lunedì 16 luglio 2018
Smart in the City
 

La violenta ricerca di identità di una famiglia imprigionata dalla Storia

di Alessia Stefanini

18 Mag 2018

Quando entriamo in sala i sei attori sono già in scena “abitando” uno spaccato di casa chiaramente abitata da poco e arredata alla bell’e meglio. La cena delle tre coppie (tre fratelli con le rispettive mogli) si avvicenda tra non detti, bugie, sospetti e una competizione continua e a volte infantile che degenera facilmente in violenza, improvvisa e gratuita. Fulcro della vicenda è Lucera, moglie di Ivan, figlia di desaparecidos che tenta disperatamente di ricostruire la sua memoria lontano dalla famiglia del marito che non riconosce come sua, ma a cui è irrimediabilmente legata dall’arrivo di un figlio. Le scene sono 5, si ambientano in unità di spazio e di tempo, ma non sono in ordine cronologico, legate da monologhi di Lucera che ricostruiscono un percorso soprattutto emotivo di una donna che non ha un passato e tenta di costruirsi un futuro, cercando una verità sulla sua nascita e sognando i cavalli della libertà. Uno spettacolo onirico e al tempo stesso molto concreto: onirico nella struttura, quasi che fosse un insieme di ricordi che si accavallano e si confondono, ma recitato in modo estremamente “concreto”, in cui le relazioni sono spontanee, immediate, realistiche. L’impressione è quella di essere in casa con loro, nella claustrofobia di uno spazio troppo piccolo per sei persone. Sullo sfondo le vicende di un paese molto lontano dal nostro, con simbologie e storia molto diverse. La sensazione di un fuori ostile, di un palazzo fatiscente, quasi disabitato, in cui può succedere di tutto, in cui è meglio non andare in giro da soli è qualcosa di molto lontano dal nostro vissuto. La storie del desaparecidos col carico di disperazione e di perdita totale di identità è qualcosa che noi italiani (che noi europei) non riusciamo a ricondurre alla nostra esistenza quotidiana. Ma Roberto Rustioni, non cercando di alterare il bel testo originale di Daniel Veronese (classe 1955, una delle figure di riferimento del teatro argentino del post-dittatura), riesce ad avvicinarci a questa realtà e ai suoi spaesati protagonisti con la forza di una regia solida, che fluisce tra sogni di futuro e crudele realtà quotidiana che porta a gesti estremi di violenza e liberazione. Con un cast di attori potente e molto in parte, bravissimi a restituirci la sensazione che ha ognuno di loro di vivere in un mondo impazzito. DONNE CHE SOGNARONO CAVALLI di Daniel Veronese regia di Roberto Rustioni assistente alla regia Soraya Secci con Valeria Angelozzi, Maria Pilar Perez Aspa, Michela Atzeni, Paolo Faroni, Fabrizio Lombardo e Valentino Mannias Scene e costumi di Sabrina Cuccu (assistente scenografo: Sergio Mancosu) Luci di Matteo Zanda Co-produzione Fattore K, Sardegna Teatro, Festival delle Colline Torinesi (con il sostegno...

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Piccole magie della domenica
Mar30

Piccole magie della domenica

di Alessia Stefanini

30 Mar 2018

Ai meno giovani la sottile e stralunata presenza in scena di Philippe Quesne, direttore del teatro Nanterre-Amandiers Centre Dramatique National, dove L’effet de Serge va in scena mensilmente, avrà magari richiamato alla memoria un altro stralunato francese: Mac Ronay, pseudonimo di Germain Sauvard. Sempre impassibile nonostante i trucchi magici finissero in disastri e ostinatamente restio a pronunciare in scena qualsiasi parola, a eccezione dell’esclamazione «Hep!». In questo lavoro, ridotto all’essenziale dalla misura del protagonista e degli ospiti, oltre che dalla minuzia degli oggetti di scena, ci si sente coinvolti in un rito domenicale che celebra in pochi minuti l’amicizia e la fantasia, l’ospitalità e il piacere di offrire una piccola invenzione confezionata con elementi poveri del quotidiano: un bicchiere di vino, un giocattolo, una luce di fortuna, una musicalità (questa assai raffinata nelle scelte). Serge è un solitario che sa condividere un’intuizione creativa, una messinscena per diletto. Gaëtan Vourc’h (per cui Quesne a scritto lo spettacolo) gioca in scena il suo ruolo di attore dichiarandolo e mettendo una distanza fra sé e Serge. Lo dice, lui è un attore che ha appena finito di fare uno spettacolo vestito da astronauta (come ci si presenta infatti all’inizio) e che, finito, sarà in scena con un altro spettacolo ancora (il ballo finale delle parrucche è esilarante). Teatro nel teatro nel teatro… l’attore dichiara di essere attore e recita uno spettacolo dove il personaggio fa l’attore nella propria quotidianità. Una scatola cinese esilarante, molto intelligente, geniale che ci dice una cosa, importante, sul teatro stesso: qualsiasi cosa, la più banale, fatta davanti a un pubblico diventa eccezionale. Fa ridere, certo, moltissimo, ma al tempo stesso si riflette, ci si carica di aspettative senza sapere neanche perché, vista la banalità degli oggetti che però si trasformano, come in un gioco di prestigio, e dunque incantano. L’effet de Serge è quindi uno spettacolo poetico, spontaneo e imprevisto. Quando finisce si vorrebbe avere ancora una domenica…...

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La bella parola della Bisbetica
Feb17

La bella parola della Bisbetica

di Alessia Stefanini

17 Feb 2018

La bisbetica domata è una delle prime commedie scritte da William Shakespeare e forse una delle più controverse. Il tema è dei più attuali: il rapporto uomo-donna. La trama semplice: due sorelle, una angelica (Bianca), l’altra diabolica (Caterina). Finché la diabolica non sarà maritata, il padre non darà in sposa l’angelica a nessuno. I pretendenti di Bianca aspettano con ansia che qualcuno si pigli la bisbetica per poter finalmente corteggiare la sorella “buona”. Il “fortunato” sarà Petruccio, che la piegherà al suo volere tramite la coercizione e la violenza. Caterina diverrà così la più remissiva delle donne, pronta a correre al volere del suo “perfido” marito, diventando così, nella remissività padrona della casa e del cuore di Petruccio. Un continuo scambio di ruoli tra i pretendenti si rifà al classico shakespeariano, in cui ogni cosa è tutto e l’esatto opposto, in cui chiunque può essere chiunque a gabbare chiunque, in cui niente è come sembra e la burla/menzogna la fa da padrona. Questa Bisbetica domata di Andrea Chiodi (con traduzione di Angela Demattè), è fedelissima al testo shakespeariano mantenendo la magistrale capacità del Bardo di manipolare le situazioni con la parola. È la parola, infatti, la protagonista dello spettacolo: la parola che seduce, quella che inganna, quella che convince, quella che si sottomette. La scelta di utilizzare anche un cast shakespearianamente filologico, con otto attori, si cui due en travesti, acuisce questa sensazione di trovarci davvero davanti a una messinscena elisabettiana. Se non fosse per la scenografia essenziale – per non dire quasi inesistente -, per gli inserti musicali contemporanei (gustosissimi e molto divertenti) e per la scelta dei costumi. Ogni personaggio indossa il proprio nome sulla schiena (come i componenti di una squadra di calcio) che vengono sostituiti mano a mano che si scambiano i ruoli. Solo Caterina non ha il suo nome, perché essa sfugge alle regole, con la sua personalità e il suo modo di stare al mondo. Alla fine però, domata, dovrà indossarlo, omologarsi, entrare nella squadra della società. In un momento in cui la questione femminile è alla ribalta e il ruolo della donna scandagliato e messo in discussione da quotidiani fatti di cronaca, la Bisbetica domata risulta forse disturbante, inappropriata, insultante. Ma come, la donna viene sottomessa dalla violenza? Ma come, con le sberle si ottiene una moglie fedele e amabile? Sarà, ancora una volta, il teatro nel teatro e la potente parola shakespeariana a mettere le cose nel giusto posto. Questa Bisbetica ha un livello di professionismo altissimo che trasuda da ogni scelta registica, da ogni costume, da ogni interpretazione. Una nota particolare ad Angelo Di Genio, Tindaro Granata e Christian La Rosa (veramente bravissimi, ma lo sapevamo già data la fama del...

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Dalle macerie, un inno alla vita
Feb16

Dalle macerie, un inno alla vita

di Alessia Stefanini

16 Feb 2018

Lo spettacolo, in scena al Teatro Libero di Milano, racconta la storia di una ragazza di Gemona, Maria Fantin, che sogna di lavorare in un atelier di Parigi e diventare una sarta di successo. È il 1976 e la sua vita e i suoi sogni vengono stravolti dal terremoto che ha colpito il Friuli e che è rimasta una parentesi dolorosa nella Storia del nostro Paese.  Maria rimane “sotterrata” sotto la sua casa e in attesa dei soccorsi ripercorre la sua vita, i suoi dolori e le sue speranze, tentando di sfuggire alla Morte, anch’essa vittima della tremenda calamità che è in grado di intrappolare perfino la Nera Signora. Una trama tragica, resa ancora più tragica dalla verità di quello che viene narrato, una ferita aperta nella terra e nella memoria dell’Italia, con quasi mille morti e danni incalcolabili. Ma la magia di questo spettacolo sta nella sua leggerezza. Leggerezza che, si badi bene, non è superficialità, ma anzi, la leggerezza che rende importanti le cose. E poetiche. E si sa, la poesia approfondisce tutto. E di poesia questo spettacolo è pregno. A partire dalla poesia che Valeria Costantin mette nella sua recitazione, meravigliosa e perfetta, che trasforma il palco in un mondo e una ragazza di provincia in un’eroina. Maria, messa in una delle situazioni forse più spaventose per l’essere umano – l’essere intrappolata in una condizione di pericolo senza poter fare niente se non aspettare – ripercorre la sua vita, tra opportunità e occasioni perdute, e si rende conto che la possibilità di realizzare i suoi sogni risiede nell’andare via, nel diventare donna e uscire dalla situazione di ragazza di provincia. Ma il terremoto, questa cosa grande che non si sa da dove arriva e che sfugge al controllo dell’essere umano, è la sua carta per volare via e diventare se stessa. Maria viene salvata, resistendo alla sepoltura e alla Morte stessa, pronta per vivere la sua vita. Alla base del progetto c’è un grande lavoro di ricostruzione attraverso la memoria di chi quei giorni terribili li ha vissuti. Regista (Valentina Malcotti) e drammaturgo (Davide Lo Schiavo) hanno realizzato interviste, guardato video, ascoltato testimonianze di persone di diverse età ed estrazione sociale. E questo lavoro si vede tutto. Nell’utilizzo della “lingua” per esempio: il friulano c’è nella parlata di Maria e della Morte ed è un chiaro segno di appartenenza al territorio, ma non è, come spesso capita, “disturbante”. È solo citazione, accento, senza diventare stereotipo. La scenografia è parte integrante della messinscena. La massima teatrale «se un oggetto compare in scena, va usato», qui è perfettamente applicata. Ogni elemento della scena viene utilizzato, sia in modo naturalistico che metaforico. La Costantin usa lo spazio, gli oggetti e...

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Un volo d’uccello al di sopra della mediocrità
Gen26

Un volo d’uccello al di sopra della mediocrità

di Alessia Stefanini

26 Gen 2018

Il gruppo Agrupación Señor Serrano vince nel 2015 il Leone d’Argento per l’innovazione alla Biennale di Venezia. Un premio più che meritato. In una stagione teatrale molto ricca, ma che a volte sembra essere un po’ “voltata all’indietro”, i gruppi spagnoli spiccano per brio, ricerca e fantasia, pur affrontando temi importanti e già scandagliati, in modo fresco e innovativo. Dopo il Guerrilla di El Conde de Torrefiel (che abbiamo recensito in settembre), Birdie conferma la vivacità creativa, la voglia di guardare al futuro e la capacità di mescolare linguaggi diversi delle nuove leve del teatro spagnolo. La parola birdie significa uccellino, ma è anche un punteggio golfistico. Questa la premessa e anche il significato profondo dello spettacolo che affianca due mondi, due orizzonti: quello delle migrazioni di massa e quello del mondo del consumo e dell’iperprotezione dei propri beni e del proprio stile di vita. L’ispirazione del racconto, infatti, muove dalla famosissima fotografia di José Palazon scattata a Melilla (città spagnola in Africa) su un campo da golf circondato da reti altissime in procinto di essere scavalcate da persone di colore. L’immagine diventa punto di partenza di un’analisi che porta la percezione di quello che si vede con gli occhi e quello di profondo c’è dietro l’immagine, fino ad arrivare alle migrazioni degli uccelli, che avvengono al di sopra di noi, nel senso che avvengono nel cielo, sopra le nostre teste, ma anche al di sopra delle nostre piccole vite, con le loro meschinità e le loro ingiustizie. E da qui il parallelo con il film di Hitchcock, Gli uccelli, che per stessa ammissione del regista di tutto parla fuorché di uccelli dal comportamento strano. Hitchcock dice che il suo sogno era girare il film senza uccelli, per dimostrare che non sono gli uccelli il problema, ma le nostre stesse paure. In questo caso Agrupación sceglie l’immigrazione come paura principale da cui l’uomo, in questo momento storico, vorrebbe scappare nonostante la nostra stessa società sia stata creata proprio dalle migrazioni. Ma non si può, perché le cose avvengono, perché gli uccelli migreranno e l’universo continuerà a spostarsi e i pianeti hanno moto proprio e certi processi non si possono fermare. «Se è impossibile fermare un elettrone, che senso avrà mai costruire steccati contro gli uccelli?». Ispirazioni molteplici, dunque. La fotografia, il cinema, il giornalismo, la letteratura (sul tavolo spiccano I viaggi di Gulliver di Swift), la cronaca economica, la biologia, la chimica, l’astronomia, i giochi per bambini… tutto diventa teatro, quello con la T maiuscola, quello che fa pensare, riflettere e collegare i puntini. Quando alla fine il film di Hitchcock verrà proiettato senza uccelli, non ce ne si accorge neanche,...

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Salomè e l’ingenuità della crudeltà
Gen23

Salomè e l’ingenuità della crudeltà

di Alessia Stefanini

23 Gen 2018

La vicenda di Salomè, da sempre ha ispirato l’arte, più o meno direttamente. Da Baudelaire, a Gustave Moreau, da Flaubert, a Gabriele D’Annunzio, a Klimt. E poi Strauss, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi. E non solo la figura di Salomè è una delle più affascinanti, ma anche il rapporto tra Salomè e la madre Erodiade apre scenari immensi e ricchi di interrogativi. La femme fatale, la danzatrice del peccato, la ragazzina capricciosa che non si rassegna a non poter avere l’oggetto del suo desiderio, la vendicatrice, la bellezza che va a braccetto con la crudeltà… tutte interpretazioni di una figura femminile tra le più versatili e sfaccettate del Mito. Oscar Wilde scrisse quello che è forse l’opera teatrale più famosa sulla Salomè e da quest’opera è tratto lo spettacolo della compagnia I Demoni con la regia di Alberto Oliva. La trama: Erode vive con la ex moglie del fratello Erodiade e la figlia di lei Salomè. In una profonda cisterna, Erode ha fatto rinchiudere Iokanaan (il Giovanni Battista dei cristiani), spaventato dalle continua urla del profeta che condanna con maledizioni di ogni genere il comportamento dei monarchi di Giudea. La vicenda si svolge in una serata in cui è in corso un banchetto con giudei, egizi e romani. Salomè, stufa del banchetto, vuole andare a vedere Iokanaan. Corrompe le guardie, riesce a incontrarlo e viene investita dalle maledizioni di questo contro la sua famiglia. Salomè si innamora perdutamente del profeta, desiderandolo con tutte le sue forze, nonostante Iokaanan continui a rifiutare le sue profferte. Quando Erode ed Erodiade la trovano, Iokanaan insulta malamente tutti quanti, soprattutto Erodiade, per il comportamento libertino e indecente. Erode intanto, attratto da Salomè come solo un anziano peccatore può essere attratto da una ragazzina, la implora di danzare per lui, in cambio di qualsiasi cosa ella voglia («Fosse anche la metà del mio regno»). Salomè danza per lui la danza dei sette veli, al termine della quale esige la riscossione del suo unico desiderio: «Voglio la testa di Iokanaan». Nessuna controfferta di Erode, terrorizzato all’idea di uccidere un uomo che «ha visto Dio», distoglie Salomè dal suo intento. Ottiene la testa del profeta e finalmente ne bacia la bocca, con soddisfazione di Erodiade che si sente vendicata. Erode, inorridito, fa uccidere Salomè dai suoi soldati. Il regista Alberto Oliva sceglie di ibridare il lirismo poetico di Wilde con la cruda parola di Testori, nelle maledizioni del profeta Iokanaan, pura voce che esce da un pozzo posto al centro della scena e chiuso da una grata. Intorno, su una scalinata con un entrata centrale si muovono i quattro personaggi protagonisti: Salomè, Erode, Erodiade e il capo delle guardie...

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