mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
L’importante è la rosa
Mar16

L’importante è la rosa

di Antonella Cicalò

16 Mar 2017

L’important c’est la rose cantava nel 1968 Gilbert Becaud. L’importante è la rosa è anche il titolo di un piccolo volume di Bruno Ferrero, pubblicato da Elledieci nella collana Piccole storie per l’anima, che prende il titolo da un aneddoto che riguarda il poeta tedesco Rilke durante un soggiorno parigino. All’angolo della via che percorreva abitualmente sostava in permanenza una mendicante, immobile come una statua, con la mano tesa e gli occhi fissi al suolo. Rilke non le dava mai nulla, mentre la sua compagna donava spesso qualche moneta, esortandolo a fare altrettanto. «Dovremmo regalare qualcosa al suo cuore, non alle sue mani», le rispose il poeta che il giorno dopo arrivò con una splendida rosa appena sbocciata che le depose in mano. Accadde allora qualcosa d’inatteso: la mendicante alzò gli occhi, guardò il poeta, si sollevò a stento da terra, prese la mano dell’uomo e la baciò. Poi se ne andò stringendo al petto la rosa . Per una intera settimana nessuno la vide più. Ma otto giorni dopo era di nuovo nel solito angolo, silenziosa e immobile come sempre. «Di che cosa avrà vissuto in tutti questi giorni», si chiese la giovane francese. «Della rosa», rispose il poeta. Il preambolo ci porta a oggi, dove la rosa, offerta a un’altra povertà morale, a un altro tipo di degrado, è stata spezzata e calpestata. È successo a Lodi, ma poteva essere Vigevano. Nel secondo caso i persecutori sono stati arrestati. Nel primo caso (lo scempio dei fiori sul luogo dove è morto il ladro di Casaletto Lodigiano) l’autore purtroppo è rimasto anonimo. La matrice è la stessa, la crudeltà, alla quale la definizione letterale del dizionario restituisce tutta la sua pericolosità: «La crudeltà è l’indifferenza alla sofferenza accompagnata spesso dal piacere nell’infliggerla. I modi di infliggere sofferenza possono coinvolgere la violenza ma ci sono altri metodi che non la riguardano. Per esempio, se una persona sta annegando e vi sta chiedendo aiuto, non aiutarla ma guardarla divertendosi è un atto di crudeltà, ma non violenza (stavolta siamo a Venezia, ndr). La persona crudele ha solitamente una supremazia sul soggetto debole tanto che il termine viene usato spesso riguardo al trattamento degli animali, dei bambini, dei vecchi e dei prigionieri». Come è debole una...

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La prima cotta di Poretti
Nov09

La prima cotta di Poretti

di Nicoletta Cicalò

9 Nov 2015

Angelo Poretti parte giovane da Varese, gira l’Europa e scopre una grande passione: la birra. Impara le ricette e i segreti del mestiere dai migliori mastri birrai di Austria, Boemia e Baviera e poi decide di importarla e diffonderla in Italia, riadattandola al gusto nazionale. Costruisce quindi il suo birrificio in Valganna, scelta per l’acqua purissima delle fonti, indispensabile per una vera birra di qualità. L’impresa conquista in breve tempo una grande popolarità e nel 1881, in occasione di un’altra Esposizione Nazionale a Milano, i visitatori possono assaggiare la prima pilsner italiana: un tipo di birra sviluppata nella città boema di Plzen (Pilsen in tedesco) che assegna al luppolo un ruolo particolarmente marcato. Non avrà figli e alla sua morte, nel 1901, il birrificio passa nelle mani dei nipoti Angelo Magnani e Edoardo Chiesa che portano a compimento l’edificio che ancora oggi ospita le unità produttive dell’azienda. Dopo i nipoti arriva un’altra generazione d’imprenditori lombardi, i Bassetti, che acquistano l’azienda e ne rilanciano l’attività. Lo storico stabilimento di Induno Olona viene realizzato sul finire del XIX secolo dallo Studio di Architettura Bihl e Woltz di Stoccarda. Costruito secondo lo stile Jugendstil, il movimento tedesco dell’Art Nouveau, lo stabilimento è caratterizzato da elementi che collegano in modo coerente le esigenze funzionali della produzione industriale con il prestigio dell’immagine esteriore come dimostrano le grandi e ordinate vetrate che scandiscono con rigore le facciate, i mascheroni decorativi con teste di leoni alle sommità, le gigantesche lesene e la tinteggiatura in giallo e grigio. Tra le opere principali che tutt’ora rappresentano lo stabilimento vale la pena ricordare la grande Sala di Cottura, realizzata nel 1908, raro esemplare di luogo di produzione originale che conserva la suggestiva bellezza dei tini in rame, dei lampadari e delle piastrelle sagomate che conferiscono all’ambiente un luminoso effetto cromatico e la Torre dell’acqua, edificata a partire dal 1909, punto di riferimento visivo nel paesaggio circostante che conserva la funzione originaria di serbatoio dell’acqua. Ad Angelo Magnani risale, invece, la realizzazione di Villa Magnani, la grande abitazione ultimata nel 1905 che sostituisce la vecchia residenza dei Poretti. Il compito viene affidato all’architetto toscano Ulisse Stacchini (noto ai più come ideatore della Stazione Centrale di Milano) che la costruisce nel parco botanico circostante la fabbrica in posizione dominante rispetto allo stabilimento. Il risultato “monumentale” in perfetto stile Liberty è generalmente considerato uno delle migliori opere dello Stacchini. La bellezza dello stabilimento, nella sua interezza, è tale da essere meta ogni anno di moltissimi visitatori nonché uno dei beni aperti al pubblico durante le Giornate di Primavera del FAI – Fondo Ambiente Italiano con punte di 5.000 visitatori in un weekend....

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I Mercati della Terra
Mar11

I Mercati della Terra

di Antonella Cicalò

11 Mar 2015

«Senza una prospera economia locale, le persone non hanno potere e la terra non ha voce». Così sosteneva Wendell Berry, ne L’Idea di un’economia locale. Questo principio è alla base del progetto, coordinato dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità, dei Mercati della Terra: nati in relazione alla pressante esigenza di avvicinare la terra alla tavola e i consumatori ai produttori, creando una rete internazionale di mercati contadini il progetto si è via via sviluppato, a partire da uno studio internazionale sui farmers’ market americani. Lo studio è partito da alcuni studenti del master in Food Culture dell’Università di Scienze Gastronomiche finanziato dalla Regione Toscana e in base ai dati raccolti si sono definite le linee guida per focalizzarne lo scopo e distinguerlo da altri. Il modello pilota è stato il Mercatale di Montevarchi ad  Arezzo, nel 2005. Nel 2009 aprono Beirut, Israele, Bucarest e via via le aperture si susseguono in Italia e all’estero. Con la creazione dei Mercati della Terra, si sviluppa  internazionalmente una rete attraverso la quale, pur in differenti contesti culturali, geografici, rurali, urbani e sociali, opera una struttura condivisa dai mercati stessi e che funge da riferimento e guida nel rispetto  della diversità e unicità di ciascuna realtà. Attualmente la rete comprende oltre all’Italia anche Austria, Bulgaria, India, Isola Mauritius, Israele, Libano, Messico, Mozambico, Poerorico, Turchia e Stati Uniti. Ogni Mercato della Terra è una rete di per sé: comprende istituzioni, associazioni, cittadini, ristoratori e produttori che collaborano  a creare e gestire il “mercato”. Gli obiettivi  arrivano a includere anche la creazione di gruppi d’acquisto e il coinvolgimento delle mense collettive e scolastiche locali. I mercati che fanno parte di un gruppo attivo e connesso sono infatti più forti e meglio in grado di dare un contributo significativo alla vita della propria comunità. Al primo posto vengono i produttori e i co-produttori, cioè consumatori che vanno oltre un ruolo passivo, ma si interessano a quanti producono il cibo, al modo in cui ha luogo questo processo, ai problemi dei produttori, diventando a loro volta consapevoli del processo di produzione. Ove possibile, i co-produttori mantengono strette relazioni con contadini, pescatori, allevatori, casari, non solo acquistando da loro, ma anche chiedendo informazioni e consigli. In questo modo possono comprendere meglio cos’è la qualità e accrescere la consapevolezza di ciò che significa un’alimentazione più salutare, gustosa e responsabile nel proprio territorio. Il contatto diretto fra consumatori e produttori è un dei modi più efficaci per raggiungere questa consapevolezza, e un mercato contadino è  quanto di più conveniente e piacevole ci sia per rafforzare questa relazione. Consumatori più informati e consapevoli motivano a lavorare usando tecniche che salvaguardino la...

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Chi si progetta gode
Set11

Chi si progetta gode

di Nicola D'Angelo

11 Set 2014

La parola progetto sembra appannaggio di professionisti e tecnici specializzati. In realtà è sinonimo di ideazione e si applica sia al contesto materiale che a quello immateriale. Tanto che si dice a buon diritto… progetto di vita. Quante volte si sente parlare di “progetti”: seguo un progetto per, sto portando avanti un progetto con, abbiamo avviato un progetto a favore di, eccetera. Ma cosa significa davvero la parola “progettare”? Che peso ha questa semplice e a volte abusata parola? Da designer (ma preferisco definirmi progettista) ed ex studente universitario, ammetto che la parola “progetto” era ed è all’ordine del giorno: possiede una forza unica a tutto tondo e attraente senza eguali. Riesce al tempo stesso a far sognare e confondere le idee agli stessi interlocutori, data la sua molteplicità multiuso. È tra le parole più abusate per sostituire la vecchia, semplice frase “sto lavorando”: progettare, diciamolo, sembra apparentemente qualcosa di più serio, proprio in quanto racchiude in sé la parola “progetto”, un valore aggiunto rispetto al semplice “svolgere un lavoro”, facendo supporre che dietro all’azione ci sia stata una fase preliminare di logica e ragionamento, ma spesso ciò non rispecchia la realtà! Herbert Alexander Simon (economista e psicologo americano del secolo scorso) identificava l’atto di progettazione come «l’azione per creare l’artificiale, un manufatto antropico come interfaccia tra materia e ambiente». Senza entrare troppo nel merito filosofico, limitiamoci a riflettere sull’uso corrente del termine e delle sue accezioni. La “progettazione” che, badate bene, in inglese si traduce design (e questa è la prima riflessione), è la conclusione del lavoro del progettista, in inglese designer (e questa è la seconda riflessione), mentre il termine “progetto” (dal latino proiectum, gettare avanti) si identifica come quel complesso di attività correlate tra loro e finalizzate a creare prodotti o servizi, rispondenti a obiettivi specifici predeterminati. Rappresenta quindi quell’azione alla base della costruzione e dell’ideazione di una forma, sia tangibile che intangibile, che si raggiunge solo grazie a studi e conoscenze sviluppate precedentemente. La parola “progetto” è quindi sinonimo di “ideazione”; significa prefigurare uno stato, un cambiamento da apportare di fronte a una situazione problematica: è un desiderio, un’idea da trasformare in realtà oltre a essere «un ottimo mezzo con il quale i giovani possono trasformare la società», come ebbe a dire Victor Papanek (1927-1999), architetto austriaco e designer e cioè progettista. Dotato di grande interesse antropologico per le popolazioni del Terzo Mondo e per le minoranze come disabili, anziani, classi disagiate, Papanek si rese conto che il design doveva soddisfare un mondo reale e riteneva che il progettista dovesse avere un atteggiamento responsabile nei confronti dell’umanità, per creare benessere secondo i principi del Social...

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Un “disegno” comune
Ago18

Un “disegno” comune

di Nicola D'Angelo

18 Ago 2014

Le comunità creative sono realtà che si dedicano alla progettazione per migliorare il contesto abitativo, trasformandosi a volte in veri e propri imprenditori grazie alla rete e al social design. Il “design sociale” vuole migliorare il mondo attraverso la progettazione senza distaccarsi dal sistema economico col quale deve co-operare. Il compito del designer è quello di trovare la responsabilità e la trasparenza che dovrebbero caratterizzare tutte le professioni che possono influire sul mondo. È in questi contesti che il nuovo designer diventa alleato fondamentale perché capace di trasformare le utopie odierne in realtà future attraverso le sue conoscenze e competenze, portando innovazione sia tecnologica che sociale. Un processo di co-progettazione condiviso con abitanti e territorio, proveniente proprio dal basso: nasce così il “design partecipativo” dove gli attori sono anche progettisti attivi e beneficiari allo stesso tempo. Si tratta di attività che mirano a migliorare il mondo e che sono misurate non in base al profitto ma al grado di cambiamento apportato per risolvere un problema. In questo modo si vuole cambiare il profilo del design, conosciuto più per prodotti costosi e famosi che non per le numerose attività svolte in campo sociale mettendo al centro del suo operare l’uomo e il bene della società in vere e proprie comunità creative. La storia ci ha insegnato che il design imposto dall’alto non ha funzionato come avrebbe dovuto e oggi infatti si predilige un metodo che lavori più sulle capacità locali, integrandosi con le conoscenze globali del mercato. L’obiettivo è formare imprenditori in grado di sfruttare le tradizioni locali per sviluppare un business sostenibile sia dal punto di vista ambientale che economico. In molti si sono occupati di questo argomento cercando di definire nel miglior modo possibile il concetto di “vita sostenibile”, indagando e studiando i cambiamenti possibili nel caso si volessero modificare le proprie abitudini cercando di ridurre l’impatto ambientale senza però stravolgere lo standard della propria vita. Francois Jégou è tra i più importanti sostenitori e studiosi di questo argomento che, assieme a colleghi come Ezio Manzini e John Thackara, ha pubblicato alcuni testi, raccogliendo casi studio da tutto il mondo, portando esempi concreti del nuovo modo di fare design. Collaborative Services-Social Innovation and Design for Sustainability propone diversi scenari esemplificativi: dal car sharing su richiesta a sistemi di micro-noleggio di strumenti tra vicini di casa, da atelier di cucito condiviso a ristoranti casalinghi e servizio di consegna tra utenti che si scambiano i beni… Tutti questi scenari mostrano come alcune attività quotidiane potrebbero essere svolte da servizi strutturati, che fanno affidamento a una maggiore collaborazione tra individui. Anche se queste organizzazioni differiscono negli obiettivi e negli attori, possiedono...

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La natura vista da piazza Catuma
Lug15

La natura vista da piazza Catuma

di Antonella Cicalò

15 Lug 2014

Si chiama Catuma e nasce ad Andria il progetto che prende il nome da una…  piazza. L’idea nasce in quanto proprio la piazza è il luogo di incontri e momenti di socializzazione in cui si raccolgono idee e prodotti di vari generi, espressione della creatività popolare passata e presente. Da questa ricerca nascono occhiali che utilizzano inaspettatamente pietra, sughero, legno e lino; materiali sostenibili e inconsueti per questo genere di prodotto, che richiedono lavorazioni artigiane d’eccellenza: quelle  su cui si basa il marchio creato dalla ricerca incessante di Vincenzo Pastore e del designer Vincenzo Nesta, entrambi pugliesi. Abbinando varie essenze di legno (wengè, zebrano, noce, frassino, betulla, acero) con graniti e ardesie di differenti tonalità, si torna alle radici stesse dell’artigianato storico lavorato dall’uomo. Per fare un esempio, nei modelli in legno e pietra, in ciascun paio, a sei diversi strati di essenze viene contrapposto uno strato finale di legno a contrasto cromatico, coperto dall’ultimo strato esterno in pietra. Le aste sono composte da mosaici di diverse essenze assemblate. I terminali inoltre sono in sughero con un’anima in acciaio per una perfetta vestibilità. In alcuni modelli cerniere e alette sono totalmente in legno massello proveniente da antichi mobili. In altri, da donna, le aste sono formate da un elegante mosaico di essenze, in armonia con i colori delle pietre applicate e con le diverse scelte stilistiche. La speciale lavorazione a strati fa sì che materiali associati alla pesantezza e alla rigidità, come il legno e la pietra, assumano invece un’inedita leggerezza e malleabilità che ne consente un utilizzo inusuale nelle montature degli occhiali. Ogni singolo occhiale è un pezzo unico, realizzato sapientemente da artigiani locali. Il lino è invece l’anima di un’altra linea di occhiali Catuma: molteplici strati di questa fibra naturale vengono pressati e successivamente imbevuti con resina biodegradabile, che fa sì che il tessuto assuma una forma definita e rigida. La struttura estremamente leggera degli occhiali può essere rifinita in denim, bouclé, broccati, lurex, tessuti vintage, sugheri sempre diversi, perché tutti materiali di recupero, scelta che si conforma alla mission di sostenibilità ambientale dell’azienda. Speciale attenzione è dedicata alle lenti applicate: ciascun paio di occhiali è dotato di  trattamento antiriflesso sia interno che esterno. In alcuni modelli inoltre, specie in quelli realizzati in pietra, le lenti sono polarizzate per offrire la massima protezione UV esistente. (Catuma, tutti i diritti riservati su design e foto)   Occhiali Catuma realizzati in lino pressato, ricoperti da uno strato di juta nella parte frontale e di lana bouclè sulle le aste. Legno e pietra Fase di lavorazione del lino    ...

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