martedì 19 giugno 2018
Smart in the City

Dalle macerie, un inno alla vita

di Alessia Stefanini

16 Feb 2018

Al Teatro Libero di Milano, fino al 17 febbraio va in scena "Maria sotterrata", che prende spunto dal terremoto del Friuli del 1976 con la leggerezza della poesia

Valeria Costantin in Maria sotterrata (foto: Valentina Malcotti)

Lo spettacolo, in scena al Teatro Libero di Milano, racconta la storia di una ragazza di Gemona, Maria Fantin, che sogna di lavorare in un atelier di Parigi e diventare una sarta di successo. È il 1976 e la sua vita e i suoi sogni vengono stravolti dal terremoto che ha colpito il Friuli e che è rimasta una parentesi dolorosa nella Storia del nostro Paese.  Maria rimane “sotterrata” sotto la sua casa e in attesa dei soccorsi ripercorre la sua vita, i suoi dolori e le sue speranze, tentando di sfuggire alla Morte, anch’essa vittima della tremenda calamità che è in grado di intrappolare perfino la Nera Signora.

Una trama tragica, resa ancora più tragica dalla verità di quello che viene narrato, una ferita aperta nella terra e nella memoria dell’Italia, con quasi mille morti e danni incalcolabili. Ma la magia di questo spettacolo sta nella sua leggerezza. Leggerezza che, si badi bene, non è superficialità, ma anzi, la leggerezza che rende importanti le cose. E poetiche. E si sa, la poesia approfondisce tutto. E di poesia questo spettacolo è pregno. A partire dalla poesia che Valeria Costantin mette nella sua recitazione, meravigliosa e perfetta, che trasforma il palco in un mondo e una ragazza di provincia in un’eroina.

Maria, messa in una delle situazioni forse più spaventose per l’essere umano – l’essere intrappolata in una condizione di pericolo senza poter fare niente se non aspettare – ripercorre la sua vita, tra opportunità e occasioni perdute, e si rende conto che la possibilità di realizzare i suoi sogni risiede nell’andare via, nel diventare donna e uscire dalla situazione di ragazza di provincia. Ma il terremoto, questa cosa grande che non si sa da dove arriva e che sfugge al controllo dell’essere umano, è la sua carta per volare via e diventare se stessa. Maria viene salvata, resistendo alla sepoltura e alla Morte stessa, pronta per vivere la sua vita.

Alla base del progetto c’è un grande lavoro di ricostruzione attraverso la memoria di chi quei giorni terribili li ha vissuti. Regista (Valentina Malcotti) e drammaturgo (Davide Lo Schiavo) hanno realizzato interviste, guardato video, ascoltato testimonianze di persone di diverse età ed estrazione sociale. E questo lavoro si vede tutto. Nell’utilizzo della “lingua” per esempio: il friulano c’è nella parlata di Maria e della Morte ed è un chiaro segno di appartenenza al territorio, ma non è, come spesso capita, “disturbante”. È solo citazione, accento, senza diventare stereotipo. La scenografia è parte integrante della messinscena. La massima teatrale «se un oggetto compare in scena, va usato», qui è perfettamente applicata. Ogni elemento della scena viene utilizzato, sia in modo naturalistico che metaforico. La Costantin usa lo spazio, gli oggetti e il corpo come in una danza in cui ogni movimento, ogni parola, portano con sé la propria naturale conseguenza. Tutto scorre, fluisce, come la vita. E tanta vita c’è in questa Maria sotterrata, nonostante la tragedia. Se proprio bisogna trovare un microdifetto in questo spettacolo così ben costruito e recitato è nella figura della Morte che può risultare un po’ ammiccante. Ma sono inezie. Lo spettacolo funziona benissimo, è magistralmente interpretato e la metafora del terremoto e della tragedia come occasione per rinascere in una vita diversa arriva come una carezza e commuove. Applausi. A tutti.

 

 

 

 

 

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