mercoledì 20 settembre 2017
Smart in the City

Il ritorno di Emma

di Antonella Cicalò

10 Mar 2017

Fino al 19 marzo va in scena al Piccolo Teatro di Milano l'ultimo lavoro di Emma Dante: "Bestie di scena"

(foto: Masiar Pasquali)

Chi scrive non ha competenze particolari nel settore, semplicemente va a teatro e dunque ha visto solo una parte degli spettacoli di Emma Dante. Abbastanza per riconoscere in Bestie di scena alcune interpretazioni passate della compagnia, ma non tutte. Nel seguirla comunque da spettatrice saltuaria avevo percepito comunque un “prima” fatto da Carnezzeria, Cani di bancata, la Trilogia degli occhiali fino alla stupefacente Carmen alla Scala, e un“dopo” (Le sorelle Macaluso). Avevo notato come un affievolirsi della carne, un sovraccarico delle intenzioni.

Ma in questo spettacolo ho rivisto Emma e i suoi attori che scivolano ancora come sul sangue del macello palermitano da cui sono partiti. Non vale la pena soffermarsi sulla bravura del gruppo, sulla perfezione degli oggetti leggeri che entrano in scena causando reazioni a volte grevi e dolorose, ma mai compiaciute o avvilenti. C’è il dolore, è vero, ma è quello che nelle tradizioni isolane fortifica e santifica. C’è la voglia di primeggiare dei singoli che insistono sul personaggio, ma c’è il gruppo che li sa salvare e riaccogliere. C’è una tale ricchezza di gesti, dalla scimmia umana alla sorprendente rigidità di una donna manipolata in scena da un’altra donna dalla fisicità greve ma talmente gestita da apparire bella. Non c’è soprattutto niente di inutile o di sovrabbondante. C’è la consapevolezza semmai di un ruolo difficile, che rende gli attori persone più di altri alle prese con domande sempre più urgenti e risposte sempre insoddisfacenti.

Nel delegare al regista la propria vita e nel subirne le svolte c’è sicuramente dolore, non umiliazione. Nel conflitto tra persona e personaggio che circola costante in questo spettacolo c’è un’emozione che commuove. Il gruppo non si abbandona mai all’aggressione reciproca, al contatto fisico offensivo come sarebbe stato facile se l’intento fosse stato di spingere sul ruolo di degrado dell’attore in sé. Al contrario le mani dell’uno coprivano la nudità dall’altro facendosi carico del suo pudore, oltre che del proprio. Un’ulteriore testimonianza dell’affiatamento sovrumano dei sedici presenti sul palco. E alla fine, al lancio alla rinfusa, quello sì un po’ sprezzante nella convinzione che sarebbero stati raccolti, dei panni che rivestivano inizialmente gli attori ecco il “gran rifiuto”. Abbiamo conosciuto il dolore e la consapevolezza di essere attori, esseri umani resi nudi: questo siamo e tali vogliamo restare.

Emma Dante si è messa così in gioco come non mai, ha rintuzzato l’ambizione, ha creato e dato spazio, ha assimilato il rifiuto. Ha fatto uno spettacolo simbiotico e bellissimo tra sé, i suoi uomini, le sue donne, gli oggetti stessi. La gerarchia scenica e visiva è stupenda, i tempi giusti.

Magari ho visto una replica particolarmente felice e il pubblico ha reagito con grande partecipazione tributando agli attori un grande riconoscimento.

Ho come l’impressione che le critiche piccate che ho letto venissero da un mondo forse più vicino al teatro, un mondo spesso Narciso e autoreferenziale che introietta frustrazioni personali e mancanze più che non cogliere l’apertura e il sacrificio che ci deve stare se si intraprende questa carriera. Caduti nella trappola di un titolo (Bestie di scena) che li ha indirizzati provocatoriamente su una strada che hanno dimostrato di non sapere percorrere, hanno scambiato il sacrificio per umiliazione, la fatica per crudeltà mentale, ma allora l’errore è nel deficit di personalità di chi guarda senza vedere.

Per un fortunato caso qualche giorno prima ho visto al Crt un altro straordinario spettacolo sulla condizione dell’attore L’arte del teatro. Anche qui la provocazione del cane in scena non aveva nulla di gratuito, aveva il sapore della confidenza dolente, del conforto all’unico vero dolore incolmabile dell’attore: abbandonare il palco. Anche qui l’attore maledice i registi, i vizi della critica, la finzione che diventa falsità. Eppure io credo che all’attore tratteggiato da Rambert Bestie di scena sarebbe piaciuto moltissimo.

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