martedì 21 novembre 2017
Smart in the City
 
Chi si progetta gode
Set11

Chi si progetta gode

di Nicola D'Angelo

11 Set 2014

La parola progetto sembra appannaggio di professionisti e tecnici specializzati. In realtà è sinonimo di ideazione e si applica sia al contesto materiale che a quello immateriale. Tanto che si dice a buon diritto… progetto di vita. Quante volte si sente parlare di “progetti”: seguo un progetto per, sto portando avanti un progetto con, abbiamo avviato un progetto a favore di, eccetera. Ma cosa significa davvero la parola “progettare”? Che peso ha questa semplice e a volte abusata parola? Da designer (ma preferisco definirmi progettista) ed ex studente universitario, ammetto che la parola “progetto” era ed è all’ordine del giorno: possiede una forza unica a tutto tondo e attraente senza eguali. Riesce al tempo stesso a far sognare e confondere le idee agli stessi interlocutori, data la sua molteplicità multiuso. È tra le parole più abusate per sostituire la vecchia, semplice frase “sto lavorando”: progettare, diciamolo, sembra apparentemente qualcosa di più serio, proprio in quanto racchiude in sé la parola “progetto”, un valore aggiunto rispetto al semplice “svolgere un lavoro”, facendo supporre che dietro all’azione ci sia stata una fase preliminare di logica e ragionamento, ma spesso ciò non rispecchia la realtà! Herbert Alexander Simon (economista e psicologo americano del secolo scorso) identificava l’atto di progettazione come «l’azione per creare l’artificiale, un manufatto antropico come interfaccia tra materia e ambiente». Senza entrare troppo nel merito filosofico, limitiamoci a riflettere sull’uso corrente del termine e delle sue accezioni. La “progettazione” che, badate bene, in inglese si traduce design (e questa è la prima riflessione), è la conclusione del lavoro del progettista, in inglese designer (e questa è la seconda riflessione), mentre il termine “progetto” (dal latino proiectum, gettare avanti) si identifica come quel complesso di attività correlate tra loro e finalizzate a creare prodotti o servizi, rispondenti a obiettivi specifici predeterminati. Rappresenta quindi quell’azione alla base della costruzione e dell’ideazione di una forma, sia tangibile che intangibile, che si raggiunge solo grazie a studi e conoscenze sviluppate precedentemente. La parola “progetto” è quindi sinonimo di “ideazione”; significa prefigurare uno stato, un cambiamento da apportare di fronte a una situazione problematica: è un desiderio, un’idea da trasformare in realtà oltre a essere «un ottimo mezzo con il quale i giovani possono trasformare la società», come ebbe a dire Victor Papanek (1927-1999), architetto austriaco e designer e cioè progettista. Dotato di grande interesse antropologico per le popolazioni del Terzo Mondo e per le minoranze come disabili, anziani, classi disagiate, Papanek si rese conto che il design doveva soddisfare un mondo reale e riteneva che il progettista dovesse avere un atteggiamento responsabile nei confronti dell’umanità, per creare benessere secondo i principi del Social...

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La natura vista da piazza Catuma
Lug15

La natura vista da piazza Catuma

di Antonella Cicalò

15 Lug 2014

Si chiama Catuma e nasce ad Andria il progetto che prende il nome da una…  piazza. L’idea nasce in quanto proprio la piazza è il luogo di incontri e momenti di socializzazione in cui si raccolgono idee e prodotti di vari generi, espressione della creatività popolare passata e presente. Da questa ricerca nascono occhiali che utilizzano inaspettatamente pietra, sughero, legno e lino; materiali sostenibili e inconsueti per questo genere di prodotto, che richiedono lavorazioni artigiane d’eccellenza: quelle  su cui si basa il marchio creato dalla ricerca incessante di Vincenzo Pastore e del designer Vincenzo Nesta, entrambi pugliesi. Abbinando varie essenze di legno (wengè, zebrano, noce, frassino, betulla, acero) con graniti e ardesie di differenti tonalità, si torna alle radici stesse dell’artigianato storico lavorato dall’uomo. Per fare un esempio, nei modelli in legno e pietra, in ciascun paio, a sei diversi strati di essenze viene contrapposto uno strato finale di legno a contrasto cromatico, coperto dall’ultimo strato esterno in pietra. Le aste sono composte da mosaici di diverse essenze assemblate. I terminali inoltre sono in sughero con un’anima in acciaio per una perfetta vestibilità. In alcuni modelli cerniere e alette sono totalmente in legno massello proveniente da antichi mobili. In altri, da donna, le aste sono formate da un elegante mosaico di essenze, in armonia con i colori delle pietre applicate e con le diverse scelte stilistiche. La speciale lavorazione a strati fa sì che materiali associati alla pesantezza e alla rigidità, come il legno e la pietra, assumano invece un’inedita leggerezza e malleabilità che ne consente un utilizzo inusuale nelle montature degli occhiali. Ogni singolo occhiale è un pezzo unico, realizzato sapientemente da artigiani locali. Il lino è invece l’anima di un’altra linea di occhiali Catuma: molteplici strati di questa fibra naturale vengono pressati e successivamente imbevuti con resina biodegradabile, che fa sì che il tessuto assuma una forma definita e rigida. La struttura estremamente leggera degli occhiali può essere rifinita in denim, bouclé, broccati, lurex, tessuti vintage, sugheri sempre diversi, perché tutti materiali di recupero, scelta che si conforma alla mission di sostenibilità ambientale dell’azienda. Speciale attenzione è dedicata alle lenti applicate: ciascun paio di occhiali è dotato di  trattamento antiriflesso sia interno che esterno. In alcuni modelli inoltre, specie in quelli realizzati in pietra, le lenti sono polarizzate per offrire la massima protezione UV esistente. (Catuma, tutti i diritti riservati su design e foto)   Occhiali Catuma realizzati in lino pressato, ricoperti da uno strato di juta nella parte frontale e di lana bouclè sulle le aste. Legno e pietra Fase di lavorazione del lino    ...

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Cavoli a merenda
Giu18

Cavoli a merenda

di Antonella Cicalò

18 Giu 2014

Cavoli a merenda, dunque, è un’espressione che evoca l’incongruenza: assurdo infatti preparare una merenda a base di cavolo, alimento difficile da digerire e quindi inadatto a un pasto leggero come è appunto la merenda. Eppure non c’è nulla di assurdo in questo piccolo ristorante-caffetteria se non forse la determinazione di recuperare a una funzione di fascinosa convivialità un bellissimo appartamento patrizio al piano nobile di un palazzo del ‘700 a due passi dal Cenacolo, nel cuore del territorio dove Leonardo da Vinci curava la sua vigna. Da un lungo lavoro di restauro, ecco riemergere dalla moquette (il luogo era adibito a uffici) l’antico parquet a spina di pesce, dai controsoffitti le travi a vista e i cassettoni dipinti, dai neon i lampadari di cristallo. E poi gli infissi e le dorature, gli stucchi e gli specchi, la terrazza fiorita. Tutto ridefinito con cura e amore dalla coppia di proprietari che si dividono i ruoli nella gestione del locale, Carlo Maria Malerba in sala e la moglie Vanessa chef. La passione per la ristorazione viene da lontano e precisamente dalla omonima scuola di cucina, battezzata dai bambini “cavoli a merenda”. Il nome è rimasto anche per questa nuova iniziativa. Se, anche in vista di Expo 2015, è normale che ospitalità e ristorazione di qualità siano destinate a ritagliarsi un sempre maggiore interesse, non capita con la stessa frequenza di trovare altrettanta cura per lo spirito dei luoghi dove queste attività si svolgono. Questo contesto invece appare radicato profondamente in questo angolo di Milano e sembra destinato a imprimersi in chi ne subisce il fascino, straniero o italiano che sia, in cerca di un angolo per un pranzo o una cena tranquilli, di lavoro o di piacere, non importa. La formula scelta garantisce ai venti coperti lo spazio e il tempo necessari per la cucina espressa. La caffetteria in terrazza al pomeriggio e la possibilità di organizzare cene private aggiungono altrettante “occasioni d’uso” per gustare menù originali dove spiccano gli ingredienti di prima qualità, gli abbinamenti insoliti, ma anche alcuni piatti della cucina locale tradizionale come gli ossobuchi. Grande attenzione è posta anche alle cotture e ai vini, oltre che alla sostenibilità con l’acqua iperfiltrata attraverso l’osmosi inversa, il rispetto delle normative e dei regolamenti per quanto riguarda il pesce e l’abbattimento dei prodotti. Un lavoro benfatto, tanto nella fase di restauro e progettazione del locale, quanto nella gestione dell’esercizio. La qualità non ha costi proibitivi, ma rispetta quella accessibilità alle cose accurate nella forma e nella sostanza che è stato a lungo un tratto distintivo dell’ospitalità milanese. E anche di questo recupero si sente al momento un certo bisogno. A...

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Kafka sulla spiaggia…
Mag24

Kafka sulla spiaggia…

di Antonella Cicalò

24 Mag 2014

In questa vigilia convulsa del voto per le Europee sono entrati spesso in scena due termini cari a Franz Kafka, grandiosa figura della letteratura europea di folgorante attualità: il Processo e il Castello. Maestro dell’allegoria (basta pensare a Le Metamorfosi), dello smarrimento e dell’angoscia esistenziale, Franz Kafka frequenta una delle migliori scuole tedesche di Praga e, dopo aver conseguito la maturità nel 1901, si iscrive con poca convinzione alla facoltà di giurisprudenza. A partire dal 1910 inizierà a tenere i suoi Diari. Diventato vegetariano (dopo la visita all’acquario di Berlino smise di mangiare anche il pesce), si innamorerà di Felice, una donna che, pur ritenendola poco attraente, libererà la sua forza creatrice. Tra alti e bassi, solo la consapevolezza di avere contratto la tubercolosi lo porterà nel 1917 alla rottura definitiva, cui seguiranno altre tormentate relazioni. Scriverà le cose più importanti dal 1912 al 1924, anno della morte. Pubblicò solo qualche racconto durante la sua vita e dunque poco del suo lavoro e del suo stile attirò l’attenzione fino a dopo la sua morte; nonostante le istruzioni impartite all’amico Max Brod di distruggere ogni cosa, Brod disubbedì e anzi fu il curatore di quasi tutte le opere di Kafka, che presto si imposero all’attenzione dei critici. Kafka scriveva per una sua insopprimibile esigenza personale, dunque soprattutto per sé. Era convinto che l’inganno illusorio fosse l’unica dimensione che “ordina” la vita umana, in cui in ogni momento può manifestarsi un’ irreparabile perdita di contatto con la realtà che emargina e conduce alla catastrofe (avevamo premesso che era attuale). Pertanto quasi tutte le sue opere rimasero coerentemente incompiute per l’impossibilità dell’autore di risolvere il proprio conflitto interiore, nonostante la scrittura. Ora, il termine kafkiano è appunto un neologismo della lingua italiana che sta a indicare una situazione paradossale e angosciosa per l’impossibilità di reagire, tanto sul piano pratico  quanto su quello psicologico. E appunto la sensazione di non riuscire a venirne fuori, ma anzi, di affardellare assurdità e nonsense uno sull’altro ci domina e rischia di annichilire qualunque tentativo di visione. Non quindi per cultura, ma probabilmente solo per quel caso che tanto era caro allo scrittore, sono risuonate in queste ore in tragicomica accoppiata Il Castello e Il Processo, e kafkianamente quanto più non si potrebbe – il Processo nel Castello. Proviamo a metterli insieme: Il processo racconta l’accusa e la condanna inflitta a un mite impiegato di banca, Josef K. per una colpa che egli non conosce e che non riesce in alcun modo ad appurare. Nessuno sa rivelargli con precisione l’accusa, ma a poco a poco un oscuro senso di colpa s’impossessa di lui. La causa, sia pure...

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Il bisogno aguzza l’in-genio
Apr05

Il bisogno aguzza l’in-genio

di Giulia Busnelli

5 Apr 2014

Il genio, artistico o meno, è da sempre protagonista di infinite dicussioni filosofiche: per fare un esempio, Immanuel Kant aveva descritto il genio come colui capace di creare senza imitazione un prodotto artistico, mentre Hegel distingueva tra genio e talento. Quest’ultimo sarebbe la capacità tecnica che si esprime in un particolare campo (comunemente si dice “bravura”), ma mentre il genio si accompagna sempre al talento, quest’ultimo può essere presente anche da solo. Nell’era di Internet, a dispetto di chi pensa che la creatività geniale sia un lusso di pochi o il privilegio del solo genio, lo psicologo Anthony McCaffrey, studioso della University of Massachusetts Amherst, ha voluto dimostrare il contrario. Secondo la sua Obscure Features Hypothesis (Ofh) il lampo di genio può arrivare con un po’ di impegno e studio, perché non esistono cervelli poco creativi, ma solo poco allenati. Lo studioso dimostra quindi come sia possibile, con esercizi ad hoc e sviluppando alcune specifiche tecniche, arginare e superare gli ostacoli che impediscono alla mente di produrre innovazione. Grazie all’analisi di un centinaio di invenzioni recenti e un migliaio di quelle storiche, McCaffrey ha scoperto che praticamente tutte le invenzioni più geniali derivano da due passaggi fondamentali: la rilevazione di un fenomeno ignoto e inaspettato e la messa in pratica di una soluzione al conseguente problema. A volte anticipando i tempi come nei manufatti di Leonardo, dalla bicicletta al paracadute. Lampo di genio In pratica, ci troviamo a confrontarci ogni giorno con lo stesso fenomeno senza che esso ci influenzi o ci susciti un’idea geniale, anzi, spesso siamo indifferenti rispetto a ciò che ci troviamo davanti. Tuttavia, può arrivare il momento in cui quelle stesse identiche immagini familiari improvvisamente ci appaiano sotto una nuova luce: questo e non altro sarebbe il famoso “lampo di genio” che ci appariva come prerogativa di una ristretta élite. Un po’ come il colpo di fulmine per l’amica/o di sempre: di colpo, ecco la donna o l’uomo della nostra vita. Secondo McCaffrey tutto dipende insomma dal vecchio adagio secondo cui la necessità aguzza l’ingegno: non esiste quindi un cervello più creativo di un altro, ma solo uno più abituato ad affrontare necessità diverse, a mettersi in gioco e a immaginare qualcosa di nuovo. Del resto lo dimostra anche la grande mostra (durerà fino al 2015) alla Tdm (Triennal Design Museum) di Milano, che mette in mostra pezzi del miglior design degli anni Trenta, Settanta e inizi del 2000, tre periodi caratterizzati da forti difficoltà economiche. Il titolo è “Il design italiano oltre la crisi. Autarchia, austerità, autoproduzione” e identifica tre tappe: l’autarchia dell’Italia fascista; il design dell’austerity e dell’Arte Povera e infine il Nuovo...

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