mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City
 
Scali mobili
Mar01

Scali mobili

di Antonella Cicalò

1 Mar 2017

Gli eventi, certo. Il retaggio di Expo e le opportunità offerte dalla Brexit, certo. I saloni del mobile, del food, dei libri e la moda, certo. Ma oltre a tutto ciò la città tornata attrattiva ha dato il via a grandi trasformazioni urbanistiche: accanto a Piazza Aulenti, a City Life, alla piramide Feltrinelli e al restyling in corso in Cordusio, ecco una vera grande scommessa: il recupero delle aree abbandonate dalle ferrovie. Non perdere il treno Già a partire dal 2005 il Comune di Milano e le Ferrovie dello Stato avevano iniziato a definire gli obiettivi e il percorso per la trasformazione urbanistica delle aree ferroviarie dismesse e per il potenziamento del sistema ferroviario milanese. Un iter complesso documentato sul sito del Comune di Milano. Gli accordi quadro siglati prevedevano una stretta relazione fra riqualificazione delle aree occupate dagli scali ferroviari non più funzionali, presenti anche in zone semi-centrali della città come Farini, Romana, Genova, Lambrate – e le strategie per il miglioramento del servizio ferroviario milanese. Nel luglio 2007 il Comune di Milano ha promosso un Accordo di Programma (AdP) con Ferrovie dello Stato S.p.A. e con la Regione Lombardia. Si sviluppa così in tal modo, in coordinamento con il Piano di Governo del Territorio (PGT) in formazione una proposta di Variante al PRG. Nel dicembre 2009 viene pubblicata la proposta urbanistica dell’AdP, in variante al PRG, associata al Rapporto Ambientale della Valutazione Ambientale Strategica (VAS), prevista per i programmi con valenza territoriale. Sette scali per sette progetti I principali contenuti dell’AdP vengono in seguito assorbiti dal Documento di Piano del PGT e in particolare nella disciplina degli Ambiti di Trasformazione Urbana “Scali ferroviari” relativi a Farini, Romana, Genova, San Cristoforo, Greco, Lambrate, Rogoredo. Con l’approvazione del PGT, nel 2012, l’Amministrazione comunale conferma la volontà di utilizzare lo strumento dell’Accordo di Programma per definire il futuro delle aree ferroviarie dismesse. La trasformazione dovrà prevedere di mettere in relazione anche lo sviluppo urbanistico con la riqualificazione del sistema ferroviario milanese e del trasporto pubblico su ferro, individuando pertanto un complesso di previsioni urbanistiche puntuali e coordinate i cui principali obiettivi siano il miglioramento dell’assetto e della qualità urbana, il rafforzamento dei servizi pubblici, il potenziamento dell’offerta di edilizia residenziale sociale. Le aree ferroviarie dismesse sono distribuite lungo la linea ferroviaria in varie zone della città, che interessano sette zone di decentramento. Complessivamente riguardano circa 1.300.000 mq di superficie territoriale, di questi 190.000 mq corrispondono ad aree da mantenere strumentali all’esercizio ferroviario che vengono comprese negli ambiti di trasformazione per essere integrate dal punto di vista progettuale e ambientale (in dismissione 1.100.000 mq circa e in aree strumentali 190.000 metri quadri...

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Aurelia Josz, chi era costei?
Feb26

Aurelia Josz, chi era costei?

di A.C.

26 Feb 2017

Aurelia Josz (1869-1944) era figlia dell’ungherese Lodovico Josz e di Emilia Finzi. Titolare della cattedra di Storia e Geografia nella Scuola Normale “Gaetana Agnesi” a Milano, ideò nuove metodologie didattiche per catturare l’attenzione delle sue allieve, utilizzando il teatro e realizzando con materiali cartacei, una sorta di museo geografico e antropogeografico. Un lavoro e un metodo innovativi su cui scrisse due manuali scolastici di grande successo. Nel 1902 fondò la prima scuola pratica femminile di agricoltura nell’orfanotrofio della Stella a Milano che diresse a titolo gratuito fino al 1931, sostenuta finanziariamente dalla Società Umanitaria, associazione milanese di ispirazione socialista fondata nel 1893 e tutt’ora esistente. Tra le allieve figuravano anche le figlie dei piccoli proprietari terrieri, spesso destinate a rimanere chiuse tra le mura di casa o a esercitare l’insegnamento, magari senza una vera vocazione. Convinta della necessità di una visione moderna dell’agricoltura, la Josz chiamò a insegnare i più importanti agronomi italiani e istituì molti corsi, tra cui bachicoltura e apicoltura. Nel 1921 fu la volta del primo corso magistrale agrario per maestre rurali. Viaggia molto per documentarsi e al III Congresso dell’Educazione Femminile di Milano nel settembre 1906 tiene una relazione in cui, tra l’altro, apprezza particolarmente «le scuole pratiche agricole del Belgio» che si propone «di imitare nella prima scuola pratica agricola femminile italiana, la scuola milanese di Niguarda […] ove con un biennio di vita collegiale spesa tra lo studio e il lavoro pratico nel campo sperimentale, nel giardino, nel caseificio, nella bigatteria, nel pollaio, lavoro fortificatore dei muscoli e dei nervi, le fanciulle si preparano al disimpegno di tutti gli uffici di massaia». Il valore del lavoro agricolo e di un ritorno alla terra era un tema d’attualità nella cultura assediata dalla Rivoluzione Industriale, ma anche un tema caro all’ebraismo cui aderiva, conciliando la sua fede con quella nella cultura, nell’impegno e nel progresso. Nella prima metà degli anni Trenta impiantò, in soli sei mesi, un’altra scuola agraria a Sant’Alessio in provincia di Roma. Il governo fascista, che le aveva dato l’incarico, poi la escluse affidando il nuovo istituto a un’altra direttrice più gradita; togliendo anche i finanziamenti statali alla scuola di Niguarda e l’incarico di direttrice ad Aurelia che aveva rifiutato la tessera del partito fascista. Nel 1931 la Josz lasciò anche l’insegnamento di storia e geografia alla scuola statale e si trasferì dalla sorella Valeria ad Alassio dove si dedicò a scrivere La donna e lo spirito rurale: storia di un’idea e di un’opera, dedicato alla missione di tutta la sua vita. Rifiutatasi di espatriare dopo le Leggi Razziali del 1938, il 15 aprile 1944 venne arrestata ad Alassio e condotta nelle carceri...

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Bauhaus made in London
Feb06

Bauhaus made in London

di Antonella Cicalò

6 Feb 2017

Si ispira alla celebre scuola di architettura, arte e design tedesca che operò in Germania dal 1919 al 1933. Il termine Bauhaus era stato ideato da Walter Gropius e richiamava il medievale Bauhütte, ovvero la loggia dei muratori. Oggi lo studio di architettura USE rilegge quello stile , realizzando la facciata strutturale di un nuovo edificio residenziale in una zona di Londra che sta vivendo una rigenerazione significativa. A testimonianza sia della rinascita del quartiere di Hackney, dove sorge il pionieristico progetto, sia della sua attrattività, ogni appartamento è stato venduto sulla pianta prima ancora che l’edificio fosse completato. Imponente e immacolato, il palazzo –  situato in Mentmore Terrace –  contrasta con la storicità delle arcate della ferrovia vittoriana di London Fields e aggiunge spettacolarità al paesaggio locale,riflettendo delicatamente la luce con l’ elegante finitura chiara e levigata. Realizzata interamente in DuPont™ Corian®, materiale che sta diventando una soluzione per facciate prediletta dai progettisti all’avanguardia, questa protezione ad alte prestazioni contro le intemperie promette di mantenere a lungo nel tempo la sua bellezza delicata e sofisticata . L’architetto Jo Hagan, da anni impegnato nella rigenerazione di quartieri inglesi come l’ Hackney dove egli stesso risiede, spiega che nel progetto c’è sicuramente un richiamo in  omaggio al Bauhaus, come la facciata e la sua relazione con le finestre e i balconi  che costituisce l’unico elemento decorativo. Il concetto si ispira anche al libro Fahrenheit 451 di Raymond Bradbury, epertanto è stato usato il rapporto di 4.5.1. tra i vari pannelli. L’edificio è rivestito in DuPont™ Corian®,” spiega ancora Hagan, il che  ha richiesto uno sforzo di immaginazione in quanto in Inghilterra questo materiale non è mai stato utilizzato su così larga scala. Inoltre, Iil rapporto applicativo 4.5.1 ha permesso anche la riduzione dei costi e l’ottenimento di un effetto visivo di rottura di quella che altrimenti sarebbe stata una struttura molto semplice. Il disegno della facciata è al contempo astratto e pragmatico, in quanto offre una maggiore varietà rispetto agli elementi verticali e accentua l’impatto del motivo decorativo grazie a spazi d’ombra, mentre da lontano ha un aspetto compatto. I singoli pannelli  sono stati realizzati e applicati da specialisti della società spagnola Urbana Exteriores, e installati attraverso un sistema di fissaggio Keil a un telaio Hilti. Completa la struttura l’installazione di DuPont™ Tyvek® UV Facade, una versione della famosa membrana traspirante  altamente tecnologica, creata appositamente per consentire maggiore libertà di progettazione, affidabilità e migliori prestazioni energetiche per facciate a giunti aperti. La sostenibilità è un aspetto chiave dell’edificio, ideato per valori U molto bassi (dove U è il valore di trasmittanza termica). Un sistema di scambio di calore fa sì...

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La nuova architettura
Dic15

La nuova architettura

di Antonella Cicalò

15 Dic 2016

Negli articoli precedenti abbiamo rispettato un criterio: porci davanti al percorso dell’architettura bioclimatica e della bioarchitettura dal punto di vista di un lettore interessato a conoscere meglio un argomento del quale oggi si parla molto, ma non sempre con cognizione di causa. Un lettore che non necessariamente apprezza il linguaggio specialistico nel quale ci si scambiano opinioni per addetti ai lavori e sostanzialmente impenetrabili ai non adepti, ma che invece vorrebbe saperne di più. Insomma, probabilmente già sapete più di quanto credete e meno di quanto vi piacerebbe. Questo è lo stato ideale per la divulgazione. Divulgare significa letteralmente “parlare tra il volgo” e parrebbe avere una connotazione negativa invece è la misura di ogni processo di apprendimento culturale. Probabilmente molti di noi si sono appassionati a un tema apparentemente ostico solo perché un insegnante, uno scienziato, un critico, un regista hanno saputo rendercelo piacevole. Magari da lì abbiamo proseguito e siamo diventati a nostra volta un’autorità in materia: la divulgazione si ferma infatti là dove incomincia il percorso di approfondimento di ciascuno.   È una spinta per avviare la salita, insomma, come al Giro d’Italia Grandi “spingitori” sono stati figure di scienziati come lo scomparso Giorgio Celli, o Konrad Lorenz, nello spiegarci l’essenza della vita fisica e psichica degli animali e il nostro legame con loro. Critici d’arte come Flavio Caroli, ne Il volto e l’anima della natura connette le nostre emozioni al paesaggio in una carrellata nel tempo. Registi come Marie Perenneu e Claude Nuridsanv con Microcosmos-Il popolo dell’erba e Jacques Perrin ne Il popolo migratore. Un gatto, un’anatra, una formica, un’oca selvatica. Esperienze che ciascuno di noi può fare e che il vero divulgatore trasforma in un archetipo capace di parlare a ciascuno, perorando la causa della Natura. Anche per l’architettura sostenibile deve essere la stessa cosa. Il filosofo francese Jacques Derrida (1930-2004) citato da N. Emery afferma ne Adesso l’Architettura: «L’architettura non è semplicemente un campo circoscritto di edifici, case e uffici. Non è come dipingere o creare determinati oggetti che circolano, ma si tratta di edifici in cui tutti vivono. Dunque, in una certa misura tutti sono competenti in architettura. Ogni cittadino ha qualcosa da dire sull’architettura. Questo è un altro tipo di competenza. Ognuno ha il diritto di porre domande sull’architettura. Competenza in questo caso significa essere politicamente autorizzati a interrogare l’autorità architettonica e gli architetti stessi su quello che fanno, poiché essi costruiscono lo spazio in cui viviamo. Da questo punto di vista ogni cittadino è competente e perfino i senzatetto (che sono quasi non-cittadini) lo sono. (…) Il cittadino deve avere il diritto di porre domande all’architetto, buone domande, domande competenti, deve...

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La bioarchitettura: da necessità a progetto
Nov20

La bioarchitettura: da necessità a progetto

di Antonella Cicalò

20 Nov 2016

Riprendiamo il filo del viaggio nell’architettura con alcuni mostri sacri, padri di tutte le archistar:  Le Corbusier, Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright, Louis Isidore Kahn.   La città radiosa di Jeanneret-Gris In seguito all’invenzione e alla decisa affermazione del cemento armato nell’architettura, l’involucro esterno dell’abitazione si trasforma in un mezzo di separazione e protezione della vita negli ambienti interni dagli agenti atmosferici, dai rumori e da tutti gli effetti esterni che possono compromettere il benessere degli abitanti l’edificio. Non è più necessario l’impiego di materiali pesanti e opachi che devono reggere il peso dei solai e del tetto: il guscio, la conchiglia, diventano aerei, trasparenti, permeabili alla luce. L’architetto Charles-Edouard Jeanneret-Gris (1887-1965) – nato a La Chaux-de-Fonds in Svizzera ma naturalizzato francese – conosciuto da tutti con lo pseudonimo di Le Corbusier, è quello che meglio lo comprende: rende la parete esterna del tutto simile a un “pannello di vetro” che permette alla luce solare di entrare all’interno e contemporaneamente di aprire completamente l’edificio al panorama esterno. La “smaterializzazione” delle pareti esterne dell’edificio crea problemi nuovi legati soprattutto al riscaldamento degli ambienti interni, alla loro ventilazione e al soleggiamento (durante la stagione invernale svolge una funzione prevalentemente benefica, ma in estate può provocare effetti catastrofici per gli inquilini). Per risolverli vengono utilizzati sistemi come tende di tessuto più sottile o più spesso e con più strati; imposte di diversa natura, posizionate internamente o esternamente all’edificio e schermi da comporre architettonicamente in armonia con il disegno complessivo della facciata e del suo pannello di vetro trasparente. Le idee innovative di Le Corbusier si concretizzano negli avveniristici progetti urbanistici. Nel 1922 presenta il suo progetto modello per la Città per Tre Milioni d’Abitanti basata essenzialmente su un’attenta separazione degli spazi: alti grattacieli residenziali divisi gli uni dagli altri da ampie strade e lussureggianti giardini. Grandi arterie viarie per il traffico automobilistico garantendo alte velocità sulle strade. Ai pedoni è restituita la città attraverso percorsi e sentieri tra i giardini e i palazzi. Un ambiente a misura d’uomo nella sua interezza. Dieci anni dopo, nel 1933 queste sue idee vengono compiutamente sviluppate nel progetto teorico della Ville Radieuse, «la città di domani, dove sarà ristabilito il rapporto uomo-natura». La città ideale delle utopie rinascimentali e illuministe prende vita quando il primo ministro indiano Nehru chiama Le Corbusier per commissionargli l’edificazione della capitale del Punjab. Chandigarh (la “città d’argento”) è probabilmente il punto d’arrivo di quello che oggi chiameremmo un archistar. La città segue la pianta di un corpo umano; gli edifici governativi e amministrativi alla testa, le strutture produttive e industriali nelle viscere, alla periferia del tronco gli edifici residenziali – tutti qui molto bassi...

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Ca’ Rossa è finalmente “verde”
Giu18

Ca’ Rossa è finalmente “verde”

di Arch. Sergio Sabbadini

18 Giu 2015

Le mani scorrono sulle superfici murarie, percepiscono il calore degli impasti vegetali in calcecanapulo in contrasto con la fredda pietra calcarea di alcuni cantonali recuperati, accarezzano le curve morbide degli spigoli arrotondati e delle strombature delle finestre, seguono le scanalature delle texture murarie orizzontali del camino organico; nel soggiorno sentono le rughe del legno spazzolato dei mobili della cucina e dei serramenti, avvertono il calore di questo materiale nel calpestio a piedi nudi delle tavole naturali dei pavimenti in parquet. L’occhio cerca le nocciolature avorio tra le tavelle in cotto rosso mettendole a confronto con l’antico cotto variegato lombardo di recupero e le rugose tavelle recuperate dal sottotetto. La terra con i suoi colori naturali, nel suo intento igroscopico, conduce a un’inspirazione a pieni polmoni. Se la casa è la nostra terza pelle, questa nostra epidermide muraria deve essere compatibile e simbiotica con l’inimitabile perfezione delle nostre superfici corporee. L’approccio all’architettura bioecologica non può limitarsi all’efficienza energetica a ogni costo e con qualsiasi materiale, trascurando la dignità di un manufatto storico sopravvissuto a decine di generazioni. L’uomo deve essere messo al centro di ogni scelta di materiali e tecnologie, sperimentando anche mescole  nuove con materiali antichi, gustandone il benessere che  trasmettono e oltrepassando i limiti dei calcoli prestazionali. La casa è l’uomo, la famiglia, la famiglia allargata, così come  è la chiesa a essere comunità religiosa, non le pietre che la confinano. L’involucro ha il delicato compito del costruire attorno e interpretare l’essenza e le funzioni del vivere. Questa premessa alla presentazione necessariamente più didascalica del progetto è necessaria per trasmettere il senso del recupero di questa cascina, che già per il fatto della scelta di un fabbricato rurale rivela gli intenti primitivi dei clienti. Norme, certificazioni, standard, prestazioni spesso ci sviano da questa altissima funzione che ha l’architettura, medicina preventiva del nostro benessere psico-fisico. La scelta di un nuovo luogo da vivere, le scelte prioritarie tra materiali “eterni”, ma magari tossici e altri più carezzevoli e storici al contempo, sta nel cliente, vero primo attore di tutte le opere. Il professionista ha solo il compito di mettere tutta la sua esperienza e sensibilità nel dirigere il progetto verso questi intenti, mentre il costruire è affidato all’orgoglio delle maestranze, che devono avere il piacere e riconoscimento delle loro abilità aperte verso nuovi o antichi scenari. I TEMI DEL PROGETTO Recuperare un manufatto storico mantenendo i volumi e le murature esistenti Il tema del recupero comporta una scelta a monte da parte del committente e la consapevolezza in materia di consumo del territorio e valore dei manufatti storici. Recuperare i manufatti coinvolge economie e sensibilità progettuali nelle scelte compositive, dei...

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