martedì 21 novembre 2017
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I Mercati della Terra
Mar11

I Mercati della Terra

di Antonella Cicalò

11 Mar 2015

«Senza una prospera economia locale, le persone non hanno potere e la terra non ha voce». Così sosteneva Wendell Berry, ne L’Idea di un’economia locale. Questo principio è alla base del progetto, coordinato dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità, dei Mercati della Terra: nati in relazione alla pressante esigenza di avvicinare la terra alla tavola e i consumatori ai produttori, creando una rete internazionale di mercati contadini il progetto si è via via sviluppato, a partire da uno studio internazionale sui farmers’ market americani. Lo studio è partito da alcuni studenti del master in Food Culture dell’Università di Scienze Gastronomiche finanziato dalla Regione Toscana e in base ai dati raccolti si sono definite le linee guida per focalizzarne lo scopo e distinguerlo da altri. Il modello pilota è stato il Mercatale di Montevarchi ad  Arezzo, nel 2005. Nel 2009 aprono Beirut, Israele, Bucarest e via via le aperture si susseguono in Italia e all’estero. Con la creazione dei Mercati della Terra, si sviluppa  internazionalmente una rete attraverso la quale, pur in differenti contesti culturali, geografici, rurali, urbani e sociali, opera una struttura condivisa dai mercati stessi e che funge da riferimento e guida nel rispetto  della diversità e unicità di ciascuna realtà. Attualmente la rete comprende oltre all’Italia anche Austria, Bulgaria, India, Isola Mauritius, Israele, Libano, Messico, Mozambico, Poerorico, Turchia e Stati Uniti. Ogni Mercato della Terra è una rete di per sé: comprende istituzioni, associazioni, cittadini, ristoratori e produttori che collaborano  a creare e gestire il “mercato”. Gli obiettivi  arrivano a includere anche la creazione di gruppi d’acquisto e il coinvolgimento delle mense collettive e scolastiche locali. I mercati che fanno parte di un gruppo attivo e connesso sono infatti più forti e meglio in grado di dare un contributo significativo alla vita della propria comunità. Al primo posto vengono i produttori e i co-produttori, cioè consumatori che vanno oltre un ruolo passivo, ma si interessano a quanti producono il cibo, al modo in cui ha luogo questo processo, ai problemi dei produttori, diventando a loro volta consapevoli del processo di produzione. Ove possibile, i co-produttori mantengono strette relazioni con contadini, pescatori, allevatori, casari, non solo acquistando da loro, ma anche chiedendo informazioni e consigli. In questo modo possono comprendere meglio cos’è la qualità e accrescere la consapevolezza di ciò che significa un’alimentazione più salutare, gustosa e responsabile nel proprio territorio. Il contatto diretto fra consumatori e produttori è un dei modi più efficaci per raggiungere questa consapevolezza, e un mercato contadino è  quanto di più conveniente e piacevole ci sia per rafforzare questa relazione. Consumatori più informati e consapevoli motivano a lavorare usando tecniche che salvaguardino la...

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L’Agri-Cultura
Feb27

L’Agri-Cultura

di Andrea Santillana

27 Feb 2015

    La Carta di Milano, presentata dall’oncologo Umberto Veronesi il 26 ottobre 2011, è una realtà: un nuovo patto con al centro la sostenibilità alimentare da tutte le angolazioni. L’innovazione per un’agricoltura e un’alimentazione sostenibili sono infatti la vera sfida del nuovo millennio, a cominciare dai Paesi nei quali l’accesso al cibo non è ancora garantito per finire con quelli sviluppati dove, al contrario, è l’eccesso e lo spreco a fare incalcolabili danni. Avremo cibo a sufficienza per tutta la popolazione mondiale domani? Sette miliardi miliardi, con un miliardo di persone su sette che muore di fame, e un altro miliardo sovranutrito, che cerca invano di bruciare calorie accumulate con uno stile di vita sbagliato. L’obiettivo della Carta, oltre a raccogliere contributi scientifici al più alto livello di economisti, scienziati, operatori del settore e istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, è anche quello di elaborare un Codice etico dell’alimentazione, contro gli sprechi e le speculazioni alimentari. Il processo investe tutta la filiera degli operatori. Dal campo alla grande distribuzione organizzata. L’Italia, travolta in pochi anni dalla rivoluzione industriale, ha perso progressivamente perso il contatto con le sue origini e solo ora comincia a ridisegnare una figura moderna di agricoltore. Eppure è percepibile nel consumatore (il recente XXXIII convegno dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica in Bocconi a Milano ne è l’ultimo esempio) è viva la “nostalgia” per il contatto con la produzione del cibo. Nonostante la crisi cresce il numero di chi acquista regolarmente prodotti a denominazione di origine, mentre l’opposizione generalizzata agli Ogm ha portato all’alt sancito anche dall’Unione Europea anche se in questo delicato settore molto resta da fare per una corretta informazione che consenta decisioni responsabili e critiche non preconcette. Le percentuali di italiani che acquistano prodotti a denominazione bio o dagli agricoltori confermano che la crisi non ha inciso sul bisogno di sicurezza alimentare dei cittadini che anzi continuano a manifestare un forte interesse per le produzioni percepite come sane, caratterizzate dal punto di vista del valore dell’identità locale e sostenibili per l’ambiente. Ma di cosa parliamo quando facciamo riferimento a coltivazioni e agricoltura in Italia? Il dossier di Coldiretti sulle giovani imprese rileva come nella green economy è possibile creare lavoro a partire dalla vendita e l’affitto dei terreni pubblici agricoli. Citiamo: Il protocollo d’intesa firmato a fine 2014 dalla Conferenza delle Regioni, dal Ministero delle Politiche Agricole, l’Ismea, l’Anci e l’Agenzia del Demanio prevede infatti la cessione ai giovani dei terreni agricoli che fanno capo a regioni ed enti locali; oltre 140mila ettari di superficie agricola utilizzata censiti dall’Istat per un valore stimato in 2,8 miliardi di euro sulla base dei valori fondiari medi...

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Agricoltura d’Egitto? Sì, è possibile
Feb22

Agricoltura d’Egitto? Sì, è possibile

di Antonella Cicalò

22 Feb 2015

Dopo il decreto che proroga il bando al mais Mon 810 della Monsanto e anticipa la nuova direttiva Ue che sancisce il diritto dei singoli Paesi a decidere se accettare o meno i prodotti transgenici, prendono nuovo slancio le tecniche e le colture  che evitano la manipolazione genetica, con ottimi risultati. La decisione impegna ulteriormente l’Italia nella battaglia per l’alimentazione di altissima qualità. E’ questo il parere unanime di Roberto Moncalvo di Coldiretti, Vincenzo Vizioli presidente di Aiab, l’associazione del biologico, Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace, oltre naturalmente a Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del FAI e che da anni anima incontri internazionali sull’argomento alle sue Cascine Orsine – La Zelata di Bereguardo (Pv), nel Parco del Ticino. E’ il FAI stesso, attraverso iniziative come la Via Lattea – Più AgriCultura = più Cibo, più Salute, più Lavoro, più Difesa del Territorio, che in cinque anni si è impegnato  per promuovere e valorizzare l’immenso patrimonio di natura e cultura della cintura agricola che cinge Milano, un territorio che, con oltre 47.000 ettari, rappresenta una delle aree verdi metropolitane più estese d’Europa, punteggiata com’è da cascine, abbazie millenarie, mulini e borghi storici, esempio della fruttuosa e storica integrazione tra testimonianze culturali e realtà produttive, tipico della Lombardia. A questo eccezionale comprensorio il Fondo per l’Ambiente Italiano ha dedicato anche una sezione della mostra fotografica “Conoscere a amare l’Italia” attraverso le fotografie di Renato Bazzoni, fondatore con Giulia Maria Mozzoni Crespi del FAI stesso, oltre  a una pubblicazione (Amare l’Italia e nutrirsi del suo paesaggio) che affianca al testo e agli scatti di Renato Bazzoni una serie di fotografie contemporanee per documentare l’evoluzione della “Verde Lombardia”. Ecco allora che ha particolare significato l’augurio formulato proprio da Giulia Maria Mozzoni Crespi al XXXIII Convegno  dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica “Oltre Expo. Alleanze per nutrire il pianeta. Sì, è possibile”, patrocinato  da FAI, Fondazione Feltrinelli e Slow Food. Dopo anni e anni in cui il modello di nuova agricoltura teorizzato (e praticato) dal filosofo austriaco Rudolf Steiner  (1861-1925) sembrava relegato in una nicchia accessibile solo a una ristretta élite, oggi le sue concezioni antroposofiche conoscono un  rilancio in settori come agricoltura, alimentazione, paesaggio, ambiente, che sono il volano del  patrimonio di credibilità dell’Italia nel mondo.Una cultura viva e capace di generare ricadute occupazionali ed economiche di grande valore. Il mondo dell’agricoltura biodinamica è infatti composto in Italia da oltre 4.500 piccole e grandi aziende e il numero si moltiplica se si considera anche il settore del biologico. Alcune delle pratiche dell’agricoltura biodinamica hanno una radice comune con quelle dell’agricoltura biologica, ma la biodinamica ha un punto di vista più...

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Se il  biologico ci va di-stretto
Apr04

Se il biologico ci va di-stretto

di Antonella Cicalò

4 Apr 2014

Sono ormai diversi anni, grazie a un elevato ritmo di crescita sia in termini di superfici che di aziende operanti, che l’agricoltura biologica rappresenta una realtà consolidata a livello mondiale in cui l’Italia è tra i Paesi leader.  Da questa premessa è possibile concepire uno sviluppo rurale sostenibile centrato sui distretti biologici, ossia sull’organizzazione di grandi aree dedicate alle produzioni biologiche in cui l’adozione di politiche di rete – rivolte alla valorizzazione del prodotto locale e alla qualità ambientale – genera economie di scala tali da realizzare concretamente dei modelli alternativi all’agricoltura convenzionale.* Negli ultimi anni l’agricoltura biologica ha fatto registrare tassi di crescita rilevanti in quasi tutto il mondo – sia nei Paesi più industrializzati, sia in quelli emergenti e in via di sviluppo – affermandosi come uno dei comparti più vitali nell’ambito della produzione primaria, conquistando fasce sempre più ampie di mercato, con un incremento costante delle produzioni e delle superfici dedicate e attestandosi come il modello di agricoltura sostenibile più diffuso a livello globale. L’Italia, con oltre un milione di ettari coltivati con il metodo biologico e quasi 50.000 operatori certificati, si posiziona tra i Paesi leader nel settore dell’agricoltura biologica su scala mondiale. Se consideriamo i dati riferiti all’Unione europea, l’Italia si classifica al primo posto e seconda in assoluto in Europa dietro alla Turchia (43.716 contro 42.041)**. L’Italia,  secondo gli ultimi dati del Sinab (Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica), si riconferma come il primo Paese dell’Unione europea per numero di aziende del settore. Ricordiamo che  da noi  opera l’Upbio – Unione Nazionale dei Produttori Biologici e Biodinamici aderenti alla FederBio, federazione di rilevanza nazionale, nata per rappresentare e tutelare il biologico italiano, favorendone la conoscenza e la più ampia diffusione. Attraverso le organizzazioni attualmente associate, FederBio raggruppa la quasi totalità della rappresentanza del settore biologico, sia a livello nazionale sia regionale, in cui si riconoscono le principali realtà attive in Italia nei settori della produzione, trasformazione, distribuzione, certificazione, normazione e tutela degli interessi degli operatori, dei tecnici e dei consumatori di prodotti certificabili come bio. Ci rendiamo conto che sigle e numeri sono meno accattivanti delle famigliole felici tra mucche e frutteti, ma è tra queste organizzazioni che bisogna cercare le informazioni che ci tutelano davvero. Il primato d’eccellenza italiano è stato favorito da diversi fattori. In particolare, la struttura geografica della nostra penisola ha facilitato lo sviluppo di piccole e medie aziende a conduzione familiare che hanno scommesso sulla qualità, sull’eccellenza, sulla tradizione e sulla tipicità delle produzioni. Questo tipo di tessuto produttivo ha agevolato, fin dall’inizio, il processo di conversione al metodo biologico. Secondo Federico Grazioli – Presidente di Accredia (l’Ente italiano...

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