mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
Se pensassimo un veganesimo della tecnologia?
Mar03

Se pensassimo un veganesimo della tecnologia?

di Antonella Cicalò

3 Mar 2017

Anche gli esseri umani sono animali, ma oltre a respirare, riprodursi, nutrirsi e provare emozioni a vari livelli, hanno anche alcune prerogative che agli animali sono precluse: costruiscono e producono cose al di fuori del soddisfacimento delle più elementari necessità. Apice di ciò è la tecnologia sotto forma di oggetti ormai entrati nell’uso universalmente comune. Ma cosa sappiamo o vogliamo davvero sapere di questi prodotti? Analizziamo perfino la fatica dell’ape nel produrre il miele, riteniamo sfruttamento attaccare un cane alla slitta, un bue all’aratro, tosare una pecora. E poi postiamo il nostro proclama su internet, fotografiamo lo scempio per Instagram. Ma se guardassimo con coraggio (per documentare la sofferenza di animali e uomini ce ne vuole tanto) anche dentro ai nostri smartphone e ai nostri tablet? Ci vedremmo quello che hanno visto un anno fa, anche se il tema è stato ripreso da poco, Amnesty International e Afrewatch che all’inizio del 2016 hanno pubblicato un rapporto che denuncia l’impiego di cobalto proveniente dallo sfruttamento del lavoro minorile più selvaggio: quello dei bambini costretti nelle miniere. In This is what we die for: human rights abuses in the Democratic Republic of the Congo power the Global Trade in Cobalt, si prende in esame la catena delle forniture di cobalto, giungendo alla conclusione che alcune tra le più importanti aziende del mondo non possono – o non vogliono – garantire che i loro prodotti non utilizzino cobalto estratto da bambini-minatori. Tra queste società ci sono anche Apple, Sony, Samsung (quest’ultima avvierà ispezioni in loco di tutti i fornitori per certificare il rispetto dei diritti dei lavoratori, oltre che il rispetto per l’ambiente). Purtroppo, controllare la catena delle forniture è un compito assai difficile nonostante gli sforzi che una società può mettere in campo per evitare i cosiddetti conflit minerals, minerali provenienti da zone di guerra o da aree del pianeta dove le violenze sulla popolazione sono sistematiche. È noto il precedente dei diamanti. A questo proposito, gli Stati Uniti, hanno promulgato una legge al passo con i tempi per costringere le imprese a dichiarare se i propri prodotti sono esenti da materie prime insanguinate, la maggior parte delle quali provenienti proprio dalla Repubblica Democratica del Congo, ma riguarda materie prime come il coltan, il tantalio, lo stagno, l’oro e il tungsteno, ma non il cobalto. Uno dei più importanti consumatori di batterie, Tesla, esce indenne dalle accuse di Amnesty International grazie alla nuova fabbrica di batterie al litio in costruzione, che verrà rifornita di litio, grafite e cobalto provenienti esclusivamente dal Nord America. Si denuncia che i commercianti acquistano il metallo in varie località del Congo dove è diffusa la pratica dei minatori bambini (dai tre, quattro anni perché sono...

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MILLE ORTI IN AFRICA
Mar02

MILLE ORTI IN AFRICA

di Antonella Cicalò

2 Mar 2015

Nelle scuole, nei villaggi e nelle periferie delle città: è la sfida lanciata nel 2012 da Slow Food in occasione dell’incontro mondiale delle comunità del cibo Terra Madre*. Gli orti sono coltivati secondo tecniche sostenibili (compostaggio, preparati naturali per la difesa da infestanti e insetti, gestione razionale dell’acqua) con varietà locali e secondo i principi della consociazione fra alberi da frutta, verdure ed erbe medicinali. Il progetto, inoltre, intende promuovere lo scambio di sementi tra le comunità per salvaguardare la biodiversità e migliorare l’autonomia dei contadini. Gli orti di Terra Madre in Africa sono gestiti dalle comunità, ma anche da alcuni studenti che si sono laureati all’Università di Scienze Gastronomiche. Diversi giovani africani, infatti, grazie a borse di studio fornite da Slow Food, hanno studiato in Italia presso l’Università di Scienze Gastronomiche e, dopo la laurea, sono ritornati nelle loro comunità. Il progetto Mille orti in Africa consentirà infatti ad altri giovani di studiare in Italia e ritornare nel proprio Paese di origine per aiutare le comunità locali a rafforzare la propria economia e tutelare la propria identità culturale. La donazione prevista per sostenere le spese annuali di un orto è circa 900 euro ripartiti in: – Attrezzature: zappe, pale, rastrelli, innaffiatoi, sementi, piantine da trapianto…; – Formazione del personale locale e coordinamento delle attività in loco € 100; – Organizzazione di scambi di formazione con altri progetti, nello stesso paese o in paesi vicini; – Stampa e distribuzione di materiale didattico pubblicato nelle lingue locali (swahili, amarico, oromo, bambarà, wolof…) – Coordinamento generale del progetto e assistenza per consentire la realizzazione di orti in sintonia con la filosofia di Slow Food (con varietà locali, senza l’utilizzo di trattamenti chimici, ecc.) – Contributo a borse di studio per la formazione di giovani africani (presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo); – Contributo per coprire i costi di partecipazione delle comunità degli orti africane all’evento Terra Madre. Per fare un esempio, in Kenya l’agricoltura rappresenta oltre il 50% del prodotto interno lordo e occupa più del 70% della forza lavoro. Nonostante ciò, è pressoché assente dai programmi scolastici e la maggior parte dei giovani che completa gli studi primari e secondari non riceve alcun tipo di formazione per intraprendere attività agricole. Il progetto Orti scolastici in Kenya è nato nel 2005 su iniziativa dell’Ong Necofa (Network for Ecofarming in Africa), in collaborazione col convivium Slow Food Central Rift Valley e la Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus. L’obiettivo è stimolare un approccio positivo dei giovani kenioti verso l’agricoltura locale, le tradizioni alimentari e l’ambiente. Attraverso gli orti scolastici, gli studenti imparano a diversificare la propria alimentazione e a coltivare...

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Se la crisi è Pop
Nov03

Se la crisi è Pop

di Nicoletta Cicalò

3 Nov 2014

Alberto Pagliarino racconta crisi e finanza in chiave pop in occasione della Settimana dell’Investimento Sostenibile e Responsabile il 7 Novembre 2014 ore 21 al Nuovo Auditorium San Fedele in via Hoepli 3B a Milano. Pop Economix Live Show infatti è la conferenza spettacolo che dal 2012 ha narrato, mescolando teatro e giornalismo, la grande crisi iniziata nel 2008 a circa 40mila spettatori in oltre 150 città italiane e in tutti i contesti, dai grandi teatri agli oratori, dalle sedi sindacali ai festival, dalle aule scolastiche ai cortili. Scritta da Alberto Pagliarino, Nadia Lambiase e Paolo Piacenza e interpretata da Alberto Pagliarino con la supervisione artistica di Alessandra Rossi Ghiglione, Pop Economix Live Show taglia il traguardo della sua 200esima con la sua ultima e più ricca versione, proprio in occasione del suo incontro con la terza edizione della Settimana dell’Investimento Sostenibile e Responsabile organizzata dal Forum per la Finanza Sostenibile (www.settimanasri.it, hashtag #popxsri). Pop Economix Live Show intende infatti sollevare il sipario, attraverso il tono leggero ma rigoroso della narrazione teatrale, sul racconto della “lunga crisi” per capire come la finanza può divenire più trasparente e attenta alle ricadute economiche, sociali e ambientali. L’evento, che nasce grazie al sostegno della Fondazione Cariplo e si avvale della collaborazione di Mystery Coaching®, Susanna Gonnella srl, proporrà dunque la storia di Jack, l’americano medio che ha creduto nel sogno del mutuo per tutti, fino al punto di trasformare la sua casa in un bancomat e trovarsi sommerso di debiti. Ma racconterà anche il patto segreto, stipulato tra Christoforos, responsabile del debito pubblico greco, e Goldman Sachs. E seguirà il filo dei pensieri di Willy, speculatore finanziario che dice di stare dalla parte dei cittadini e dell’Europa.  Pop Economix Live Show, prodotto da Banca Popolare Etica, Teatro Popolare Europeo e Il Mutamento Zona Castalia (produttore esecutivo), è un grande racconto collettivo per ritrovare il filo della nostra memoria, mettere in fila i fatti, i nomi e i meccanismi che, senza neppure che ce ne accorgessimo, hanno travolto il nostro mondo e le nostre speranze negli ultimi quindici anni. Per comprendere perché niente ci sembra più come prima e decidere finalmente di diventare i protagonisti di questa storia. Qui sta la sfida: restituire significato e spessore narrativo a parole abusate rendendo tutti, ma proprio tutti, in grado di capire e dunque di scegliere, liberamente e consapevolmente. Pop Economix Live Show Ovvero da dove allegramente vien la crisi e dove va Una produzione di Pop Economix, Banca Popolare Etica, Teatro Popolare Europeo e Il Mutamento Zona Castalia (produttore esecutivo) Di Alberto Pagliarino, Nadia Lambiase e Paolo Piacenza Con Alberto Pagliarino Supervisione artistica di Alessandra Rossi...

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Povero Gini
Ago18

Povero Gini

di Antonella Cicalò

18 Ago 2014

«La povertà non è più senza fissa dimora». Lo ha recentemente sostenuto don Gussaga, fondatore degli empori della Caritas. «È meno apparente, ma è più profonda» diffusa e afona, coda velenosa della Terza Depressione mondiale, come l’ha chiamata il premio Nobel per l’economia Paul Krugman. Come in America anche in Italia la middle class ha visto falcidiate speranze e condizioni di vita. In termini di reddito, il nostro è un Paese sempre più diseguale e conflittuale tra ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. Le distanze si allargano: lo certificano l’Ocse, la Banca d’Italia, la Cei e la semplice osservazione quotidiana. «L’esperienza del 1992-93, quando l’economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza», ha scritto l’economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel libro Ricchi e poveri, edito dall’Università Bocconi di Milano. Più basso è l’indice Gini* (dal nome dell’economista italiano che lo ha messo a punto) più eguale è la società. Il nostro arriva a 35. Per fare raffronti: Polonia 37, Stati Uniti 38, Portogallo 42, Turchia 43, Messico 47. La Francia ha un coefficiente 28 e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è 30, la Danimarca e la Svezia 23. La diseguaglianza si calcola anche in un altro modo, dividendo la popolazione in decili: si prende il 10% più ricco e il 10% più povero e si calcola quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di 12 volte quello dei più poveri. Nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. In sintesi, secondo l’Ires «in Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri». In dieci anni le diseguaglianze si sono accresciute di oltre 5 punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, oggi è al 35 e non pare fermarsi qui. La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi. Secondo l’ultimo dato della Banca d’Italia (indagine su “I bilanci delle famiglie italiane”), il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell’intera ricchezza netta delle famiglie. Un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l’alto e affonda i più poveri, basta guardare i commensali dei punti di ristoro offerti dalla Caritas che oggi si presentano anche in giacca e cravatta, frutti del binomio società malata/economia malata (a Milano sono aumentati di circa il 15%). Due economisti...

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È il digital journalism, bellezza
Mag13

È il digital journalism, bellezza

di Alessia Stefanini

13 Mag 2014

È in grande crescita il giornalismo online. Dal 2008 (anno del primo Oriella Digital Journalism Study) a oggi l’incremento è stato strabiliante. Ma dove va questo mestiere? Oriella Digital Journalism Study è stato realizzato per la prima volta nel 2008 e offre una fotografia dell’utilizzo dei social media e delle tecnologie digitali nel mondo dei media. Oriella PR Network riunisce 16 agenzie di comunicazione in 23 Paesi in tutto il mondo. La partnership tra diverse agenzie indipendenti è stata creata basandosi su una serie di best practice globali e stretti rapporti di collaborazione. La ricerca di quest’anno è stata realizzata tra aprile e maggio 2013 in base alle risposte di 550 giornalisti in 15 paesi tra cui Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, Nuova Zelanda, Russia, Spagna, Svezia, Gran Bretagna e Stati Uniti, con una media di 38 giornalisti intervistati per ogni singolo Paese. Dall’ultimo studio, giunto alla sesta edizione, è emerso per esempio che un quarto dei giornalisti intervistati compila più versioni di una stessa storia, mentre un quinto ha dichiarato che il citizen journalism (il giornalismo partecipativo che riconosce ai lettori un ruolo attivo) ha per la propria testata la stessa credibilità delle testimonianze tradizionali di redattori, reporter e giornalisti. I media digitali stanno assumendo sempre più importanza anche nel fatturato delle pubblicazioni. La percentuale degli intervistati che conferma l’aumento della propria spesa per le applicazioni mobile nel corso degli ultimi due anni è pari al 40%, mentre l’utilizzo di applicazioni a pagamento premium per monetizzare i contenuti è aumentato di un terzo dal 2012. Lo studio indica il 2013 come l’anno della svolta nel mondo dei media: video, notizie in tempo reale, contenuti mobile e citizen journalism sono gli aspetti che caratterizzano la nuova fruizione delle news. Anche grazie alla grafica interattiva i lettori possono fare un proprio percorso attraverso le notizie. Questo processo comporta da una parte gli aggiornamenti in tempo reale degli eventi con testo e video ottimizzati per i piccoli schermi dei dispositivi. Dall’altra gli approfondimenti più ampi delle notizie. Lo studio rileva come i giornalisti utilizzino i social media per raccogliere notizie, ma comunque considerano più autorevoli e rilevanti le fonti attendibili e le relazioni pre-esistenti: il 51% dei giornalisti dichiara infatti che la propria fonte di notizie in materia di microblog è tale solo quando è già considerata attendibile da altri. Se la fonte è sconosciuta, l’utilizzo da parte dei giornalisti è di circa il 25%, praticamente la metà. Il 59% degli intervistati dichiara che gran parte delle notizie che trattano derivano da “conversazioni con esperti del settore”. Gli accademici sono considerati attendibili dal 70% dei giornalisti, gli esperti specializzati delle...

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