mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
Chomsky, le rane e i dinosauri
Lug12

Chomsky, le rane e i dinosauri

di Antonella Cicalò

12 Lug 2017

Un team di ricerca internazionale coordinato da studiosi dell’Università della California di Berkeley e dell’Università di Guangzhou (Cina) ha dimostrato che la maggior parte delle rane moderne discende da tre lignaggi sopravvissuti alla grande estinzione di massa del Tardo Cretaceo, quella che 64 milioni di anni fa determinò la scomparsa dei dinosauri. Dalle analisi di 95 specifici geni è stato dimostrato che nove specie di rana su dieci oggi non sarebbero qui se non fosse avvenuta l’estinzione dei dinosauri. In particolare, tre gruppi (Hyloidea, Microhylidae e Natatanura) ebbero un tale successo da diffondersi negli habitat di tutto il mondo. Nonostante ciò le rane moderne sono sempre più in pericolo, anche a causa dei cambiamenti climatici e dell’urbanizzazione. Te la sei cavata coi dinosauri, ma gli umani sono un’altra cosa, anche se l’anfibio è oggetto di un interessante principio che ci riguarda da vicino: quello della rana bollita, utilizzato dal filosofo americano Noam Chomsky. Si rifà alla società, ai popoli, a tutti noi insomma che accettando passivamente vessazioni, declino culturale, scomparsa di etica e valori ne accettano di fatto la deriva. Funziona così: in un pentolone pieno d’acqua fredda nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è  sotto la pentola è acceso e riscalda l’acqua a poco a poco. La rana  trova il tepore piuttosto gradevole, ma la temperatura sale. Adesso l’acqua è calda ma la rana non si spaventa. Quando l’acqua è davvero troppo calda la rana la trova molto sgradevole. Ma si è indebolita, non ha la forza di reagire e prova a sopportare senza far nulla per salvarsi. Finisce morta bollita (se l’acqua fosse stata già bollente, la rana non ci si sarebbe mai immersa e con un energico colpo di zampa si sarebbe salvata). Ciò significa che quando un cambiamento viene effettuato in maniera sufficientemente lenta e graduale sfugge alla coscienza e non suscita nessuna reazione salvifica. Questo hanno capito i nostri moderni dinosauri (burocrazia, network, comunicazioni, tecnologie) che da un apparente progressiva offerta di comfort spostano sempre un po’ più in là la pressione di un disagio che alla fine è insostenibile. A conti fatti oggi se la sfangava il...

Leggi Tutto
Natura: urlare come un pa… ssero
Set04

Natura: urlare come un pa… ssero

di Antonella Cicalò

4 Set 2016

Siamo costantemente immersi in una miriade di suoni: traffico, macchinari, sirene e a volte semplicemente la sfacciata musica che ottunde le percezioni nei negozi e nei grandi magazzini (così, pare, spendiamo di più delegando ai giovani una serie di operazioni d’acquisto). Le città si stanno attrezzando con barriere anturumore che però non piacciono a tutti: impediscono la visuale e isolano gli esercizi commerciali coi quali bisognerà trovare sì una mediazione, ma non – come al solito – a scapito della salute. La progressiva scomparsa del silenzio davanti all’avanzare delle onde sonore, non danneggia solo le nostre orecchie e la nostra capacità di concentrazione. Pensate alle specie animali abituate a sopravvivere percependo un fruscio fra le foglie o a comunicare a decine di chilometri di distanza. Sopra e sotto terra, e perfino nelle profondità marine, i segnali sono disturbati. Da sempre la natura si difende e si adatta, e così per fare un esempio le balene hanno imparato a reagire ai sonar che disturbano le comunicazioni in acqua alzando la voce. Lo stesso si verifica con gli uccelli o le rane che vivono in città o nelle vicinanze delle autostrade: cantano a squarciagola, ce ne siamo accorti un po’ tutti. Ma c’è un microcosmo meno conosciuto che pare sia soggetto allo stesso fenomeno. Ulrike Lampe biologa all’Università di Bielefeld in Germania ha raccolto con un team di colleghi esemplari maschi di una cavalletta (il Chorthippus biguttulus* ) provenienti per metà da zone silenziose e per metà da zone in prossimità di una strada cittadina. Messi a confronto con esemplari femmina hanno notato che i maschi che vivono lungo strade trafficate “pompano i bassi” del loro canto di corteggiamento per superare il rumore del traffico. Dopo aver registrato migliaia di serenate sono giunti alla conclusione che fra le comunicazioni degli animali disturbate dal traffico sono quelle amorose a essere messe in crisi perché l’interferenza sonora in eccesso impedisce alle femmine di percepire i messaggi di corteggiamento dei maschi e di capire quanto sono attraenti. Anche le rane studiate dall’Università di Melbourne hanno lo stesso problema: alle femmine piacciono i maschi dalla voce grave e profonda. Ma i poveretti sono costretti ad accentuare gli acuti per sovrastare il rumore del traffico che è particolarmente fastidioso alle frequenze più basse. Tornando a specie che ci sono più familiari, quelle degli uccelli, è stato notato che le ghiandaie dal canto grave hanno abbandonato le aree più rumorose a vantaggio dei più duttili passeri, che hanno semplicemente variato il repertorio delle serenate, dando spazio alle melodie poco articolate e facili da percepire. Altre specie abituate a cinguettare di giorno hanno imparato a cantare di notte....

Leggi Tutto
Il raglio d’asino sale al cielo, eccome
Dic14

Il raglio d’asino sale al cielo, eccome

di Antonella Cicalò

14 Dic 2014

Presso i popoli antichi, il latte dell’asina era tenuto in gran considerazione. I Greci ritenevano fosse un rimedio eccellente; per i Romani era una bevanda di lusso, mentre Ippocrate lo raccomandava per avvelenamenti e intossicazioni, dolori articolari e cicatrizzazione dei tessuti. A Delfi l’asino era un animale sacro e in Cina l’asino bianco è spesso la cavalcatura degli Immortali. Del resto, la tradizione cristiana colloca un asino accanto a Gesù Bambino e un’asina lo porta in groppa all’entrata in Gerusalemme. Nella tradizione biblica quest’ultima annuncia a volta le intenzioni divine. Le testimonianze storiche più remote sono reperibili sui bassorilievi egizi risalenti al 2500  a.C.,mabisognerà tuttavia aspettare il Rinascimento perché tale prodotto diventi per la prima volta oggetto di considerazione scientifica. E ancora, tanti e sfaccettati sono i significati simbolici di questo animale che incarna virtù e pulsioni diverse.  Ma fuori da quest’ambito, ancora all’inizio del XX secolo, il latte d’asina era un rimedio al quale facevano ricorso un gran numero di persone. Soprattutto a Parigi vennero impiantate numerose stalle asinine, dove le signore eleganti si aggiudicavano la preziosa bevanda pagandola più di 8 franchi al litro che prima della guerra del ‘14-’18 non erano certo pochi. La bellezza dell’asino è un modo di dire, intendendo con ciò lo splendore della gioventù, ma è vero che il suo latte è idratante, ipoallergenico e lenitivo tanto che le matrone romane e le nobili egiziane come Poppea e Cleopatra, lo usavano per fare il bagno. Oggi la comunità scientifica riconosce la fondatezza di questo retaggio perfino in una funzione fondamentale come l’allattamento umano: qualora il latte materno non sia consigliato né disponibile e sia necessario un latte sostitutivo, proprio il latte d’asina rappresenta un’eccellente alternativa naturale dalle rare proprietà alimentari (Bergoglio stesso è stato alimentato così).  In caso di allergie, soprattutto alle proteine di latte bovino, il latte d’asina è un sostituto incomparabile rispetto a tutte le altre diete a base di latte. Tutte queste ragioni hanno messo in evidenza la concreta possibilità di realizzare un “circuito di latte d’asina”, anche approfittando del grande interessa per l’alimentazione sostenibile messo in moto da Expo 2015. L’asinella nutrice Per questo qualche giorno fa, durante l’udienza generale del mercoledì, Pierluigi Christophe Orunesu (origini in Sardegna, terra di asinelli e  di abitanti particolarmente longevi ) presidente di Eurolactis Group SA, ha offerto due asini e un consistente carico di latte d’asina a Papa Francesco e all’ospedale Bambin Gesù di Roma. Thea e Noé, i due animali consegnati al Pontefice, fanno parte del nucleo del primo progetto di filiera verticalmente integrata destinata alla produzione del latte d’asina. Per le sue caratteristiche, la comunità medico-scientifica si sta interessando...

Leggi Tutto
Oltre il giardino
Dic12

Oltre il giardino

di Antonella Cicalò

12 Dic 2014

Italian Botanical Heritage è un luogo di incontro per appassionati di piante, giardini e natura, ma anche coltivazioni locali ritrovate e musei botanici e agricoli frutto di una sapienza antica, creato da Margherita Lombardi e Carlo Maria Maggia   La prima è laureata in Scienze Agrarie, agronomo e giornalista autrice di numerosi manuali; organizzatrice di convegni e conferenze, si diverte a insegnare botanica e giardinaggio ad adulti e bambini. Maggia è international garden designer, si occupa di progettazione di giardini, prevalentemente privati, in giro per il mondo. Alla base della filosofia di IBH c’è la consapevolezza che l’Italia possiede il patrimonio naturalistico, botanico, paesaggistico e artistico fra i più ricchi del mondo, in virtù della sua morfologia articolata, che le regala climi, microclimi, terreni e ambienti diversi, della sua storia e  cultura. Fin dall’antichità, il Bel Paese è stato meta di viaggiatori stranieri, dai pellegrini che nel Medioevo si recavano a Roma per ottenere l’indulgenza, ai commercianti e banchieri, agli scrittori, ai pittori e agli architetti che fin dal Rinascimento vi si recavano per affari e studio. Nel Sette-Ottocento il soggiorno nel Bel Paese diventò una tappa obbligatoria del lungo viaggio, il cosiddetto Grand Tour, che i giovani delle ricche famiglie europee  – e  in seguito americane – dovevano compiere per completare la propria educazione . Molti di loro rimasero incantati da giardini e paesaggi che descrissero nei loro scritti, nelle partiture musicali o raffigurarono nei loro dipinti. Da Lord Byron, che visse a Venezia, a Johan Wolfang von Goethe che vi ritrovò l’aspirazione artistica perduta; da Charles Dickens e Percy Shelley, che addirittura vi morì a trent’anni annegando nel mare della Liguria ai personaggi del jet set,  dai duchi di Windosor a George Cloney. L’Italia ha infatti molto da offrire ai viaggiatori curiosi di tutto il mondo, siano essi botanici, naturalisti, ornitologi, paesaggisti, architetti, vivaisti, giardinieri per professione o per passione: una scelta vastissima di parchi e giardini storici e contemporanei, orti botanici e roseti, paesaggi mutevoli, fioriture nascoste, boschi antichi e alberi secolari. E, ancora, passeggiate in luoghi poco conosciuti, spiagge, torrenti e forre d’acqua dolce, riserve e oasi naturalistiche, vigneti e oliveti; coltivazioni locali ritrovate e prodotti tipici, frutto di sapienze antiche, musei botanici e agricoli, collezioni botaniche, e last but not least, il fior fiore dei vivai italiani, grandi e piccoli, uniti dalla medesima passione e curiosità per la ricerca botanica e la sperimentazione colturale. Navigando nel sito si trovano bene articolate proposte di viaggio, immagini e ricerche bibliografiche, notazioni tecniche, news e appuntamenti che sono in grado di incontrare i gusti degli appassionati del settore, ma anche di avvicinarne di nuovi....

Leggi Tutto
I cavallini della Giara
Dic08

I cavallini della Giara

di Andrea Santillana

8 Dic 2014

La libertà in natura ha un suo prezzo: I cavallini della Giara sono selvatici e quindi inadatti all’equitazione e hanno carni immangiabili e quindi si salvano dal macello. Ciò è un bene e un male insieme. Non finiscolo in pentola, ma essendo estremamente selvatici sfuggono qualsiasi contatto con l’uomo e non è facile soccorrerli se non spargendo foraggio. Cosa che puntualmente fanno i volontari che accudiscono i seicento esemplari di una razza che sopravvive nel cuore della Sardegna da oltre 2500 anni. Quest’anno l’estate prolungata ha bruciato l’erba e quella che c’è deve essere contesa alle mucche, che sono troppe e sottraggono cibo ai puledri che, piccoli come sono (al massimo un metro e venti) non riescono a competere. I cavallini che non sopravvivono colpiscono l’opinione pubblica, che si mobilita, anche se questa è la legge di natura, specie per un animale che rimane irriducibilmente allo stato brado e refrattario a ogni tentativo di addomesticazione. Se trenta esemplari sono morti è pur vero che centotrenta sono nati: un saldo attivo importante, che incoraggia chi si batte per la loro tutela. La Giara è un’oasi aperta al pubblico dove non si paga il biglietto, ma è raggiungibile solo conoscendo bene la strada e , meglio ancora,  con una guida in grado di individuare i cavallini ben mimetizzati nel loro habitat.  I volontari della cooperativa Sa Jara Manna controllano l’altopiano alla ricerca di animali in difficoltà, in attesa che il progetto di soccorso finanziato dalla Regione con 600mila euro si sblocchi (è fermo per intollerabili intoppi burocratici). A Setzu, uno dei quattro paesi che si dividono la Giara, è stato comunque allestito un ospedale per i cavallini: sei sono ricoverati e qualcuno ricomincia a saltellare. A prendersene cura, quasi giorno e notte, c’è Ottavio Melosu, veterinario dell’agenzia regionale Agris. In attesa che la Regione Sardegna avvii il progetto di salvaguardia, per i cavallini sardi è iniziata una “colletta alimentare”. L’associazione ambientalista Gruppo di intervento giuridico di Cagliari ha aperto una sottoscrizione e le donazioni sono arrivate da tutta Italia e dall’estero. Gli animali non sono abbandonati, piuttosto quando stanno male preferiscono nascondersi,  ma il progetto migliorerebbe le strade , consentirebbe di creare un sistema di approvvigionamento idrico e di acquistare i mezzi di soccorso adatti. E comunque la prassi di tenere bloccati i fondi è intollerabile soprattutto quando aspettare può costare la sopravvivenza di una specie preziosa e già a...

Leggi Tutto
Il Gallo e le Streghe
Nov28

Il Gallo e le Streghe

di Beatrice Riganti

28 Nov 2014

Da Triora arrivano a Monesi le restrizioni per non disturbare il gallo forcello. Sembra buffo, ma in realtà ci sono ragioni importanti se un etologo sensibile come Danilo Mainardi non smette di interrogarsi sui confini tra Uomo e Natura, senza trovare una risposta assoluta. Quanto possiamo spostarli, i confini? In che direzione? E poi, esistono? Facciamo un piccolo esempio: un leoncino albino nella savana muore perché non può nascondersi, a differenza dei suoi fratelli fulvi. In quel caso l’uomo è spinto a preservare la creatura rara e indifesa, a trovarle un ambiente alternativo, a interferire con la natura, garantendo al cucciolo una sopravvivenza magari non del tutto conforme alla sua indole, ma in ogni caso garantita da una cattività che oggi si fa via via più a misura delle specie tutelate in questo modo. Ma se si tratta di specie alle quali contendere interessi sul campo come orsi e lupi il discorso si fa palesemente diverso e le mediazioni più necessarie e stringenti. Ricordiamo tutti la vicenda dell’orsa Daniza, mentre è in corso a Parigi una vertenza tra allevatori e lupi, con le greggi di pecore menate fin sotto la Tour Eiffel. Questa faccenda del gallo forcello si svolge tra Triora, in provincia di Imperia e la stazione sciistica di Monesi che da lei dipende. Triora è nota come la Piccola Salem per via dei processi alle streghe che vi si svolsero e il cui eco connota ancora oggi il borgo che ha trasformato i sinistri trascorsi in una risorsa turistica gestita in modo intelligente. Monesi, negli anni d’oro del turismo invernale anni ’60 veniva chiamata la Piccola Sestriere, per via delle belle piste e degli impianti di risalita. Qual è l’oggetto della discordia? E’ il gallo forcello, un prezioso fagiano di montagna che deve il soprannome alla particolare forma della sua coda pennuta. Per tutelarlo, il comune di Triora da cui dipende amministrativamente Monesi, ha emesso un’ordinanza assai restrittiva, che oltre a trekking, sci alpinismo e arrampicate vieta anche le ciaspolate (quelle silenziose camminate con le racchette da neve, dette appunto ciaspole). Il gallo forcello scava tunnel sotto la neve in vista degli accoppiamenti che iniziano a marzo e terminano a giugno e le attività umane potrebbero disturbarlo, sostengono i naturalisti. . La gente andrà da qualche altra parte a praticare gli sport invernali, temono gli operatori turistici, che vedono danneggiate le attività indotte dalle presenze già sempre più ridotte dalla crisi. Se ci sono i fanatici che auspicano quad e moto da cross tra sentieri e rododendri, è anche vero che le misure vigenti, meno restrittive, non hanno a quanto pare cacciato il raro gallo dal suo...

Leggi Tutto