mercoledì 12 dicembre 2018
Smart in the City

Povero Gini

di Antonella Cicalò

18 Ago 2014

Due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz hanno valutato che all'origine della grande crisi provocata dai mutui subprime c'è anche l'aumento della diseguaglianza, che ha contribuito a far implodere il sistema finanziario. L'indice di Gini serve a misurarla
giustizia

Allegoria del Buon Governo, particolare della Giustizia, Ambrogio Lorenzetti, Siena

«La povertà non è più senza fissa dimora». Lo ha recentemente sostenuto don Gussaga, fondatore degli empori della Caritas. «È meno apparente, ma è più profonda» diffusa e afona, coda velenosa della Terza Depressione mondiale, come l’ha chiamata il premio Nobel per l’economia Paul Krugman.

Come in America anche in Italia la middle class ha visto falcidiate speranze e condizioni di vita. In termini di reddito, il nostro è un Paese sempre più diseguale e conflittuale tra ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. Le distanze si allargano: lo certificano l’Ocse, la Banca d’Italia, la Cei e la semplice osservazione quotidiana.

«L’esperienza del 1992-93, quando l’economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza», ha scritto l’economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel libro Ricchi e poveri, edito dall’Università Bocconi di Milano.

Più basso è l’indice Gini* (dal nome dell’economista italiano che lo ha messo a punto) più eguale è la società. Il nostro arriva a 35. Per fare raffronti: Polonia 37, Stati Uniti 38, Portogallo 42, Turchia 43, Messico 47. La Francia ha un coefficiente 28 e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è 30, la Danimarca e la Svezia 23.

La diseguaglianza si calcola anche in un altro modo, dividendo la popolazione in decili: si prende il 10% più ricco e il 10% più povero e si calcola quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di 12 volte quello dei più poveri. Nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. In sintesi, secondo l’Ires «in Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri». In dieci anni le diseguaglianze si sono accresciute di oltre 5 punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, oggi è al 35 e non pare fermarsi qui.

La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi. Secondo l’ultimo dato della Banca d’Italia (indagine su “I bilanci delle famiglie italiane”), il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell’intera ricchezza netta delle famiglie. Un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l’alto e affonda i più poveri, basta guardare i commensali dei punti di ristoro offerti dalla Caritas che oggi si presentano anche in giacca e cravatta, frutti del binomio società malata/economia malata (a Milano sono aumentati di circa il 15%).

Due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz hanno valutato come all’origine della grande crisi provocata dai mutui subprime possa esserci proprio l’aumento delle diseguaglianza che ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.

E di certo tra i frutti di questa patologia socio-economica ci sono i working poor, i lavoratori poveri, non più solo tute blu, ma anche colletti bianchi. Colori di un fenomeno che l’Italia non conosceva ancora in queste dimensioni. Tra gli operai i “poveri” sono il 14,5% (fino a 29% nelle regioni meridionali), eppure un amministratore delegato è retribuito 435 volte di più dei suoi turnisti (40 volte era il massimo, alla Fiat di Valletta).

Dopo il medio di Cattelan, la controversa scultura collocata davanti alla sede della Borsa di Milano, ecco l’indice di Gini, rivolto al Paese intero.

* L’indice di concentrazione di Gini è un indicatore che offre una misura della concentrazione di variabili quantitative trasferibili. Esempio: il reddito è una variabile trasferibile da un elemento all’altro della popolazione mentre la statura non è trasferibile. L’indice di Gini fornisce un metodo per quantificare la concentrazione del reddito.

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