martedì 21 novembre 2017
Smart in the City
 
L’importante è la rosa
Mar16

L’importante è la rosa

di Antonella Cicalò

16 Mar 2017

L’important c’est la rose cantava nel 1968 Gilbert Becaud. L’importante è la rosa è anche il titolo di un piccolo volume di Bruno Ferrero, pubblicato da Elledieci nella collana Piccole storie per l’anima, che prende il titolo da un aneddoto che riguarda il poeta tedesco Rilke durante un soggiorno parigino. All’angolo della via che percorreva abitualmente sostava in permanenza una mendicante, immobile come una statua, con la mano tesa e gli occhi fissi al suolo. Rilke non le dava mai nulla, mentre la sua compagna donava spesso qualche moneta, esortandolo a fare altrettanto. «Dovremmo regalare qualcosa al suo cuore, non alle sue mani», le rispose il poeta che il giorno dopo arrivò con una splendida rosa appena sbocciata che le depose in mano. Accadde allora qualcosa d’inatteso: la mendicante alzò gli occhi, guardò il poeta, si sollevò a stento da terra, prese la mano dell’uomo e la baciò. Poi se ne andò stringendo al petto la rosa . Per una intera settimana nessuno la vide più. Ma otto giorni dopo era di nuovo nel solito angolo, silenziosa e immobile come sempre. «Di che cosa avrà vissuto in tutti questi giorni», si chiese la giovane francese. «Della rosa», rispose il poeta. Il preambolo ci porta a oggi, dove la rosa, offerta a un’altra povertà morale, a un altro tipo di degrado, è stata spezzata e calpestata. È successo a Lodi, ma poteva essere Vigevano. Nel secondo caso i persecutori sono stati arrestati. Nel primo caso (lo scempio dei fiori sul luogo dove è morto il ladro di Casaletto Lodigiano) l’autore purtroppo è rimasto anonimo. La matrice è la stessa, la crudeltà, alla quale la definizione letterale del dizionario restituisce tutta la sua pericolosità: «La crudeltà è l’indifferenza alla sofferenza accompagnata spesso dal piacere nell’infliggerla. I modi di infliggere sofferenza possono coinvolgere la violenza ma ci sono altri metodi che non la riguardano. Per esempio, se una persona sta annegando e vi sta chiedendo aiuto, non aiutarla ma guardarla divertendosi è un atto di crudeltà, ma non violenza (stavolta siamo a Venezia, ndr). La persona crudele ha solitamente una supremazia sul soggetto debole tanto che il termine viene usato spesso riguardo al trattamento degli animali, dei bambini, dei vecchi e dei prigionieri». Come è debole una...

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La prima cotta di Poretti
Nov09

La prima cotta di Poretti

di Nicoletta Cicalò

9 Nov 2015

Angelo Poretti parte giovane da Varese, gira l’Europa e scopre una grande passione: la birra. Impara le ricette e i segreti del mestiere dai migliori mastri birrai di Austria, Boemia e Baviera e poi decide di importarla e diffonderla in Italia, riadattandola al gusto nazionale. Costruisce quindi il suo birrificio in Valganna, scelta per l’acqua purissima delle fonti, indispensabile per una vera birra di qualità. L’impresa conquista in breve tempo una grande popolarità e nel 1881, in occasione di un’altra Esposizione Nazionale a Milano, i visitatori possono assaggiare la prima pilsner italiana: un tipo di birra sviluppata nella città boema di Plzen (Pilsen in tedesco) che assegna al luppolo un ruolo particolarmente marcato. Non avrà figli e alla sua morte, nel 1901, il birrificio passa nelle mani dei nipoti Angelo Magnani e Edoardo Chiesa che portano a compimento l’edificio che ancora oggi ospita le unità produttive dell’azienda. Dopo i nipoti arriva un’altra generazione d’imprenditori lombardi, i Bassetti, che acquistano l’azienda e ne rilanciano l’attività. Lo storico stabilimento di Induno Olona viene realizzato sul finire del XIX secolo dallo Studio di Architettura Bihl e Woltz di Stoccarda. Costruito secondo lo stile Jugendstil, il movimento tedesco dell’Art Nouveau, lo stabilimento è caratterizzato da elementi che collegano in modo coerente le esigenze funzionali della produzione industriale con il prestigio dell’immagine esteriore come dimostrano le grandi e ordinate vetrate che scandiscono con rigore le facciate, i mascheroni decorativi con teste di leoni alle sommità, le gigantesche lesene e la tinteggiatura in giallo e grigio. Tra le opere principali che tutt’ora rappresentano lo stabilimento vale la pena ricordare la grande Sala di Cottura, realizzata nel 1908, raro esemplare di luogo di produzione originale che conserva la suggestiva bellezza dei tini in rame, dei lampadari e delle piastrelle sagomate che conferiscono all’ambiente un luminoso effetto cromatico e la Torre dell’acqua, edificata a partire dal 1909, punto di riferimento visivo nel paesaggio circostante che conserva la funzione originaria di serbatoio dell’acqua. Ad Angelo Magnani risale, invece, la realizzazione di Villa Magnani, la grande abitazione ultimata nel 1905 che sostituisce la vecchia residenza dei Poretti. Il compito viene affidato all’architetto toscano Ulisse Stacchini (noto ai più come ideatore della Stazione Centrale di Milano) che la costruisce nel parco botanico circostante la fabbrica in posizione dominante rispetto allo stabilimento. Il risultato “monumentale” in perfetto stile Liberty è generalmente considerato uno delle migliori opere dello Stacchini. La bellezza dello stabilimento, nella sua interezza, è tale da essere meta ogni anno di moltissimi visitatori nonché uno dei beni aperti al pubblico durante le Giornate di Primavera del FAI – Fondo Ambiente Italiano con punte di 5.000 visitatori in un weekend....

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I Mercati della Terra
Mar11

I Mercati della Terra

di Antonella Cicalò

11 Mar 2015

«Senza una prospera economia locale, le persone non hanno potere e la terra non ha voce». Così sosteneva Wendell Berry, ne L’Idea di un’economia locale. Questo principio è alla base del progetto, coordinato dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità, dei Mercati della Terra: nati in relazione alla pressante esigenza di avvicinare la terra alla tavola e i consumatori ai produttori, creando una rete internazionale di mercati contadini il progetto si è via via sviluppato, a partire da uno studio internazionale sui farmers’ market americani. Lo studio è partito da alcuni studenti del master in Food Culture dell’Università di Scienze Gastronomiche finanziato dalla Regione Toscana e in base ai dati raccolti si sono definite le linee guida per focalizzarne lo scopo e distinguerlo da altri. Il modello pilota è stato il Mercatale di Montevarchi ad  Arezzo, nel 2005. Nel 2009 aprono Beirut, Israele, Bucarest e via via le aperture si susseguono in Italia e all’estero. Con la creazione dei Mercati della Terra, si sviluppa  internazionalmente una rete attraverso la quale, pur in differenti contesti culturali, geografici, rurali, urbani e sociali, opera una struttura condivisa dai mercati stessi e che funge da riferimento e guida nel rispetto  della diversità e unicità di ciascuna realtà. Attualmente la rete comprende oltre all’Italia anche Austria, Bulgaria, India, Isola Mauritius, Israele, Libano, Messico, Mozambico, Poerorico, Turchia e Stati Uniti. Ogni Mercato della Terra è una rete di per sé: comprende istituzioni, associazioni, cittadini, ristoratori e produttori che collaborano  a creare e gestire il “mercato”. Gli obiettivi  arrivano a includere anche la creazione di gruppi d’acquisto e il coinvolgimento delle mense collettive e scolastiche locali. I mercati che fanno parte di un gruppo attivo e connesso sono infatti più forti e meglio in grado di dare un contributo significativo alla vita della propria comunità. Al primo posto vengono i produttori e i co-produttori, cioè consumatori che vanno oltre un ruolo passivo, ma si interessano a quanti producono il cibo, al modo in cui ha luogo questo processo, ai problemi dei produttori, diventando a loro volta consapevoli del processo di produzione. Ove possibile, i co-produttori mantengono strette relazioni con contadini, pescatori, allevatori, casari, non solo acquistando da loro, ma anche chiedendo informazioni e consigli. In questo modo possono comprendere meglio cos’è la qualità e accrescere la consapevolezza di ciò che significa un’alimentazione più salutare, gustosa e responsabile nel proprio territorio. Il contatto diretto fra consumatori e produttori è un dei modi più efficaci per raggiungere questa consapevolezza, e un mercato contadino è  quanto di più conveniente e piacevole ci sia per rafforzare questa relazione. Consumatori più informati e consapevoli motivano a lavorare usando tecniche che salvaguardino la...

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Rafael Nadal ovvero il “monaco tennista” spagnolo
Giu14

Rafael Nadal ovvero il “monaco tennista” spagnolo

di Gianni Vacchelli

14 Giu 2014

… così, quando accade qualcosa di straordinario, rischiamo di perdercelo, fagocitato dallo sguardo in superficie, superveloce. E sensazionale, qualcosa di quasi oltreumano, almeno tennisticamente parlando, è  stata l’impresa parigina di Rafael Nadal, che, domenica 8 giugno 2014, ha conquistato il suo nono Roland Garros  su dieci partecipazioni. Per stare al tennis moderno, le tre vittorie di Ivan Lendl o le sei di Biorn Borg, vera leggenda su questi campi purpurei, impallidiscono. Non vogliamo tanto entrare nell’aspetto tecnico della finale, intensa ma non bellissima: forse la posta in gioco era troppa (un record probabilmente ineguagliabile per Nadal, la prima vittoria negli Open di Francia per Novak Djokovic), e così eccessivo il caldo umido parigino; e poi la durezza spaventosa degli scambi da fondocampo, un duello da pesi massimi, la cui violenza è tutta attutita dalla tv. Il tennis è uno sport straordinario e traumatico (per corpo, mente, pallina, persino per gli spettatori), tanto più oggi. Eppure chi almeno un poco conosce e segue il feroce agone tennistico resta quasi basito di fronte all’enormità dell’impresa del grande campione maiorchino. Da sola, la pressione psicologica di chi ha già vinto lì per otto volte avrebbe schiantato non solo un bravo giocatore, ma anche vari campioni di razza. Basterebbe appunto solo il “peso della mente”. Si aggiunga poi il logorio di una attività ad altissimi livelli che martoria il corpo e la psiche (Nadal ha 28 anni), la forma che non appariva smagliante nelle ultime settimane, gli “exit poll” che pressoché unanimi davano “l’imperatore spagnolo” già spodestato. Ma niente analisi tecniche, niente record (strabilianti, per altro). Ci preme piuttosto una breve fenomenologia del vincitore. Sullo spaventoso dritto, un runciglio mancino, che strazia la palla, la arrota, la alza e la fa esplodere sugli incroci delle righe (lungolinea e non) non si finirà di dire. Si tratta, probabilmente, del più terribile diritto della storia del tennis, insieme a quello di Lendl (forse anche  di Pete Sampras). Ma “il dritto” quasi invincibile di Rafael sembra la mente, si direbbe inespugnabile. Nadal non è solo potenza, muscoli, allenamento, costruzione a tavolino, regolarità. Al solito queste letture sono riduttive (Federer-tutto talento vs Nadal-tutto muscoli). No, il talento ha molte facce. I muscoli non bastano nel tennis: o almeno ai bicipiti bisogna aggiungere cuore e cervello. E il maiorchino trabocca di entrambi. Solidissimo psicologicamente, mai domo, capace di reagire a ogni momento, come alle avversità di lungo periodo (si pensi all’assenza forzata di mesi per infortuni gravi), tatticamente sorvegliatissimo, ma di coraggio leonino. Ma ancora non tocchiamo, se possibile, l’essenza nadaliana. Forse il segreto, pur imprendibile, sta altrove. L’autobiografia del campione qualcosa indica. È il vuoto psicologico, la...

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L’albero senza foglie
Giu01

L’albero senza foglie

di Antonella Cicalò

1 Giu 2014

35 metri di altezza, un ombrello di “rami” da 45, un fusto supermetallico, legno lamellare, giochi di luce. L’intento dichiarato è quello di meravigliare, stupire. In tal senso i rendering dell’opera di Marco Balich (che ha firmato la cerimonia di chiusura di Sochi) sono inquietanti: pare che le frecce tricolori si siano avvitate su una coppa di champagne in attesa di un gigantesco numero di burlesque. Chi scrive è abbastanza “adulta” da ricordare le fontane luminose e sonore che animarono un’antica  fiera campionaria milanese; anche allora fu un Ohhhhhh collettivo, ma con meno pretese. Qui si patla di radici, rami, semi, acqua: tutto a significare concetti molto belli, ma l’enfasi ipertecnologica spegne la vocazione travolgente di ogni albero: dare frutto, ospitare forme di vita diverse (uccelli, mammiferi, insetti e perfino noi). I frutti sono la conoscenza si dirà (il che riporta alla mente un’episodio biblico non proprio piacevole) e oggi è la tecnologia che veicola il sapere in forme sempre più stupefacenti. Ecco, è questa corsa inflazionata alla “meraviglia” e all’”emozione” tramite la forma fine a se stessa, svincolata dai contenuti, che un po’ inquieta. Eppure, se continuerete a leggere, vedrete che l’albero è soprattutto una metafora. Non limitiamoci per favore agli effetti luminosi e ai giochi elettronici e di specchi (che in altre aree del padiglione moltiplicano il paesaggio italiano). L’albero senza foglie è un albero triste in una bella poesia, nel rude linguaggio del west era il soprannome che si dava alla forca. Ora, si sta parlando di “albero della vita” e di “simbolo”. Qui sotto troverete i due concetti messi insieme e forse scopriremo che i modesti alberelli di Piazza del Duomo sono un’icona più forte di quella del Padiglione Italia. Ai bambini facciamoli vedere tutti e due e spieghiamogli bene la differenza, se vogliamo nutrire il Pianeta. L’Albero E’ uno dei temi simbolici più ricchi e diffusi, la cui bibliografia, da sola, costituirebbe un libro. Simbolo di vita in continua evoluzione, in ascensione verso il cielo, evoca con grande forza il simbolismo della verticalità. D’altra parte, serve anche a rappresentare il carattere ciclico della evoluzione cosmica in continua rigenerazione. L’albero mette anche in comunicazione i tre livelli del cosmo: quello sotterraneo, per le radici che scavano le profondità in cui affondano; la superficie della terra, per il tronco e i primi rami; e i cieli, per i rami superiori e la cima attirata dalla luce del sole. Rettili strisciano fra le sue radici, uccelli volano fra le sue fronde: l’albero mette in relazione il mondo ctonio con quello uranio. Esso riunisce tutti gli elementi: l’acqua circola con la linfa, la terra si integra al suo...

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Topi da biblioteca
Mag19

Topi da biblioteca

di Antonella Cicalò

19 Mag 2014

Nascono i prestiti bibliotecari interdigitali, ma anche i Gruppi di Lettura per parlare tutti insieme dell’ultimo libro letto. Succede nel Sistema bibliotecario vimercatese, a Milano, che aderisce a Media Library Online, il blog delle biblioteche pubbliche digitali, ma succede anche un po’ ovunque in Italia. Tanto che Horizons Unlimited srl, società specializzata  in servizi digitali, ha riunito biblioteche e case editrici e ha dato vita a Mlol dove gli utenti possono scaricare oltre 6000 titoli da tenere in prestito per 14 giorni. Cosa c’entrano le biblioteche, di libri o ebook che siano, con l’esigenza di ripensare le città come luoghi in grado di integrare l’alta tecnologia, stimolare processi di innovazione creativa, promuovere sistemi sostenibili e migliorare la qualità della vita urbana?  Nulla, se le si considera semplicemente depositi librari o e-blockbuster pubblici; molto, se si riflette sulla loro natura di ambienti informativi e formativi, di snodi d’accesso al sapere, di luoghi dove la socialità è orientata alla condivisione di interessi e alla produzione di conoscenza. La rete delle biblioteche è una risposta intelligente e lungimirante al bisogno di cultura della sostenibilità in senso davvero smart. La sfida del cambiamento si giocherà infatti soprattutto sulla diffusione del sapere finalizzata alla salvaguardia delle risorse e di un nuovo stile di vita improntato alla cultura  di qualità più ampia possibile (al contrario dei saperi di enciclopedica memoria, oggi le conoscenze si parcellizzano in pochissimi centri di elaborazione). Ma questa auspicabile diffusione non è né automatica, né scontata. Anzi, in una società in cui la tecnologia tiene in scacco anche il sistema economico capitalista (per semplificare al massimo il pensiero del filosofo Severino) le competenze sono più concentrate che mai, sia in termini finanziari (non a caso Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook, è  il ragazzo più ricco del mondo) che di programmazione tecnico-scientifica. Quello che ricade tumultuosamente a pioggia rischia allora di diventare solo un fenomeno consumistico di massa privo della necessaria elaborazione critica. Per dare una “lettura” di questi fenomeni è necessaria allora la corretta trasmissione di una cultura diffusa capace di dare valore a contesti di esperienza complessi, a persone abituate a considerare le cose da punti di vista molteplici e a dotarsi con frequenza sempre maggiore di nuovi strumenti. Questi ambiti di vita richiedono una disposizione crescente al cambiamento e la capacità di fare un uso competente e creativo non solo delle tecnologie, ma delle informazioni che vi scorrono attraverso, qualità che attualmente paiono far difetto a molti cittadini italiani, ci ammoniva  qualche tempo fa proprio il Sole24Ore, non precisamente il Calendario del Popolo. Diverse indagini, infatti, concorrono nel descrivere i tre quarti circa della popolazione alle prese con forme di...

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