mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 

A proposito di Charlie

di Antonella Cicalò

12 Lug 2017

Era il 1973 quando Revlon lancia Charlie, un profumo che segna un salto nel costume femminile. Giovani donne in pantaloni si impossessano di una nuova femminilità attiva e consapevole, ben lontana dagli stereotipi della maliarda iperseduttiva o della ragazza acqua e sapone della porta accanto. Sono gli anni dei grandi referendum di costume (divorzio, aborto) e la scia di Charlie aleggia grintosa negli uffici e sui mezzi pubblici, dove le donne fanno la spola per inventarsi un’altra vita. È il 7 gennaio 2015 quando a Parigi un commando irrompe nella sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo. Qualche hanno prima, fedele all’intento prioritario della testata della difesa delle libertà individuali, civili e collettive, a partire dal diritto alla libertà d’espressione, erano apparse alcune vignette satiriche sul profeta Maometto. La tutela della libertà dell’individuo non profuma più di fiori e legni muschiati, ma di cordite e sangue. Oggi è la volta del Piccolo Charlie, divenuto suo malgrado simbolo di un diritto (quello di vivere a ogni costo), ma totalmente privo di qualsiasi voce in capitolo su una questione ineludibile: se invocarlo o meno questo diritto. Sfugge al  momento il senso intimo di questa battaglia, sfugge il silenzio che avrebbe dovuto circondare il dramma del bimbo inglese, sfugge la speranza, sfugge la rassegnazione. Possiamo solo augurarci che il destino riservi al nome Charlie una nuova opportunità: magari si chiamerà così un trattato di pace, un’opera d’arte, una rarità botanica senza pari o, perché no, una...

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Uno, centomila e a ben vedere nessuno
Mar20

Uno, centomila e a ben vedere nessuno

di Antonella Cicalò

20 Mar 2017

Entri in un negozio o in un pubblico esercizio? Ti approcciano col tu. Guardi la televisione? Dalla macchina al pannolino, sei sempre tu ma poi… Poi improvvisamente diventi una solitamente pavida massa. Non sei più tu che magari ti sei alzato sereno, che nessuno ha minacciato di recente, che non percepisce i tornelli della metro come un posto di blocco; sei la città che si blinda, l’Italia che ha paura, il movimento che si spacca e via elencando. Ma come? Qualche minuto fa ti crogiolavi nel bagnoschiuma che ti rende fichissimo, guidavi come un drago, spianavi la ruga e saltavi come un grillo a cent’anni e adesso sei intruppato nel terrore collettivo, nel sospetto occhiuto e generalizzato? Alla fine non sei tu e non sei loro. Sei nessuno: tra mille sondaggi a te hanno mai chiesto qualcosa? Di chi sono le opinioni che ti rovesciano addosso? Sono la tua, la loro o non c’è nessuno che si esprime? Oggi è la giornata della felicità, un sentimento che ciascuno vive a modo proprio. Per raggiungerla l’Onu ha fissato 17 obiettivi, ambiziosetti per come è messa la specie, ma non impossibili. Alcuni possono essere raggiunti solo con uno sforzo collettivo (un loro inclusivo), per altri è sufficente un piccolo gesto individuale come a dire: basta il pensiero (un tu consapevole). Nessuno non è contemplato. I 17 obiettivi sviluppo sostenibile entro il 2030 Porre fine alla povertà in tutte le sue forme A oggi sono ancora molte le persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno; un fenomeno ingiusto per la dignità di qualsiasi essere umano che può giungere al termine con la cooperazione tra Paesi e l’implementazione di sistemi e misure sociali di protezione per tutti . Azzerare la fame, realizzare la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere l’agricoltura sostenibile Ognuno di noi ha diritto ad avere cibo sufficiente per tutto l’anno: un concetto elementare, ma ancora trascurato. Tuttavia lo si può affermare, per esempio, con sistemi di coltivazione e produzione di cibo sostenibili e mantenendo intatto l’ecosistema e la diversità di semi e di piante da coltivare. Garantire le condizioni di salute e il benessere per tutti a tutte le età Monito basilare è la riduzione del tasso mondiale di mortalità materna e impedire la morte di neonati e di bambini sotto i cinque anni per cause prevenibili. In che modo? Per esempio, assicurando l’assistenza sanitaria per tutti e supportando la ricerca e sviluppo di vaccini e medicine per malattie trasmissibili o meno. Offrire un’educazione di qualità, inclusiva e paritaria e promuovere le opportunità di apprendimento durante la vita per tutti L’istruzione può davvero garantire ai giovani un futuro migliore....

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La bolla dei tulipani

di Antonella Cicalò

16 Mar 2017

La bolla dei tulipani è stata una bolla speculativa* sui prezzi dei bulbi dei fiori scoppiata nell’economia olandese del Seicento, forse la prima documentata nella storia del capitalismo. Un Paese che ha trasformato i fiori in moneta sonante, e che dei figli dei fiori è stata la culla, non poteva negare se stessa al punto di consegnarsi a un personaggio come Wilders. L’Olanda per l’Europa è lo sfolgorio notturno di Rembrandt, il genio di Cruijff, non certo cloni hitleriani fuori tempo massimo. La società olandese (come prima quella austriaca) è stata consapevole dell’attenzione dell’Europa, della possibilità di garantirne la tenuta ipotecando poi con forza la necessaria discussione su un cambiamento di rotta non rinviabile. Lo ha fatto votando in massa, ignorando le provocazioni turche, punendo una socialdemocrazia fiacca, ma dando ali al giovane leader verde. Gli strascichi di malattia ci sono, le ricadute sempre possibili, ma gli anticorpi stanno facendo il loro lavoro, guarire si può. È bene che lo ricordino i francesi, i tedeschi e anche noi che spesso ingigantiamo, dandogli fiato, fenomeni di intolleranza e paure. Una quota di passatismo irrimediabilmente nostalgico ci sarà sempre, ma la percentuale che abita già il futuro è solida anche in Italia. La terra è tonda, si può continuare a camminare e arrivare dall’altra parte senza cadere. Magari si rischia di affogare, ma questa è un’altra storia alla quale si dovrà porre rimedio. *Nella prima metà del XVII secolo nei Paesi Bassi la domanda di bulbi di tulipano raggiunse un picco così alto che ogni singolo bulbo raggiunse prezzi enormi calando poi bruscamente e drasticamente. Molte persone ottennero e persero così la loro fortuna da un giorno all’altro, per l’esecrazione dei calvinisti che consideravano il fenomeno come la negazione delle virtù della moderazione, della discrezione e del lavoro genuino che informavano la società olandese  ...

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Palme all’insù o mani in alto?

di Antonella Cicalò

20 Feb 2017

Perché il riflesso condizionato nazionale è sempre improntato al mugugno e al no? Perché ogni volta ci avvitiamo sui dinieghi seriali che ci accompagnano sempre? Chi scrive ricorda lo stracciamento di vesti per i tumuli alla base del cenotafio (come fu con una punta, va detto, di realismo) definita la blasonata fontana di San Babila, opera dell’architetto Caccia Dominioni (1996-97). Non piacquero i riferimenti al paesaggio verdeggiante-tondeggiante della Lombardia né tantomeno la sorgente piramidale archetipo di tutti i monti. Eppure è ancora lì e alla morte del grande architetto nessuno si sognò di rinfacciargliela. Adesso è la volta delle palme, dimenticando lo stracciamento di vesti per gli alberelli che avrebbero addirittura oscurato la vista del Duomo. Quando si piantarono le adesso rimpiante granaglie, i soliti storici da bar scomodarono addirittura la battaglia del grano di mussoliniana memoria. Adesso è la volta degli africani alle porte dimenticando che l’Abissinia l’abbiamo invasa noi e non il contrario. Ricordiamocelo quando gli eredi dei faccetta nera danno fuoco alle palme. Sarebbe bene che l’effetto Sanremo estendesse una certa voglia di leggerezza che manca un po’ ovunque, dal palco degli esclusi del Festival a quello dei dissidenti del Pd. La leggerezza è una virtù che papa Francesco richiama spesso e non certo per superficialità, tanto è vero che urta soprattutto i temperamenti chiusi e oppositivi. A questi non basta mostrare braccia protese e palme all’insù. Schiveranno in ogni caso l’abbraccio e andranno a sbattere intanto che si...

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I “primati” di Sanremo
Feb14

I “primati” di Sanremo

di Antonella Cicalò

14 Feb 2017

Si annunciava già come il Festival dei primati: audience più alta da anni, numero di giornalisti accreditati, social e tweet a raffica e – su tutti – la santa alleanza Rai Mediaset con comparsata di Sky e perfino di affaccio de La Nove (dopo La Sette) tramite Crozza. Per questo forse quando i primati si sono materializzati davvero non sono stati subito notati. Eppure la scimmia di Gabbani è parsa subito più culturalmente matura e fisicamente attrezzata dei tanti umani di contorno, In un’epoca in cui la suprema arte dell’ironia che i mediocri sono incapaci di praticare o anche solo di apprezzare (motivo non secondario delle antipatie viscerali che Renzi suscita in alcuni) il testo di Occidentali’s Karma è una boccata di non scontata novità. La scimmia nuda è riferimento antropologico colto, ma anche lo sfogo animale del semplice muovere il corpo aprendosi a suggestioni esotiche, ma non solo. Stanchi e stufi di ripiegarsi su lodevoli riflessioni intime (dall’attacco di panico gestito con salvifiche innamorate) e censure anticrimine (dalla violenza sulle donne al bullismo) ecco che il pubblico ha scelto un tema che li attraversa tutti con una ricetta leggera, con una riflessione sul sé che non lacrima e strazia ma muove e rialza il corpo e la testa. Impagabili i lai sulla generazione perduta dei Gigi D’Alessio, Ron e Albano. Mai citata Giusi Ferreri, femmina a quanto pare ritenuta sacrificabile, né – trattandosi di gara a eliminazione come da regolamento sottoscritto – indicazione degli eliminati “giusti”: vale a dire i quattro sfigati papabili dai suddetti tre. Sanremo rispecchia l’Italia si dice. Come non essere concordi vedendo (a differenza di tanti l’ho fatto e integralmente) la direzione del Pd? I lai infiniti di una guardia senescente (vecchiaia è un concetto un po’ più alto) refrattaria a ogni leggerezza e ironia. Le regole invocate e contestate quando impicciano (la richiesta di voto per la seconda mozione era surreale), i testi pieni di buone intenzioni che accavallano i concetti (anche in questo caso prima mozione dieci righe, seconda tre pagine), la spasmodica attenzione mediatica alle inezie. Ogni volta Renzi provoca indicando, tra i tanti temi svolti, le piccinerie che tanto interessano alla categoria dei giornalisti e puntualmente, rinfacciandogli continui torti, gli danno ragione. Anche oggi le cronache politiche si accapigliano su tempi e modi del congresso, sulle elezioni e sulla legge elettorale. Eppure la scimmia si rialza e balla, c’è una voglia di evoluzione e di leggerezza. Se avrà il fiato breve di una canzonetta sanremese o se tireremo finalmente il fiato lo dirà il prossimo futuro....

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Dio non riconoscerà nessuno

di Antonella Cicalò

18 Nov 2015

  “Ammazzateli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, la citazione esce dalle tante cronache da Parigi, ma la frase (anche se non documentata storicamente) è inadatta a stigmatizzare la mattanza francese. Esce infatti dalle profondità del cattolicesimo: la si attribuisce infatti a Arnaud Amaury che il 22 luglio del 1209 a Béziers in Francia massacrò ventimila persone compresi donne e bambini, in quanto Catari, ma oltre agli eretici vennero massacrati anche i cattolici, che erano la maggioranza. Da qui la distinzione affidata al Padreterno nel nome del quale venne compiuto l’eccidio. Nel 1209 il grande filosofo illuminato arabo Averroè era già morto, lo stesso dicasi per lo scienziato islamico Avicenna, tanto per citarne solo due. Questo per ricordare che l’oscurantismo, il fanatismo religioso, la coercizione e l’odio per diversi costumi nel praticare la dottrina sono parte intergrante della nostra stessa storia. Ai Catari venne erroneamente attribuita una mancanza di fede; in realtà essi intendevano tornare al modello ideale di Chiesa descritto nei Vangeli e negl Atti degli Apostoli, da cui un radicale anticlericalismo che rimetteva in discussione l’esistenza stesa delle strutture e del personale ecclesiastico. Da qui le persecuzioni e i massacri pontifici. E proprio in terra di Francia. Siamo andati anche troppo lontano, e sappiamo che uno degli argomenti è proprio che l’Europa – e in particolare la Francia – hanno superato nel corso dei secoli la deriva religiosa per approdare allo Stato laico. Così non è per una parte importante del mondo islamico. Ma ciò non toglie che – come il retaggio del cervello del rettile che ancora ci abita – per lungo tempo un’analoga deriva abbia abitato l’Europa (che l’ha anche esportata nelle Americhe a suon di stermini e inquisizioni). Va anche ricordata a partire dal 2000 la battaglia per inserire le “radici cristiane” nel complicatissimo iter della costituzione europea, inserimento cui la Francia si oppose (al contrario dell’Italia e della Polonia, la cui carità cristiana è sotto gli occhi di tutti). Lì abbiamo cominciato a inghiottire l’esca che abbiamo ancora in gola tra crocefissi e gite scolastiche mancate. La consapevolezza, forse, di stare tornando indietro, e da tempo, sul sicuramente più faticoso ma più responsabile principio di laicità porta per contro a curiose rimozioni da un lato, e ad abiure d’identità dall’altro. Abbiamo rimosso ogni senso di colpa per le migliaia di vittime musulmane a Srebreniza (che peraltro non risulta epicentro di fenomeni di terrorismo antieuropeo), esorcizziamo l’antisemitismo viscerale di cui temiamo di essere ancora affetti rinunciando a ogni pronunciamento critico verso Israele (il che nuoce in primo luogo a Israele stesso, tanto che Netanyahu ha approfittato subito delle stragi di Parigi per un giro di...

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