghi sono divertenti e amari nello stesso tempo. Godibili per tutto il pubblico, sono irresistibili per gli addetti ai lavori che vi riconosceranno tic e citazioni a non finire, da Pinter a Pasolini, da Cechov al teatro contemporaneo d’avanguardia. Procedono dunque di pari passo le gesta rivoluzionarie nelle intenzioni e le più viete prassi conformiste. Come prevedibile il sospirato critico (qui un onomatopeico Marco Mezzasala) non si presenterà, distratto da un’occasione modaiola e non basterà ai protagonisti il tributo del pubblico. In un sussulto di ribellione sequestrano il critico (in una squinternata riedizione del sequestro Moro) obbligandolo ad assistere, legato e imbavagliato, alla rappresentazione. Ma come suprema prova di indifferenza professionale Marco Mezzasala si addormenterà, in una quantomeno metaforica indifferenza sia allo spettacolo che al sequestro, e i quattro lo lasceranno andare, pur cercando di raccogliere qualche brandello di dignità. E’ un finale amarognolo in accordo coi tempi, dove alla violenza “levatrice della Storia” come sosteneva Marx, si contrappone l’assuefazione a pratiche che negano il merito a vantaggio della mediocrità. Sul palco Rosario Lisma (autore, regista e interprete), Ugo Giacomazzi, Fabrizio Lombardo, Andrea Narsi e Gianni Quilico (nei panni di Mezzasala). Attori in stato di grazia, una regia tanto semplice quanto efficacissima e un testo che funziona come un orologio, con monologhi che raggiungono rarissimi picchi di intelligenza. Uno spettacolo da vedere assolutamente, una perla di poesia, che lascia agli attori in sala uno strano gusto agrodolce in bocca. Ma si ride di uno sfacelo, e alla fine la consapevolezza è molto amara....

Leggi Tutto