domenica 21 luglio 2019
Smart in the City

Salomè e l’ingenuità della crudeltà

di Alessia Stefanini

23 Gen 2018

"Salomè", in scena al Teatro Litta di Milano, fino al 28 gennaio

La vicenda di Salomè, da sempre ha ispirato l’arte, più o meno direttamente. Da Baudelaire, a Gustave Moreau, da Flaubert, a Gabriele D’Annunzio, a Klimt. E poi Strauss, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi. E non solo la figura di Salomè è una delle più affascinanti, ma anche il rapporto tra Salomè e la madre Erodiade apre scenari immensi e ricchi di interrogativi.

La femme fatale, la danzatrice del peccato, la ragazzina capricciosa che non si rassegna a non poter avere l’oggetto del suo desiderio, la vendicatrice, la bellezza che va a braccetto con la crudeltà… tutte interpretazioni di una figura femminile tra le più versatili e sfaccettate del Mito.

Oscar Wilde scrisse quello che è forse l’opera teatrale più famosa sulla Salomè e da quest’opera è tratto lo spettacolo della compagnia I Demoni con la regia di Alberto Oliva.

La trama: Erode vive con la ex moglie del fratello Erodiade e la figlia di lei Salomè. In una profonda cisterna, Erode ha fatto rinchiudere Iokanaan (il Giovanni Battista dei cristiani), spaventato dalle continua urla del profeta che condanna con maledizioni di ogni genere il comportamento dei monarchi di Giudea.

La vicenda si svolge in una serata in cui è in corso un banchetto con giudei, egizi e romani. Salomè, stufa del banchetto, vuole andare a vedere Iokanaan. Corrompe le guardie, riesce a incontrarlo e viene investita dalle maledizioni di questo contro la sua famiglia. Salomè si innamora perdutamente del profeta, desiderandolo con tutte le sue forze, nonostante Iokaanan continui a rifiutare le sue profferte. Quando Erode ed Erodiade la trovano, Iokanaan insulta malamente tutti quanti, soprattutto Erodiade, per il comportamento libertino e indecente. Erode intanto, attratto da Salomè come solo un anziano peccatore può essere attratto da una ragazzina, la implora di danzare per lui, in cambio di qualsiasi cosa ella voglia («Fosse anche la metà del mio regno»). Salomè danza per lui la danza dei sette veli, al termine della quale esige la riscossione del suo unico desiderio: «Voglio la testa di Iokanaan». Nessuna controfferta di Erode, terrorizzato all’idea di uccidere un uomo che «ha visto Dio», distoglie Salomè dal suo intento. Ottiene la testa del profeta e finalmente ne bacia la bocca, con soddisfazione di Erodiade che si sente vendicata. Erode, inorridito, fa uccidere Salomè dai suoi soldati.

Il regista Alberto Oliva sceglie di ibridare il lirismo poetico di Wilde con la cruda parola di Testori, nelle maledizioni del profeta Iokanaan, pura voce che esce da un pozzo posto al centro della scena e chiuso da una grata. Intorno, su una scalinata con un entrata centrale si muovono i quattro personaggi protagonisti: Salomè, Erode, Erodiade e il capo delle guardie che permette a Salomè di incontrare il profeta.

Lo spazio del Sacro e quello del Profano sono così ben distinti e solo la luna, astro d’argento e di purezza, può penetrare dall’uno all’altro. Ma di purezza non c’è ombra nei personaggi della Salomè. In nessuno di loro. Non in Salomè, che chiede vendetta in nome della lussuria negata, della dignità ferita, del corpo non violato e, se vogliamo (in questo spettacolo), di una immaturità estremizzata fino all’eccesso dell’infantilismo. Non in Erode, che offre tutto in un’unica puntata di poker, la cui posta è la lascivia di un vecchio potente verso una ragazzina bellissima e crudele. Non in Erodiade, che gongola della morte del profeta, conscia e turbata dalla profonda verità dei suoi insulti.

La scelta di una Salomè fisicamente quasi bambina – con i tratti più di una bambola che di una lasciva donna assetata di sangue – rimanda all’iconografia, purtroppo attualissima, del vecchio potente sbavante dietro le gonne di una ragazzina. E accentua la sensazione che anche nella purezza si cela il male, la squallida vendetta, la malizia del sesso in una nudità che forse, nella scelta di mostrarla dopo la danza, viene coperta troppo presto. Come troppo presto muore la voce della verità per mano del capriccio del potere.

Manifatture Teatrali Milanesi
Teatro Litta
fino al 28 gennaio 2018
Salomè
di Oscar Wilde/Giovanni Testori
regia di Alberto Oliva
con Mino Manni, Francesco Meola,  Giovanna Rossi, Valentina Violo
voce fuori campo Franco Branciaroli
scene Alessandro Chiti
costumi Lella Diaz
luci Luca Lombardi
sound design Gabriele Cosmi
assistente alla regia Valentina Sichetti
produzione Teatro degli Incamminati/I Demoni

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