sabato 7 dicembre 2019
Smart in the City

È il digital journalism, bellezza

di Alessia Stefanini

13 Mag 2014

Oriella Study: è il momento di pensare a una nuova etica per una professione che conta anche tanti caduti. Un ricordo per Isabella Polenghi

web journalism

È in grande crescita il giornalismo online. Dal 2008 (anno del primo Oriella Digital Journalism Study) a oggi l’incremento è stato strabiliante. Ma dove va questo mestiere?

Oriella Digital Journalism Study è stato realizzato per la prima volta nel 2008 e offre una fotografia dell’utilizzo dei social media e delle tecnologie digitali nel mondo dei media. Oriella PR Network riunisce 16 agenzie di comunicazione in 23 Paesi in tutto il mondo. La partnership tra diverse agenzie indipendenti è stata creata basandosi su una serie di best practice globali e stretti rapporti di collaborazione.

La ricerca di quest’anno è stata realizzata tra aprile e maggio 2013 in base alle risposte di 550 giornalisti in 15 paesi tra cui Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, Nuova Zelanda, Russia, Spagna, Svezia, Gran Bretagna e Stati Uniti, con una media di 38 giornalisti intervistati per ogni singolo Paese.

Dall’ultimo studio, giunto alla sesta edizione, è emerso per esempio che un quarto dei giornalisti intervistati compila più versioni di una stessa storia, mentre un quinto ha dichiarato che il citizen journalism (il giornalismo partecipativo che riconosce ai lettori un ruolo attivo) ha per la propria testata la stessa credibilità delle testimonianze tradizionali di redattori, reporter e giornalisti.

I media digitali stanno assumendo sempre più importanza anche nel fatturato delle pubblicazioni. La percentuale degli intervistati che conferma l’aumento della propria spesa per le applicazioni mobile nel corso degli ultimi due anni è pari al 40%, mentre l’utilizzo di applicazioni a pagamento premium per monetizzare i contenuti è aumentato di un terzo dal 2012.

Lo studio indica il 2013 come l’anno della svolta nel mondo dei media: video, notizie in tempo reale, contenuti mobile e citizen journalism sono gli aspetti che caratterizzano la nuova fruizione delle news. Anche grazie alla grafica interattiva i lettori possono fare un proprio percorso attraverso le notizie. Questo processo comporta da una parte gli aggiornamenti in tempo reale degli eventi con testo e video ottimizzati per i piccoli schermi dei dispositivi. Dall’altra gli approfondimenti più ampi delle notizie.

Lo studio rileva come i giornalisti utilizzino i social media per raccogliere notizie, ma comunque considerano più autorevoli e rilevanti le fonti attendibili e le relazioni pre-esistenti: il 51% dei giornalisti dichiara infatti che la propria fonte di notizie in materia di microblog è tale solo quando è già considerata attendibile da altri. Se la fonte è sconosciuta, l’utilizzo da parte dei giornalisti è di circa il 25%, praticamente la metà. Il 59% degli intervistati dichiara che gran parte delle notizie che trattano derivano da “conversazioni con esperti del settore”.

Gli accademici sono considerati attendibili dal 70% dei giornalisti, gli esperti specializzati delle aziende per il 63% e gli analisti per il 49%. Gli individui meno affidabili sono considerati gli uomini politici e in genere gli addetti alle pubbliche relazioni, i responsabili marketing e i community manager. Atteggiamento probabilmente ricambiato da parte di queste stesse categorie, piuttosto diffidenti nei confronti della stampa.

Un lavoro di concetto

Secondo lo studio, il 34% dei giornalisti sostiene che i media digitali hanno migliorato le loro qualità professionali anche se quasi un terzo (32%) ammette di avere difficoltà a tenere il passo con i cambiamenti tecnologici. Nonostante ciò il ruolo fondamentale rimane lo stesso: raccogliere informazioni da fonti degne di fede, costruire una storia veritiera e comprensibile e comunicarla in piena coscienza assumendosene la responsabilità anche grazie ai nuovi strumenti come video, grafica e contenuti interattivi mirati.

E in Italia? Anche nel nostro Paese sono sempre più numerose le persone che utilizzano internet per la lettura di giornali, news o riviste: dall’11% del 2005 si passa al 33,2% del 2013.

I rischi del mestiere

L’Italia non ha le tradizioni del giornalismo anglosassone, il rischio è evidente: con tutto quello che gira in internet come essere certi della veridicità delle informazioni? Come fidarsi delle notizie caricate su Facebook (anche su testate importanti) quando si sa che le notizie arrivano da Twitter o da blog vari? Le probabilità di prendere granchi, falsare le cose, divulgare dati errati o semplicemente mancare di rigorosi controlli sono alte.

E poi, che fine faranno il giornalismo di strada, il reportage di guerra, le interviste dirette? Ci sono giornalisti caduti per riportare una notizia antimafia o perché toccano con mano le guerre e le persone riportandone sensazioni tangibili e reali. Questo è stato il giornalismo di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin (l’intreccio tra  traffico d’armi e guerra ora forse verrà un po’ più in luce grazie all’abolizione del segreto  anche su questo scottante dossier), Anja Niedringhaus, Fabio Polenghi. A proposito di quest’ultimo il 28 aprile 214 un tumore si è portato via Elisabetta “Isa” Polenghi, Isapo per gli amici, sorella di Fabio e fotografa a sua volta.  Con lei scompare la protagonista di una battaglia civile cominciata il 19 maggio 2010, quando il fratello fotoreporter veniva ucciso da un proiettile durante la repressione delle proteste anti-governative delle “camicie rosse” thailandesi.

Una battaglia che ha avuto una scarsa eco in Italia, mentre a Bangkok Elisabetta Polenghi era molto conosciuta per via del suo impegno per il riconoscimento dei diritti di libera informazione che trascendeva il desiderio personale di giustizia. “Freedom of information guarantees human rights” è la formula che riassume l’ideale che ha guidato l’attività dell’Associazione Reporter for Passion (RFP), creata proprio da Isa nel 2010 e forse non a caso il sito dedicato è stato reso indisponibile subito dopo la morte di Isa.

Una parziale vittoria l’aveva ottenuta nel maggio dell’anno scorso, quando una sentenza aveva stabilito che il proiettile era partito dalla parte dell’esercito. Anche i media internazionali si sono appassionati al caso: ricordiamo un bellissimo documentario della Bbc dedicato alla ricostruzione della sua vicenda; e in Italia sono giunti la Menzione alla Memoria per il Premio per la Pace 2010 della Regione Lombardia e nello stesso anno lo Special Award Enzo Baldoni, altro caduto i missione, dedicato ai reporter italiani uccisi sui fronti di guerra. In Thailandia la notizia della morte di Isa ha già avuto ampio riscontro suscitando l’emozione dell’opinione pubblica, alle prese con la crisi della rimozione del premier Sinhawatra.

Nel 2013 sono stati 117 i giornalisti uccisi nell’esercizio della professione secondo l’Istituto Internazionale della Stampa e il 2014 non sta promettendo meglio.

Senza arrivare a tanto, l’informazione deve continuare a portare nelle case notizie che vengono verificate con occhi e orecchie dei reporter. Altrimenti, non esisterebbe più l’informazione obiettiva. Basterebbe aprire Facebook e sospendere ogni forma di opinione e di giudizio sulla realtà dei fatti.

Regole etiche anche per l’online

L’argomento è spinoso e ci chiama in causa senza sconti. Come spesso accade ci sono i diritti e i rovesci della medaglia. La giusta misura sta sempre nell’etica e nella responsabilità umane e professionali. L’online ha indubbiamente ampliato in modo immenso, inequivocabile e irreversibille i confini dell’informazione, sia per i lettori che per i giornalisti stessi, ma l’esperienza sul campo è impossibile da sostituire in toto con un social media, il cui ruolo di divulgatore a posteriori è invece incommensurabile. Ma stampata o online una notizia si forma attraverso la bontà delle fonti che non devono essere un cerchio autoreferenziale (il che vale anche per gli uffici stampa…non propriamente il massimo come filtro critico) e la correttezza anche formale con cui viene offerta ai lettori. Urla, sensazionalismo, titoli a effetto scollegati dal contenuto non devono avere diritto di cittadinanza sul web in quanto tale. Anzi, proprio per il tipo di fruizione istantanea devono essere ancor meno fuorvianti.

Siamo ancora in attesa dell’androide pensante e parlante (sperando che non si finisca per soccombere davanti a lui, Matrix docet), ma nell’attesa meglio restare con i piedi per terra e continuare a verificare di persona le notizie e a darle bene. È questo (ancora) il giornalismo, bellezza!

 

 

 

Condividi l'articolo su:

Inserisci un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *