mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
Quanto vale un piatto di lenticchie?
Lug12

Quanto vale un piatto di lenticchie?

di Antonella Cicalò

12 Lug 2017

A giugno, i primi accenni di fioritura sul Pian Grande di Castelluccio di Norcia, dopo la  faticosissima semina. Predomina il giallo che si stende sulla grande piana; è dovuto a fiori che, come spiegano i coltivatori locali, appartengono a una pianta riconducibile alla famiglia delle margherite. Poi, è toccato al rosso dei papaveri, al blu dei fiordalisi e finalmente all’azzurrino chiaro della lenticchia che completa la fioritura. L’8 luglio è stata riaperta la strada provinciale 477 che collega Norcia a Castelluccio. A distanza di nove mesi si può così tornare sul Pian Grande e nel borgo distrutto dal terremoto. Tra difficoltà e sensi alternati regolati da semafori, ma comunque la strada c’è. Lungo il tragitto si continua a lavorare per accogliere non solo turismo, ma testimonianza solidale e affettuosa. Prima del terremoto era un paradiso delle vacanze a quota 1.452 metri e a pochi chilometri (circa 28) dalla celebre e suggestiva Norcia. La vista spazia lungo le tre piane in cui si divide questa distesa: Pian Grande, Pian Piccolo e Pian Perduto, per un totale di 15 km² di altopiano circondati dai Monti Sibillini e dominati dall’imponente Monte Vettore, con i suoi 2.476 m di altezza. Per diverse settimane tra maggio e luglio di ogni anno migliaia di fiori sbocciano e le tre piane esplodono di colori, con tonalità che vanno dal giallo ocra al rosso, dal viola al bianco. Si possono ammirare lenticchie (caratteristiche e coltivate a Castelluccio, di cui costituiscono uno dei prodotti più tipici), genzianelle, papaveri, narcisi, violette, asfodeli, viole Eugeniae, trifogli, acetoselle e molte altre ancora. La Festa della Fioritura cade  ogni anno nella terza e nell’ultima domenica di giugno, e tutto dipende dall’andamento climatico della stagione, in base al quale sarà possibile trovare più o meno specie, più o meno colori. Lo sviluppo e l’andamento della fioritura infatti sono affidati a fattori come quanto ha piovuto nei periodi invernale e primaverile e l’esposizione al sole e la semina, soprattutto della lenticchia. Oggi tutto questo acquista un significato diverso e interroga tutti sul rapporto con la natura e sulle risorse dell’intervento umano. La pioggia e il sole non sono nelle nostre disponibilità, lo smaltimento delle macerie e la ricostruzione...

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I Mercati della Terra
Mar11

I Mercati della Terra

di Antonella Cicalò

11 Mar 2015

«Senza una prospera economia locale, le persone non hanno potere e la terra non ha voce». Così sosteneva Wendell Berry, ne L’Idea di un’economia locale. Questo principio è alla base del progetto, coordinato dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità, dei Mercati della Terra: nati in relazione alla pressante esigenza di avvicinare la terra alla tavola e i consumatori ai produttori, creando una rete internazionale di mercati contadini il progetto si è via via sviluppato, a partire da uno studio internazionale sui farmers’ market americani. Lo studio è partito da alcuni studenti del master in Food Culture dell’Università di Scienze Gastronomiche finanziato dalla Regione Toscana e in base ai dati raccolti si sono definite le linee guida per focalizzarne lo scopo e distinguerlo da altri. Il modello pilota è stato il Mercatale di Montevarchi ad  Arezzo, nel 2005. Nel 2009 aprono Beirut, Israele, Bucarest e via via le aperture si susseguono in Italia e all’estero. Con la creazione dei Mercati della Terra, si sviluppa  internazionalmente una rete attraverso la quale, pur in differenti contesti culturali, geografici, rurali, urbani e sociali, opera una struttura condivisa dai mercati stessi e che funge da riferimento e guida nel rispetto  della diversità e unicità di ciascuna realtà. Attualmente la rete comprende oltre all’Italia anche Austria, Bulgaria, India, Isola Mauritius, Israele, Libano, Messico, Mozambico, Poerorico, Turchia e Stati Uniti. Ogni Mercato della Terra è una rete di per sé: comprende istituzioni, associazioni, cittadini, ristoratori e produttori che collaborano  a creare e gestire il “mercato”. Gli obiettivi  arrivano a includere anche la creazione di gruppi d’acquisto e il coinvolgimento delle mense collettive e scolastiche locali. I mercati che fanno parte di un gruppo attivo e connesso sono infatti più forti e meglio in grado di dare un contributo significativo alla vita della propria comunità. Al primo posto vengono i produttori e i co-produttori, cioè consumatori che vanno oltre un ruolo passivo, ma si interessano a quanti producono il cibo, al modo in cui ha luogo questo processo, ai problemi dei produttori, diventando a loro volta consapevoli del processo di produzione. Ove possibile, i co-produttori mantengono strette relazioni con contadini, pescatori, allevatori, casari, non solo acquistando da loro, ma anche chiedendo informazioni e consigli. In questo modo possono comprendere meglio cos’è la qualità e accrescere la consapevolezza di ciò che significa un’alimentazione più salutare, gustosa e responsabile nel proprio territorio. Il contatto diretto fra consumatori e produttori è un dei modi più efficaci per raggiungere questa consapevolezza, e un mercato contadino è  quanto di più conveniente e piacevole ci sia per rafforzare questa relazione. Consumatori più informati e consapevoli motivano a lavorare usando tecniche che salvaguardino la...

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MILLE ORTI IN AFRICA
Mar02

MILLE ORTI IN AFRICA

di Antonella Cicalò

2 Mar 2015

Nelle scuole, nei villaggi e nelle periferie delle città: è la sfida lanciata nel 2012 da Slow Food in occasione dell’incontro mondiale delle comunità del cibo Terra Madre*. Gli orti sono coltivati secondo tecniche sostenibili (compostaggio, preparati naturali per la difesa da infestanti e insetti, gestione razionale dell’acqua) con varietà locali e secondo i principi della consociazione fra alberi da frutta, verdure ed erbe medicinali. Il progetto, inoltre, intende promuovere lo scambio di sementi tra le comunità per salvaguardare la biodiversità e migliorare l’autonomia dei contadini. Gli orti di Terra Madre in Africa sono gestiti dalle comunità, ma anche da alcuni studenti che si sono laureati all’Università di Scienze Gastronomiche. Diversi giovani africani, infatti, grazie a borse di studio fornite da Slow Food, hanno studiato in Italia presso l’Università di Scienze Gastronomiche e, dopo la laurea, sono ritornati nelle loro comunità. Il progetto Mille orti in Africa consentirà infatti ad altri giovani di studiare in Italia e ritornare nel proprio Paese di origine per aiutare le comunità locali a rafforzare la propria economia e tutelare la propria identità culturale. La donazione prevista per sostenere le spese annuali di un orto è circa 900 euro ripartiti in: – Attrezzature: zappe, pale, rastrelli, innaffiatoi, sementi, piantine da trapianto…; – Formazione del personale locale e coordinamento delle attività in loco € 100; – Organizzazione di scambi di formazione con altri progetti, nello stesso paese o in paesi vicini; – Stampa e distribuzione di materiale didattico pubblicato nelle lingue locali (swahili, amarico, oromo, bambarà, wolof…) – Coordinamento generale del progetto e assistenza per consentire la realizzazione di orti in sintonia con la filosofia di Slow Food (con varietà locali, senza l’utilizzo di trattamenti chimici, ecc.) – Contributo a borse di studio per la formazione di giovani africani (presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo); – Contributo per coprire i costi di partecipazione delle comunità degli orti africane all’evento Terra Madre. Per fare un esempio, in Kenya l’agricoltura rappresenta oltre il 50% del prodotto interno lordo e occupa più del 70% della forza lavoro. Nonostante ciò, è pressoché assente dai programmi scolastici e la maggior parte dei giovani che completa gli studi primari e secondari non riceve alcun tipo di formazione per intraprendere attività agricole. Il progetto Orti scolastici in Kenya è nato nel 2005 su iniziativa dell’Ong Necofa (Network for Ecofarming in Africa), in collaborazione col convivium Slow Food Central Rift Valley e la Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus. L’obiettivo è stimolare un approccio positivo dei giovani kenioti verso l’agricoltura locale, le tradizioni alimentari e l’ambiente. Attraverso gli orti scolastici, gli studenti imparano a diversificare la propria alimentazione e a coltivare...

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L’Agri-Cultura
Feb27

L’Agri-Cultura

di Andrea Santillana

27 Feb 2015

    La Carta di Milano, presentata dall’oncologo Umberto Veronesi il 26 ottobre 2011, è una realtà: un nuovo patto con al centro la sostenibilità alimentare da tutte le angolazioni. L’innovazione per un’agricoltura e un’alimentazione sostenibili sono infatti la vera sfida del nuovo millennio, a cominciare dai Paesi nei quali l’accesso al cibo non è ancora garantito per finire con quelli sviluppati dove, al contrario, è l’eccesso e lo spreco a fare incalcolabili danni. Avremo cibo a sufficienza per tutta la popolazione mondiale domani? Sette miliardi miliardi, con un miliardo di persone su sette che muore di fame, e un altro miliardo sovranutrito, che cerca invano di bruciare calorie accumulate con uno stile di vita sbagliato. L’obiettivo della Carta, oltre a raccogliere contributi scientifici al più alto livello di economisti, scienziati, operatori del settore e istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, è anche quello di elaborare un Codice etico dell’alimentazione, contro gli sprechi e le speculazioni alimentari. Il processo investe tutta la filiera degli operatori. Dal campo alla grande distribuzione organizzata. L’Italia, travolta in pochi anni dalla rivoluzione industriale, ha perso progressivamente perso il contatto con le sue origini e solo ora comincia a ridisegnare una figura moderna di agricoltore. Eppure è percepibile nel consumatore (il recente XXXIII convegno dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica in Bocconi a Milano ne è l’ultimo esempio) è viva la “nostalgia” per il contatto con la produzione del cibo. Nonostante la crisi cresce il numero di chi acquista regolarmente prodotti a denominazione di origine, mentre l’opposizione generalizzata agli Ogm ha portato all’alt sancito anche dall’Unione Europea anche se in questo delicato settore molto resta da fare per una corretta informazione che consenta decisioni responsabili e critiche non preconcette. Le percentuali di italiani che acquistano prodotti a denominazione bio o dagli agricoltori confermano che la crisi non ha inciso sul bisogno di sicurezza alimentare dei cittadini che anzi continuano a manifestare un forte interesse per le produzioni percepite come sane, caratterizzate dal punto di vista del valore dell’identità locale e sostenibili per l’ambiente. Ma di cosa parliamo quando facciamo riferimento a coltivazioni e agricoltura in Italia? Il dossier di Coldiretti sulle giovani imprese rileva come nella green economy è possibile creare lavoro a partire dalla vendita e l’affitto dei terreni pubblici agricoli. Citiamo: Il protocollo d’intesa firmato a fine 2014 dalla Conferenza delle Regioni, dal Ministero delle Politiche Agricole, l’Ismea, l’Anci e l’Agenzia del Demanio prevede infatti la cessione ai giovani dei terreni agricoli che fanno capo a regioni ed enti locali; oltre 140mila ettari di superficie agricola utilizzata censiti dall’Istat per un valore stimato in 2,8 miliardi di euro sulla base dei valori fondiari medi...

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Agricoltura d’Egitto? Sì, è possibile
Feb22

Agricoltura d’Egitto? Sì, è possibile

di Antonella Cicalò

22 Feb 2015

Dopo il decreto che proroga il bando al mais Mon 810 della Monsanto e anticipa la nuova direttiva Ue che sancisce il diritto dei singoli Paesi a decidere se accettare o meno i prodotti transgenici, prendono nuovo slancio le tecniche e le colture  che evitano la manipolazione genetica, con ottimi risultati. La decisione impegna ulteriormente l’Italia nella battaglia per l’alimentazione di altissima qualità. E’ questo il parere unanime di Roberto Moncalvo di Coldiretti, Vincenzo Vizioli presidente di Aiab, l’associazione del biologico, Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace, oltre naturalmente a Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del FAI e che da anni anima incontri internazionali sull’argomento alle sue Cascine Orsine – La Zelata di Bereguardo (Pv), nel Parco del Ticino. E’ il FAI stesso, attraverso iniziative come la Via Lattea – Più AgriCultura = più Cibo, più Salute, più Lavoro, più Difesa del Territorio, che in cinque anni si è impegnato  per promuovere e valorizzare l’immenso patrimonio di natura e cultura della cintura agricola che cinge Milano, un territorio che, con oltre 47.000 ettari, rappresenta una delle aree verdi metropolitane più estese d’Europa, punteggiata com’è da cascine, abbazie millenarie, mulini e borghi storici, esempio della fruttuosa e storica integrazione tra testimonianze culturali e realtà produttive, tipico della Lombardia. A questo eccezionale comprensorio il Fondo per l’Ambiente Italiano ha dedicato anche una sezione della mostra fotografica “Conoscere a amare l’Italia” attraverso le fotografie di Renato Bazzoni, fondatore con Giulia Maria Mozzoni Crespi del FAI stesso, oltre  a una pubblicazione (Amare l’Italia e nutrirsi del suo paesaggio) che affianca al testo e agli scatti di Renato Bazzoni una serie di fotografie contemporanee per documentare l’evoluzione della “Verde Lombardia”. Ecco allora che ha particolare significato l’augurio formulato proprio da Giulia Maria Mozzoni Crespi al XXXIII Convegno  dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica “Oltre Expo. Alleanze per nutrire il pianeta. Sì, è possibile”, patrocinato  da FAI, Fondazione Feltrinelli e Slow Food. Dopo anni e anni in cui il modello di nuova agricoltura teorizzato (e praticato) dal filosofo austriaco Rudolf Steiner  (1861-1925) sembrava relegato in una nicchia accessibile solo a una ristretta élite, oggi le sue concezioni antroposofiche conoscono un  rilancio in settori come agricoltura, alimentazione, paesaggio, ambiente, che sono il volano del  patrimonio di credibilità dell’Italia nel mondo.Una cultura viva e capace di generare ricadute occupazionali ed economiche di grande valore. Il mondo dell’agricoltura biodinamica è infatti composto in Italia da oltre 4.500 piccole e grandi aziende e il numero si moltiplica se si considera anche il settore del biologico. Alcune delle pratiche dell’agricoltura biodinamica hanno una radice comune con quelle dell’agricoltura biologica, ma la biodinamica ha un punto di vista più...

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Il prato armato
Apr04

Il prato armato

di Andrea Santillana

4 Apr 2014

Che relazioni ci sono tra suolo, pianta e acqua? Dagli orti sociali al bosco, dal parco zoo al verde verticale tutte le tipologie hanno in comune un fattore ambientale di primaria importanza: l’acqua. Relazioni tra pianta, suolo e acqua Se parliamo di tappeti erbosi, vale a dire i comuni prati coltivati o spontanei che a tutti pare di conoscere, forse non sappiamo che si dividono generalmente in due principali tipologie, in relazione al clima dell’ambiente: Le specie microterme. Si tratta di graminacee che si sono adattate a crescere in climi di carattere prevalentemente freddo-umido. In linea di massima hanno un intervallo di temperature ottimali comprese fra i 10 e i 18 C° per quanto riguarda l’attività delle radici e di 15-24 C° per la parte vegetativa aerea. Fanno parte di questo gruppo l’agrostis, la festuca, il lolium e la poa. Specie macroterme. Si tratta di specie costituite da graminacee provenienti da ambienti caldo-secchi e caldo-umidi. Hanno temperature di sviluppo ottimali che superano i 18 ° C di temperatura dell’aria.bSono macroterme cynodon, paspalum, axonopus, pennisetum, stenotaphrum, eremochloa, boutelona, buchloe, zoysia. In Italia queste specie sono poco usate anche se potenzialmente sono in grado di coprire zone dell’Italia centro-meridionale dove le microterme hanno problemi di insediamento. In un’area verde vi è un numero elevatissimo di specie, con esigenze irrigue differenti, ma normalmente quella predominante in termini di superficie risulta essere proprio il tappeto erboso. Il contenuto idrico di un bel prato è compreso tra l’80 ed il 90% in peso e diminuzioni anche solo del 10% possono limitarne drasticamente le attività vitali, arrestare la crescita e nei casi più grave causarne la morte. Ovviamente alcune specie resistono meglio di altre, ma nessuna è in grado di resistere a deficit idrici consistenti e che avvengono in modo repentino. Le piogge rappresentano la fonte di acqua principale per il terreno, ma il totale delle precipitazioni ha però un peso relativo rispetto alla frequenza delle precipitazioni e dalla loro distribuzione nel corso dell’anno. L’acqua costitutiva di una specie del tappeto erboso rappresenta generalmente l’1-2% del totale dell’acqua assorbita che in gran parte viene persa per traspirazione. Possono essere necessari anche 600 litri di acqua per produrre un solo kg di sostanza secca. Per specie microterme come il lolium perenne è possibile passare da 0,5-0,6 mm/gg a 5- 8 mm/gg nel corso dell’anno. Tranne nel caso in cui l’acqua sia disponibile senza limitazioni, la domanda idrica di un ambiente in un determinato momento è raramente eguagliata all’offerta. L’acqua realmente perduta costituisce l’evapotraspirazione reale. Tanto più questo valore si discosta dall’evaporazione potenziale, tanto maggiori sono il deficit e il conseguente rischio di stress. Normalmente questi deficit sopraggiungono quando...

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