sabato 7 dicembre 2019
Smart in the City
 
Salomè e l’ingenuità della crudeltà
Gen23

Salomè e l’ingenuità della crudeltà

di Alessia Stefanini

23 Gen 2018

La vicenda di Salomè, da sempre ha ispirato l’arte, più o meno direttamente. Da Baudelaire, a Gustave Moreau, da Flaubert, a Gabriele D’Annunzio, a Klimt. E poi Strauss, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi. E non solo la figura di Salomè è una delle più affascinanti, ma anche il rapporto tra Salomè e la madre Erodiade apre scenari immensi e ricchi di interrogativi. La femme fatale, la danzatrice del peccato, la ragazzina capricciosa che non si rassegna a non poter avere l’oggetto del suo desiderio, la vendicatrice, la bellezza che va a braccetto con la crudeltà… tutte interpretazioni di una figura femminile tra le più versatili e sfaccettate del Mito. Oscar Wilde scrisse quello che è forse l’opera teatrale più famosa sulla Salomè e da quest’opera è tratto lo spettacolo della compagnia I Demoni con la regia di Alberto Oliva. La trama: Erode vive con la ex moglie del fratello Erodiade e la figlia di lei Salomè. In una profonda cisterna, Erode ha fatto rinchiudere Iokanaan (il Giovanni Battista dei cristiani), spaventato dalle continua urla del profeta che condanna con maledizioni di ogni genere il comportamento dei monarchi di Giudea. La vicenda si svolge in una serata in cui è in corso un banchetto con giudei, egizi e romani. Salomè, stufa del banchetto, vuole andare a vedere Iokanaan. Corrompe le guardie, riesce a incontrarlo e viene investita dalle maledizioni di questo contro la sua famiglia. Salomè si innamora perdutamente del profeta, desiderandolo con tutte le sue forze, nonostante Iokaanan continui a rifiutare le sue profferte. Quando Erode ed Erodiade la trovano, Iokanaan insulta malamente tutti quanti, soprattutto Erodiade, per il comportamento libertino e indecente. Erode intanto, attratto da Salomè come solo un anziano peccatore può essere attratto da una ragazzina, la implora di danzare per lui, in cambio di qualsiasi cosa ella voglia («Fosse anche la metà del mio regno»). Salomè danza per lui la danza dei sette veli, al termine della quale esige la riscossione del suo unico desiderio: «Voglio la testa di Iokanaan». Nessuna controfferta di Erode, terrorizzato all’idea di uccidere un uomo che «ha visto Dio», distoglie Salomè dal suo intento. Ottiene la testa del profeta e finalmente ne bacia la bocca, con soddisfazione di Erodiade che si sente vendicata. Erode, inorridito, fa uccidere Salomè dai suoi soldati. Il regista Alberto Oliva sceglie di ibridare il lirismo poetico di Wilde con la cruda parola di Testori, nelle maledizioni del profeta Iokanaan, pura voce che esce da un pozzo posto al centro della scena e chiuso da una grata. Intorno, su una scalinata con un entrata centrale si muovono i quattro personaggi protagonisti: Salomè, Erode, Erodiade e il capo delle guardie...

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In perfetto silenzio
Gen16

In perfetto silenzio

di Antonella Cicalò

16 Gen 2018

Basta poco più di un’ora a Corrado D’Elia, con Io, Ludwig Van Beethoven (in scena al Teatro Litta – Manifatture Teatrali Milanesi), per raccontare la vita del genio tedesco, e scavare nell’uomo che ha espresso straordinariamente il suo tempo. Paradossalmente è il silenzio interiore imposto da una sordità precoce a imprimere alla grande musica dell’autore la sua cifra artistica e umana. Un’infanzia difficile, una vicenda personale segnata da una riluttante scontrosità nei rapporti umani condizionati dalla menomazione dell’udito fino a una straordinaria riconversione personale capace di celebrare quella Gioia della quale l’Europa e un po’ ciascuno di noi ha fatto il suo inno. Consapevole del ruolo che in questo spettacolo gioca il “suono”, Corrado D’Elia si regala ancora una volta con generosità al suo pubblico proprio attraverso la voce, investendo di essa la mimica dell’attore e il gesto del musicista. Poca scena: uno sgabello, pareti bianche, qualche gioco di luce seguono il ritmo della narrazione sintetica, capace di attraversare i momenti salienti di una biografia straordinaria e di commuoverci al commiato con la Nona Sinfonia. Allo sventolare di quei fazzoletti bianchi che i viennesi, ritrovando finalmente il loro cantore, sventolarono freneticamente come a toccarlo, a essergli vicino e, finalmente, a comprenderlo. Ci pare di essere anche noi con loro a sventolare e questa sensazione che D’Elia sa trasmettere fa di questo spettacolo un piccolo gioiello interdisciplinare dove voce, musica, luci si tengono con grande qualità. Io, Ludwig van Beethoven progetto, regia e interpretazione di Corrado d’Elia disegno luci: Alessandro Tinelli tecnico luci: Alice Colla tecnico audio: Gabriele Copes grafica: Chiara Salvucci produzione: Compagnia Corrado...

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L’operazione è riuscita
Dic13

L’operazione è riuscita

di Antonella Cicalò

13 Dic 2017

Nell’epoca segnata dalla preoccupazione per le nuove forme di terrorismo internazionale, a quattro attori viene in mente di mettere in scena uno spettacolo sulle Brigate Rosse, nel tentativo di resuscitare pulsioni e passioni del tutto sopite nella società contemporanea. Ben presto però il tentativo si ripiega nella quotidianità frustrante di ognuno dei protagonisti: dal futuro padre incerto nell’accollarsi la responsabilità di una nuova nascita, al regista-autore in crisi di autostima, all’aspirante attore di reality in tv, all’interprete volenteroso ma privo di talento. Su tutti aleggia l’aspirazione al successo incarnata dalla demiurgica figura del Critico la cui presenza salvifica (con relativa critica positiva) si identifica con il destino stesso dell’Attore. I dialoghi sono divertenti e amari nello stesso tempo. Godibili per tutto il pubblico, sono irresistibili per gli addetti ai lavori che vi riconosceranno tic e citazioni a non finire, da Pinter a Pasolini, da Cechov al teatro contemporaneo d’avanguardia. Procedono dunque di pari passo le gesta rivoluzionarie nelle intenzioni e le più viete prassi conformiste. Come prevedibile il sospirato critico (qui un onomatopeico Marco Mezzasala) non si presenterà, distratto da un’occasione modaiola e non basterà ai protagonisti il tributo del pubblico. In un sussulto di ribellione sequestrano il critico (in una squinternata riedizione del sequestro Moro) obbligandolo ad assistere, legato e imbavagliato, alla rappresentazione. Ma come suprema prova di indifferenza professionale Marco Mezzasala si addormenterà, in una quantomeno metaforica indifferenza sia allo spettacolo che al sequestro, e i quattro lo lasceranno andare, pur cercando di raccogliere qualche brandello di dignità. E’ un finale amarognolo in accordo coi tempi, dove alla violenza “levatrice della Storia” come sosteneva Marx, si contrappone l’assuefazione a pratiche che negano il merito a vantaggio della mediocrità. Sul palco Rosario Lisma (autore, regista e interprete), Ugo Giacomazzi, Fabrizio Lombardo, Andrea Narsi e Gianni Quilico (nei panni di Mezzasala). Attori in stato di grazia, una regia tanto semplice quanto efficacissima e un testo che funziona come un orologio, con monologhi che raggiungono rarissimi picchi di intelligenza. Uno spettacolo da vedere assolutamente, una perla di poesia, che lascia agli attori in sala uno strano gusto agrodolce in bocca. Ma si ride di uno sfacelo, e alla fine la consapevolezza è molto amara....

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Revolution Now!: se il cambiamento è colorato e divertente
Nov23

Revolution Now!: se il cambiamento è colorato e divertente

di Alessia Stefanini

23 Nov 2017

I Gob Squad, collettivo anglo-tedesco tra i più interessanti e movimentati in Europa, portano a Milano il loro Revolution Now!, in un divertente e potente amalgama di musica, televisione e ideali rivoluzionari. Il gruppo simula l’occupazione del teatro, trasformando la sala in un quartier generale, in cui tutto il pubblico partecipa all’evento. Per fare questo i Gob Squad, che da sempre utilizzano le nuove tecnologie nelle loro performance, si avvalgono di telecamere in presa diretta che rimandano immagini e fermoimmagini su grandi schermi, di microfoni, di musica dal vivo. Essendo lo spettacolo in inglese, per questa occasione milanese, Marco Cavalcoli, dei Fanny & Alexander, traduce le parole di ogni componente del gruppo. La parola d’ordine è cambiamento. La rivoluzione lo richiede, anche nel piccolo, anche con un gesto. I Gob Squad ci invitano a “uscire dal gioco” delle nostre vite, dai luoghi in cui siamo abituati a recarci e a stare (uffici, case, strade, discoteche), dai nostri meccanismi sociali. E lo fanno davvero, uscendo in strada e chiedendo alla gente che passa un cambio di direzione, una scelta in favore di qualcosa di diverso e a loro sconosciuto, al posto della routine e di programmi già fatti. Dal gesto di uno può partire una rivoluzione e la gente diventare popolo. Una telecamera unisce il dentro, lo spazio teatrale, il luogo dello straordinario, col fuori, la strada, il luogo dell’ordinario. Un canale di passaggio che si può attraversare, tramite cui abbandonare il solito per fare qualcosa di speciale. Riusciranno i nostri eroi, con la loro simpatia dirompente, il linguaggio fuori dagli schemi e la promessa di una straordinarietà, seppur effimera, portare nel loro mondo i passanti ignari pronti ad andare a casa o a qualche evento sociale? Questo si scoprirà e chi lo sa? Lo spettacolo dei Gob Squad è divertente, rutilante, assurdo, eccentrico ed eccessivo. È una rivoluzione non violenta, ma efficace che ci ricorda che abbiamo sempre una scelta, fin dai più piccoli accadimenti della vita. Che anche decidere per una sera di non andare a ballare come programmato, ma provare a fare qualcosa di nuovo e collettivo, è un gesto che può trasformarsi in una pietra che rotola, decretando il destino di uno spettacolo, di una notte, di un popolo. La presenza di uno gruppo così apprezzato in Europa e che così poco frequenta (purtroppo) la scena nazionale, è stato reso possibile dalla collaborazione tra Triennale Teatro d’Arte e ZONA K, attivissimo centro culturale che si occupa dell’incontro tra diverse discipline...

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Visioni del mondo e di se stessi
Ott10

Visioni del mondo e di se stessi

di Alessia Stefanini

10 Ott 2017

Veniamo accompagnate in un percorso inusuale al Triennale Teatro dell’Arte e ci accomodiamo in uno spazio che non è quello della platea. E per me che conosco bene il teatro è chiaro che siamo in uno spazio altro e che qualcosa dovrà significare. La scena si svolge in una “scatola aperta” di legno chiaro con due sedie. Ai lati, un pianoforte e un piatto di batteria. La trama è semplice: Mondo (diminutivo di diamond, diamante), una bella signora greca immigrata in America, comincia ad accusare problemi di vista. Vede in due dimensioni e fa fatica a riconoscere il mondo intorno a sé, compresa la sua stessa casa. Si reca quindi da un oculista, il signor Hull, che le consiglia di curarsi andando all’opera e suonando il pianoforte, perché il sintomo è causato da stress. Mondo sta in effetti affrontando un divorzio difficile. Sarà proprio suonare al pianoforte che le guarirà occhi e anima. E come sempre nella vita, il finale rivelerà quello che c’è dietro alle parole. E il finale non lo vogliamo rivelare, perché spiega molte cose, sia per la trama sia per la scelta dello spazio. Una drammaturgia apparentemente semplice, ma che rivela moltissimo nei monologhi di Mondo sull’essere donna e immigrata. Uno svolgimento lineare e coerente scandito dall’uso delle sedie da parte degli attori che trasformano lo spazio in modo chiaro e composto. Gli attori, bravissimi, con una recitazione straniante sottolineano la forza del testo. Uno spettacolo inusuale, forse lontano dal nostro modo di fare teatro, lasciato spesso alla pancia e all’emozione. Un testo “detto” che passa con la forza della bella parola (brava Christina Masciotti, interessante drammaturga newyorkese). Una nota: per chi, come me, fatica a seguire un testo in inglese, l’essere costretti a leggere i sottotitoli comporta un’attenzione che a volte si perde nella recitazione. E si legge davvero il testo e si apprezza la scrittura, a volte più dello spettacolo in...

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Se la Guerrilla è una riflessione sul presente
Set15

Se la Guerrilla è una riflessione sul presente

di Alessia Stefanini

15 Set 2017

Un inizio di stagione promettente questo Guerrilla, portato in scena per la prima volta in Italia alla Triennale Teatro dell’Arte dal gruppo spagnolo El Conde de Torrefiel, compagnia giovane, fondata a Barcellona nel 2010, che da subito si è imposta sul panorama europeo. Tramite una call pubblicata quest’estate, sono stati coinvolti numerosi milanesi, che hanno collaborato condividendo con la compagnia le proprie esperienze e i propri vissuti. Questo materiale documentario, alternato a una buona dose di fiction (che, svolgendosi nel futuro, diventa quasi fantascienza) è stato la base su cui la compagnia ha scritto il testo, proiettato sullo schermo durante lo spettacolo. Questo è suddiviso in tre parti, ambientato in una giornata nel futuro, il 2019, anno di svolta per la pace mondiale. Sul palco gruppi di persone assistono a una conferenza di Angelica Liddell, partecipano a una lezione di Tai-Chi e ballano musica elettronica spaccatimpani a un rave alla periferia di una Milano, che potrebbe essere anche altrove. I cittadini condividono uno spazio e un luogo che diventano crocevia di pensieri e riflessioni dei singoli individui sul destino dell’umanità. È difficile parlare dello spettacolo senza svelarne la trama. Mi limiterò a dire che l’ho trovato molto interessante. Una riflessione che mi sto facendo io per prima, in questo periodo. Una riflessione sull’Europa – passata presente e futura – sul nostro essere cittadini del mondo, sulla noia, sulla tendenza dell’uomo alla guerra, sull’incapacità di analizzare l’oggi per capire il disastro di domani. È uno spettacolo che disturba, che stanca per certi versi perché richiede una costante lettura di testi bianchi su nero proiettati, a cui forse non siamo abituati, senza parole recitate, senza cambi scena, senza attori che vengono a prendere gli applausi. Uno spettacolo che porta a riflettere, che costringe a concentrarsi sulla parola, sul significato profondo della parola, sulla nostra società che fa fatica a restare nel presente, ma non ha altri posti dove andare perché il futuro fa paura e il passato, forse, pure. Meglio estraniarsi, rilassarsi, ballare e aspettare che le cose avvengano. Ma non sempre avvengono le cose che vorremmo. Ma poi, siamo in grado di capirle? Un inizio di stagione promettente e difficile in questo anno difficile per il mondo, in questo tempo che cambia e che si fa fatica a comprendere. Con un linguaggio fresco e interessante, a tratti forse un po’ retorico, ma l’essere umano è anche questo. L’uomo fa una grande cosa che non fanno gli animali: riflettere. E allora torniamo a riflettere, che se ne sente tanto il...

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