mercoledì 24 ottobre 2018
Smart in the City

Se pensassimo un veganesimo della tecnologia?

di Antonella Cicalò

3 Mar 2017

L'attenzione verso gli animali sta raggiungendo a volte punte di vero estremismo, ma se applicassimo alla tecnologia – ambito esclusivamente umano – la stessa maniacale attenzione?

Anche gli esseri umani sono animali, ma oltre a respirare, riprodursi, nutrirsi e provare emozioni a vari livelli, hanno anche alcune prerogative che agli animali sono precluse: costruiscono e producono cose al di fuori del soddisfacimento delle più elementari necessità.

Apice di ciò è la tecnologia sotto forma di oggetti ormai entrati nell’uso universalmente comune. Ma cosa sappiamo o vogliamo davvero sapere di questi prodotti? Analizziamo perfino la fatica dell’ape nel produrre il miele, riteniamo sfruttamento attaccare un cane alla slitta, un bue all’aratro, tosare una pecora. E poi postiamo il nostro proclama su internet, fotografiamo lo scempio per Instagram. Ma se guardassimo con coraggio (per documentare la sofferenza di animali e uomini ce ne vuole tanto) anche dentro ai nostri smartphone e ai nostri tablet?

Ci vedremmo quello che hanno visto un anno fa, anche se il tema è stato ripreso da poco, Amnesty International e Afrewatch che all’inizio del 2016 hanno pubblicato un rapporto che denuncia l’impiego di cobalto proveniente dallo sfruttamento del lavoro minorile più selvaggio: quello dei bambini costretti nelle miniere.

In This is what we die for: human rights abuses in the Democratic Republic of the Congo power the Global Trade in Cobalt, si prende in esame la catena delle forniture di cobalto, giungendo alla conclusione che alcune tra le più importanti aziende del mondo non possono – o non vogliono – garantire che i loro prodotti non utilizzino cobalto estratto da bambini-minatori. Tra queste società ci sono anche Apple, Sony, Samsung (quest’ultima avvierà ispezioni in loco di tutti i fornitori per certificare il rispetto dei diritti dei lavoratori, oltre che il rispetto per l’ambiente). Purtroppo, controllare la catena delle forniture è un compito assai difficile nonostante gli sforzi che una società può mettere in campo per evitare i cosiddetti conflit minerals, minerali provenienti da zone di guerra o da aree del pianeta dove le violenze sulla popolazione sono sistematiche. È noto il precedente dei diamanti.

A questo proposito, gli Stati Uniti, hanno promulgato una legge al passo con i tempi per costringere le imprese a dichiarare se i propri prodotti sono esenti da materie prime insanguinate, la maggior parte delle quali provenienti proprio dalla Repubblica Democratica del Congo, ma riguarda materie prime come il coltan, il tantalio, lo stagno, l’oro e il tungsteno, ma non il cobalto.

Uno dei più importanti consumatori di batterie, Tesla, esce indenne dalle accuse di Amnesty International grazie alla nuova fabbrica di batterie al litio in costruzione, che verrà rifornita di litio, grafite e cobalto provenienti esclusivamente dal Nord America.

Si denuncia che i commercianti acquistano il metallo in varie località del Congo dove è diffusa la pratica dei minatori bambini (dai tre, quattro anni perché sono piccoli e si infilano nei cunicoli in cui i corpi degli adulti non riescono a entrare) per poi rivenderlo alla Congo Dongfang Mining, una consociata della cinese Zhejiang Huayou Cobalt. Le due aziende lavorano il cobalto e lo rivendono ai produttori di componenti di batterie cinesi e sudcoreani. Successivamente, i componenti vengono acquistati dai produttori di batterie che riforniscono tutte le aziende dell’high tech e del settore automobilistico.

«Milioni di persone traggono vantaggio dalle nuove tecnologie ma chiedono raramente come queste siano prodotte. È ora che i grandi marchi assumano parte della responsabilità per l’estrazione dei minerali, una componente essenziale di questi prodotti estremamente redditizi», ha dichiarato Mark Dummett, specialista di responsabilità sociale delle imprese in materia di diritti umani per Amnesty International.

In palma di mano

Quando facciamo la fila davanti a cubi trasparenti, scale in vetro e cascate d’acqua luccicanti che spuntano anche nelle nostre piazze (pensiamo alla sede di piazza Liberty nel centro di Milano) in spasmodica attesa dell’ultimo modello di turno dovremmo pensare ad altre file: quelle dei bambini che trasportano sacchi ricolmi di roccia fino a dodici ore al giorno per uno o due dollari e di minatori al lavoro in strette gallerie senza la minima protezione, come per esempio guanti, vestiti da lavoro o maschere che possano proteggerli da malattie dei polmoni o della pelle.

Amnesty International ha contattato 16 multinazionali indicate come clienti dei produttori di batterie inclusi nella lista delle aziende rifornite da Huayou Cobalt. Un’azienda ha ammesso il legame, mentre quattro erano incapaci di affermare con certezza se stavano acquistando cobalto dalla Repubblica Democratica del Congo o dalla Huayou Cobalt. Sei hanno dichiarato che stavano approfondendo la questione. Cinque hanno negato di ottenere cobalto tramite la Huayou Cobalt, nonostante siano indicate tra i clienti nei documenti dei produttori di batterie. Due multinazionali hanno negato di rifornirsi in cobalto proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo. Ma nessuna impresa ha fornito dettagli che permettono di verificare in modo indipendente da dove proviene il cobalto utilizzato nei loro prodotti.

La Repubblica Democratica del Congo produce almeno il 50% del cobalto nel mondo. Uno dei più importanti estrattori del minerale è proprio CDM, azienda controllata da Huayou Cobalt, che estrae più del 40% del proprio cobalto nel Paese africano.

Come abbiamo visto attualmente il mercato mondiale del cobalto non è regolamentato. Il cobalto non rientra nella categoria dei “minerali dei conflitti” come l’oro, il coltan (combinazione tra colombite e tantalite, la percentuale di quest’ultima determina il prezzo perché è quella che serve nei nostri componenti tecnologici in video camere, telefonini e in tutti gli apparecchi come la Playstation in quanto serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione che rendono possibile un notevole risparmio energetico). E ancora, lo stagno e il tungsteno di provenienza dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo.

Amnesty International e Afrewatch chiedono alle multinazionali di applicare il principio della dovuta diligenza in materia di diritti umani, di indagare per determinare se il cobalto viene estratto in condizioni pericolose o facendo ricorso al lavoro minorile e di rafforzare la trasparenza i merito ai fornitori. Invitano inoltre la Cina a esigere dalle compagnie minerarie cinesi che operano all’estero di attenersi agli stessi principi, altrimenti le aziende potranno continuare a trarre profitto dalle violazioni dei diritti umani, in particolare attraverso il lavoro di bambini, senza che queste pratiche vengano messe in evidenza. Per questo in Svizzera oltre 70 organizzazioni hanno lanciato un’iniziativa per multinazionali responsabili che chiede la creazione di regole vincolanti per far sì che le aziende rispettino i diritti umani e l’ambiente anche nelle proprie attività all’estero. Senza obbligo legale le imprese continueranno a chiudere gli occhi e gli abusi continueranno.

Il dovere di sapere

Non si tratta di abolire tecnologie entrate irreversibilmente nella nostra vita, non più di quanto si potesse tornare a illuminare con il fuoco invece che con l’elettricità. Ma la lampadina, o il telefono, furono governati meglio. Non è che i bulbi incandescenti fossero proposti in milioni di varianti subito obsolete. Lo stesso vale per i telefoni. Gli oggetti di oggi sono infinitamente più complessi: al loro valore d’uso va aggiunto un surplus emotivo senza precedenti. Sono la nostra memoria, lo specchio di uno status sociale, la nuova rete amicale, il divertimento, la necessità e molto altro. Già solo per questo andrebbero gestiti con senso critico. Figuriamoci per le modalità costruttive delle quali ignoriamo tutto (eppure qualunque ricerca su google tramite smartphone può dirci tutto).

Si affermano sempre di più stili di vita che rivendicano il controllo sulla filiera che coinvolge gli animali, si tollerano socialmente gruppi sempre meno minoritari che senza tanti complimenti boicottano produzioni e danno dell’assassino a chi addenta un hamburger (in realtà un animale onnivoro proprio come la sua specie “animale” comporta). Ma senza arrivare agli eccessi di Vijav Rupani, governatore dello Stato indiano del Gujarat, che ha promulgato la condanna a morte per chi macella una mucca, è indubitabile la necessità di farsi carico di un consumo responsabile che tenga conto anche della vita e della morte di ciò che mangiamo.

Un veganesimo tecnologico

Se ci interroga la sorte di ovini, bovini, suini, pollame e perfino insetti (ai selvatici va riconosciuta in generale una tutela pressochè assoluta: non si mangiano e non si spellano) non possiamo ignorare quanto ci sta quotidianamente in palma di mano.

Non si tratta di sospendere le produzioni, travolgerebbe anche le economie locali. Si tratta però di pretendere produzioni che tutelino gli adulti ed esentino totalmente i bambini. I costi devono essere sostenuti dalle compagnie e dai governi pena un boicottaggio ancora più costoso.

Ecco, se il boicottaggio della carne di balena può mandarne alla malora quantità tali da renderne conveniente la regolamentazione, anche il rifiuto di apparecchi che si macchiano delle colpe denunciate da Amnesty può estendere la rosa delle garanzie.

Però bisogna conoscere i dati. Scovare le storture con lo stesso accanimento con cui si documentano – ottenendo buoni risultati – le sofferenze animali e lo scempio del pianeta in genere. Una buona “caccia” che va aperta subito.

Condividi l'articolo su:

Inserisci un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *