domenica 16 Febbraio 2020
Smart in the City

La nuova architettura

di Antonella Cicalò

15 Dic 2016

Non esistono argomenti difficili, esiste l’incapacità di spiegarli in purezza (e l'architettura sostenibile è uno di questi)

Negli articoli precedenti abbiamo rispettato un criterio: porci davanti al percorso dell’architettura bioclimatica e della bioarchitettura dal punto di vista di un lettore interessato a conoscere meglio un argomento del quale oggi si parla molto, ma non sempre con cognizione di causa. Un lettore che non necessariamente apprezza il linguaggio specialistico nel quale ci si scambiano opinioni per addetti ai lavori e sostanzialmente impenetrabili ai non adepti, ma che invece vorrebbe saperne di più.

Insomma, probabilmente già sapete più di quanto credete e meno di quanto vi piacerebbe. Questo è lo stato ideale per la divulgazione. Divulgare significa letteralmente “parlare tra il volgo” e parrebbe avere una connotazione negativa invece è la misura di ogni processo di apprendimento culturale.

Probabilmente molti di noi si sono appassionati a un tema apparentemente ostico solo perché un insegnante, uno scienziato, un critico, un regista hanno saputo rendercelo piacevole. Magari da lì abbiamo proseguito e siamo diventati a nostra volta un’autorità in materia: la divulgazione si ferma infatti là dove incomincia il percorso di approfondimento di ciascuno.

 

È una spinta per avviare la salita, insomma, come al Giro d’Italia
Grandi “spingitori” sono stati figure di scienziati come lo scomparso Giorgio Celli, o Konrad Lorenz, nello spiegarci l’essenza della vita fisica e psichica degli animali e il nostro legame con loro. Critici d’arte come Flavio Caroli, ne Il volto e l’anima della natura connette le nostre emozioni al paesaggio in una carrellata nel tempo. Registi come Marie Perenneu e Claude Nuridsanv con Microcosmos-Il popolo dell’erba e Jacques Perrin ne Il popolo migratore. Un gatto, un’anatra, una formica, un’oca selvatica. Esperienze che ciascuno di noi può fare e che il vero divulgatore trasforma in un archetipo capace di parlare a ciascuno, perorando la causa della Natura.

Anche per l’architettura sostenibile deve essere la stessa cosa. Il filosofo francese Jacques Derrida (1930-2004) citato da N. Emery afferma ne Adesso l’Architettura: «L’architettura non è semplicemente un campo circoscritto di edifici, case e uffici. Non è come dipingere o creare determinati oggetti che circolano, ma si tratta di edifici in cui tutti vivono. Dunque, in una certa misura tutti sono competenti in architettura. Ogni cittadino ha qualcosa da dire sull’architettura. Questo è un altro tipo di competenza. Ognuno ha il diritto di porre domande sull’architettura. Competenza in questo caso significa essere politicamente autorizzati a interrogare l’autorità architettonica e gli architetti stessi su quello che fanno, poiché essi costruiscono lo spazio in cui viviamo. Da questo punto di vista ogni cittadino è competente e perfino i senzatetto (che sono quasi non-cittadini) lo sono. (…) Il cittadino deve avere il diritto di porre domande all’architetto, buone domande, domande competenti, deve avere il diritto di condividere con l’architetto una certa competenza professionale. Questa è la ragione per cui l’architettura dovrebbe essere insegnata nelle scuole elementari».

In realtà l’umanità ha da sempre auto-costruito (anche con l’umile paglia che adesso è tornata di moda), delegando agli architetti palazzi, templi, edifici pubblici e – solo in caso di committenti altolocati – dimore private. E discutendo moltissimo, con terribili liti che la storia dell’arte consente di ben documentare.

 

Cos’è la sostenibilità? Buona domanda
Alle buone domande devono corrispondere buone risposte. Abbiamo cercato fin qui di darne qualcuna sull’architettura bioclimatica e sulla bioarchitettura. Ora precisiamo il concetto di sostenibilità non “per sentito dire”, ma secondo la definizione generalmente accettata.

Sostenibilità deriva etimologicamente da “tenere sopra” e dunque sostenere, reggere, supportare non solo fisicamente, ma anche in senso figurato: sostenere un progetto o un’opinione, per fare un esempio. E infatti la sostenibilità può essere un’idea, uno stile di vita, ma anche un modo di produrre, di rapportarsi con la natura, di costruire. Secondo l’Accademia della Crusca, la sostenibilità è la caratteristica “di un processo o di uno stato che può essere mantenuto a un certo livello indefinitamente”.

In generale comunque la definizione maggiormente condivisa di “sostenibilità” è quella del Rapporto Brundtland del 1987 e cioè: «Equilibrio fra il soddisfacimento delle esigenze presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di sopperire alle proprie», dove equilibrio va correttamente inteso come stato fisico di un sistema nel quale non intervengono cambiamenti se non per cause esterne. In senso figurato, potremmo definire così una situazione in cui nessun elemento prevale sugli altri.

Il dubbio che si andasse invece verso un dis-equilibrio risale già agli anni Sessanta, quando i primi movimenti ambientalisti si ritrovarono nel testo di Rachel Carson Silent Spring (1962). Dieci anni dopo il Club di Roma (pool internazionale che oggi definiremmo no-profit di economisti, scienziati, imprenditori e intellettuali) nel “Rapporto sui limiti dello sviluppo” prendeva atto che l’utilizzo umano delle risorse naturali stava tendendo al limite, compromettendo così il futuro.

 

Oggi dubbi e tendenze sono divenuti fatti certi
Nella percezione collettiva il termine “sostenibilità” è per lo più percepito come green style e riferito genericamente alla natura o, al massimo, all’ambiente. Per alcuni è una fede, per altri una moda. Qualcuno lo persegue fino all’ossessione, altri lo detestano e via dicendo. Non è così: la sostenibilità è prima di tutto una necessità (ananke la chiamavano i greci) più forte di tutto, più forte perfino di Tecnhé. Vedremo che oggi questo rapporto di forze può cambiare, dipende da noi se a vantaggio o svantaggio dell’ambiente.

Per i convinti che la sostenibilità sia soprattutto una questione per “verdi e ambientalisti” è bene ricordare che per ambiente si intende tutto ciò che circonda un oggetto o un soggetto e gli consente di sopravvivere. Detto ciò – e il concetto è già di per sé piuttosto ampio – tutto ciò che conosciamo e che ci pare ben lontano dalla natura come economia, finanza, industria, edilizia, tecnologia, comunicazioni, servizi, scienza, cultura, tempo libero – cioè tutto ciò che di fatto occupa la quasi totalità dei nostri pensieri – è riconducibile a un concetto base: l’esistenza della materia prima. Senza carta e senza metallo anche banconote e monete svaniscono insieme a ogni altra sorta di prodotto deperibile o meno. Anche ciò che in natura non esiste, come la plastica, si fa col petrolio (naturalissimo prodotto del sottosuolo). Tranne le pietre riportate dalla Luna e qualche occasionale roccia meteoritica – oggetto di particolare venerazione passata e presente – quello che c’è c’è o tutt’al più si rinnova a partire dalle possibilità del pianeta. Se una risorsa si esaurisce o cessa di riprodursi perché l’ambiente non glielo consente più (pensiamo a certe specie animali o vegetali) il danno è irreparabile.

Fino a che l’umanità era composta da pochi individui, e la domanda di energia era proporzionalmente bassa, bastava la pietra focaia (a suo modo uno strumento tecnologico), ma già nell’età del bronzo le fucine richiedevano accorgimenti assai più sofisticati e consumo di risorse naturali. La storia della crescita esponenziale della società umana non è in alcun modo l’oggetto di questo intervento. Lo è la constatazione che questo processo caratterizza la nostra epoca in modo diverso da quelle che lo hanno preceduto perché per la prima volta si registra la preoccupazione universale per lo stato della Terra e la consapevolezza della necessità di porvi rimedio.

Ma è inutile negare che, almeno nel breve-medio periodo, le energie rinnovabili non basteranno a soddisfare la domanda. Per arrivarci almeno in un futuro prossimo l’investimento in tecnologia e innovazione è indispensabile. Anche man mano che si affermeranno nuovi modelli economici e nuove prassi produttive e distributive (come la teoria della decrescita e l’economia dell’abbastanza teorizzate da alcuni economisti, o la filiera sostenibile e il chilometro zero) grandi sforzi dovranno essere fatti, soprattutto per affrontare le incertezze di un mutamento culturale profondo e superare contrapposizioni infondate e pregiudizi radicati da ogni parte.

Lo stato di necessità richiede i fatti concreti e gli sforzi psicologici che ogni cambiamento epocale richiede. Abbiamo visto negli articoli precedenti come l’architettura, sotto la spinta delle guerre mondiali, abbia rapidamente cambiato la concezione stessa dell’abitare con i radicali cambiamenti dei soggetti sociali e, metabolizzato il lutto, abbia imboccato con entusiasmo una strada nuova. Alla luce di ciò vedremo una sintesi delle tendenze contemporanee e “futuribili” in materia di architettura sostenibile.

 

Non troppo
«Non troppo» stava scritto sul tempio di Dioniso, dio della sfrenatezza e delle Baccanti. Nel regno della dis-misura ecco che gli Dei ponevano un limite.

Troppo di che? Il sapere passato, per quanto vasto, aveva lasciato spazio al sogno degli enciclopedisti (il gruppo di redattori della Encyclopédie edita da Diderot e d’Alembert nel XVIII secolo in Francia) di poter compilare un catalogo delle conoscenze umane. Una nuova tecnologia, per quanto rivoluzionaria, veniva avanti quando la precedente aveva esaurito le sue possibilità attraverso una cascata di competenze, dal sommo maestro all’ultimo garzone di bottega.

Oggi l’idea della conoscenza universale nemmeno ci sfiora e gli oggetti ci schizzano via quando conosciamo si e no il dieci per cento del loro valore d’uso.

Pensiamo a qualche cosa che sicuramente vi sta interessando in questo momento: un testo sul web. Lo leggete grazie a linguaggi informatici che solo pochi specialisti al mondo riescono davvero a parlare (e scrivere). E allora, se da un lato non subiamo più la natura (anche se ciò è solo parzialmente vero: le carestie sono scongiurate in Europa, ma imperversano in Africa), dall’altro abbiamo strumenti in grado di minacciare la biosfera. Il troppo, la dis-misura paventata dagli dei sono in agguato.

Quello che qui ci interessa considerare è che l’architettura e l’edilizia, che come vedremo è una delle attività predominanti del pianeta, dovranno essere orientate alla sostenibilità per necessità se non per scelta e piacere soggettivo e dovranno farlo a partire dalla responsabilità delle persone e dalla capacità che avranno di porre agli architetti le domande giuste.

La tecnologia e l’informatica saranno parti sempre più determinanti dell’architettura e in particolare della bioarchitettura e dell’edilizia sostenibile e ciò comporterà uno sforzo di divulgazione e di informazione che la pubblica opinione sembra aspettarsi ogni giorno di più. Semplicemente, conoscere per decidere con una consapevolezza nuova.

 

La capanna sull’albero, anzi no
Da quanto visto fin qui è evidente che è tempo di un’altra etica dell’abitare e di un’idea innovativa di architettura, che non significa costruire continuamente di nuovo, anzi.

Ciò non vuol dire “l’utopia della capanna sull’albero” (Chi non ne ha sognata una? E del resto oggi si sono moltiplicate le proposte in questo senso), né il ritorno a uno stile di vita che fa parte del passato. Tornare indietro nel tempo non è nelle disponibilità umane, almeno per ora, ma andare avanti facendone tesoro sì. Noi non possiamo essere naturalmente fotovoltaici come il serpente che scalda il suo sangue al sole per rimettersi in moto. Né eolici come l’acero, che affida alle eliche del suo seme sospinto dal vento la possibilità di riprodursi. L’unica energia rinnovabile di cui possiamo liberamente disporre è quella del nostro respiro. Noi abbiamo bisogno di un complesso di supporti che ci aiutino a dimorare sul pianeta, ma possiamo farlo al meglio osservando gli ecosistemi e “copiando” le facoltà che ci surclassano (tali sono per esempio le supercolle derivate dallo studio dei gechi).

Per dare conto dell’architettura “futuribile” accenneremo qui a Yona Friedman, teorico dell’architettura mobile (architettura di sopravvivenza), alle esperienze di autocostruzione, all’architettura “liquida”, alla cyberarchitettura e al progetto bio ispirato dell’Hybrid Design.

 

Il profeta Yona
Yona Friedman
nasce in Ungheria nel 1927: sfuggito ai nazisti si trasferisce ad Haifa per un decennio prima di stabilirsi definitivamente a Parigi. Nel 1956 a Dubrovnik, in occasione del X Congresso Internazionale di Architettura Moderna (ricordate i Ciam che si concluderanno con l’intervento di Louis Kahn nel ‘63?) presenta il suo Manifesto dell’architettura mobile, che mette definitivamente in discussione le velleità di pianificazione della progettazione architettonica e urbanistica. Durante quel congresso – grazie ai giovani del Team 10 (o Team X, proprio in omaggio al decimo congresso) un gruppo formato per l’occasione composto prevalentemente da architetti col fine di discutere ed elaborare idee e documenti congiunti sull’architettura e l’urbanistica che opererà fino al 1981 – si cominciò a parlare di “architettura mobile” nel senso di “mobilità dell’abitare”.

Nel 1958 fonda il Group d’Etudes de Architecture Mobile (Geam, che durerà fino al 1962). Nel 1963 partecipa al clima culturale dell’architettura utopica degli anni Sessanta nota come “età della megastruttura”. Negli anni Settanta lavora per le Nazioni Unite e l’Unesco, attraverso la diffusione di alcuni manuali di auto-costruzione nei Paesi africani, sudamericani e in India. In occasione della progettazione del Lycée Bergson ad Angers in Francia, completato nel 1981, ha pubblicato un procedimento in cui la distribuzione e la disposizione di tutti gli elementi architettonici erano pensate e decise dai futuri utenti. Per far sì che anche i non professionisti dell’architettura potessero comprendere e applicare il suo metodo, è ricorso anche ai fumetti . Oggi si parlerebbe di architettura “partecipata”.

Nel 1987 a Madras, in India, Friedman completa il Museum of Simple Technology in cui vengono applicati i principi dell’autocostruzione, a partire da semplici materiali locali come il bambù.

 

Chi fa da sé
È ultima tendenza che, come vedremo, è qualche cosa di più di una moda occidentale per operatori dilettanti che trafficano con balle di paglia anche se letteralmente, con il termine autocostruzione, nel campo dell’architettura si indicano le strategie per sostituire con soggetti non professionisti le imprese edili che in una struttura produttiva evoluta si occupano normalmente della realizzazione dell’edificio per conto dei suoi futuri utenti o committenti.

A partire da tempi remoti, gli abitanti di villaggi o degli agglomerati urbani marginali si mettono a lavorare per costruire autonomamente le case di cui hanno bisogno, prestando la mano d’opera gli uni agli altri, semplicemente perché non era concepibile fare altrimenti, anche in epoca storica.

Solo i palazzi, le tombe reali, le opere pubbliche, le dimore patrizie prima e le cattedrali poi richiedevano l’intervento di maestranze e progettisti specializzati. Tutti gli altri si costruivano la casa da sé con l’aiuto di parenti e amici . Oggi le motivazioni sono differenti e vanno da dotarsi di una abitazione a un prezzo molto contenuto che non ci si potrebbe permettere di acquisire sul mercato convenzionale; creare un ambiente abitativo adatto a particolari esigenze; seguire motivazioni etiche incentrate sull’autonomia o sul bisogno di uscire dal sistema commerciale riappropriandosi di tecniche tradizionali

L’autocostruzione è prassi comune dei Paesi in via di sviluppo soprattutto dove le tradizioni sono fortemente radicate e la persistenza di tecnologie autocostruttive viene percepita anche come difesa dei caratteri distintivi della cultura autoctona.

L’architetto Shigeru Ban (Tokyio 1957), dopo il terremoto di Kobe – e a maggior ragione ora – realizza abitazioni temporanee con tubi di carta riciclata, bambù e sottili gusci. Nel 2009 a L’Aquila (i giapponesi sono stati donatori di parola) ha presentato un avveniristico progetto per la sede del Conservatorio Alfredo Casella distrutta dal terremoto. Il progetto si è concretizzato nella sala da 230 posti completata e inaugurata nel 2011.

Alla Auburn University in Alabama (Usa) opera il Rural Studio con lo scopo di trasmettere la responsabilità sociale della professione di architetto in stretta correlazione con le esigenze di sicurezza, stato dell’arte e ispirazione locale in case ed edifici per le comunità rurali locali più povere. Fondato nel 1993 da Samuel Mockbee, scomparso nel 2001, e D. K. Ruth, realizza almeno cinque progetti all’anno per oltre 80 alloggi e strutture pubbliche di diverse tipologie. La gran parte dei progetti più conosciuti sono stati realizzati nella comunità di Mason’s Bend sulle rive del Black Warrior River.

I materiali impiegati sono fra i più diversi: copertoni che vengono utilizzati come casseforma riempiti di sabbia e saldati con cemento; scarti di linoleum rettangolari innervati che diventano muri portanti; cartoni da riciclo pressati e usati come pareti isolanti incredibilmente resistenti al fuoco, e via recuperando.

In Sud America è attiva la Ciudad Abierta, seconda sede extraurbana della Scuola di Architettura dell’Università Cattolica di Valparaiso in Cile, realizzata a partire dal 1971 tra le dune del Ritoque, in uno scenario selvaggio che si affaccia sul Pacifico. Fondata da un gruppo di architetti, poeti e altri artisti, docenti della Scuola di Architettura, la Ciudad Abierta è diventata un’avventura culturale tra le più importanti del continente sudamericano.

 

L’euro di Vitruvio
Sostenibile, risparmiosa e attenta al riciclo, rispettosa delle tradizioni e dei materiali locali (oggi si parla di architettura glocal): così si sta orientando l’architettura specie nei Paesi in via di sviluppo le cui sorti decideranno anche del nostro futuro.

Non intendiamo aprire una finestra sull’economia sostenibile, anche se una suggestione potrebbe fornircela proprio l’Euro. Su un lato della versione italiana della moneta da 1 Euro è effigiato l’Uomo Vitruviano, celeberrimo disegno a matita e inchiostro su carta (34×24 cm) di Leonardo da Vinci databile intorno al 1490 e conservato a Venezia. Diamo però un rapido sguardo all’attività degli architetti più sensibili a questi temi, che a quanto sopra si ispirano per operare per esempio in Mali, Burkina Faso, Cina, India.

Ci sono anche architetti italiani che operano nei Paesi in via di sviluppo, per esempio Caravatti di Monza e Vannucci di Roma.

Emilio Caravatti, accanto al lavoro in Europa, costruisce da tempo in Mali e in altre zone dell’Africa per una precisa scelta di praticare un’architettura etica. Per sostenere il lavoro in Mali, nell’agglomerato di diciassette villaggi di Yelekebougou nella Savana, ha fondato l’Onlus Africa Bougou. Fra le diverse architetture del comune rurale ha costruito la Maison de Santé nel villaggio di N’Golofalà, coinvolgendo nell’opera l’intera comunità. Un lungo lavoro che è anche un modo di fare architettura radicalmente differente dal modello cui siamo abituati. Per Caravatti l’aspetto politico, etico e sociale è il vero senso dell’architettura sostenibile.

Riccardo Vannucci ha fondato a Roma nel 2006, FARE-For an Architecture of Reality. Con il suo gruppo ha realizzato il CBF, Centre pour le Bien-être des Femmes in Burkina Faso. L’edificio è stato costruito in condizioni impossibili, tirando su i pilastri d’acciaio senza gru, con la sola forza delle braccia degli uomini del posto. Oggi il CBF è diventato un luogo di aggregazione dove si tengono riunioni, lezioni, feste, e persino matrimoni. È un luogo con una forte impronta politica, con muri colorati con scritte che attengono alla funzione del quel luogo e sui diritti delle donne e delle persone.

Nel suo lavoro è ovvio che l’architettura sia e debba essere sostenibile, tanto più nei Paesi in via di sviluppo, dove lo è per forza, dato che non è tanta scelta di materiali e il più delle volte mancano energia elettrica e acqua. L’architetto critica l’atteggiamento per cui ormai tutti si danno un’immagine verde e ecologica, fenomeno detto green washing (lavaggio verde, sottinteso, della coscienza), che sminuisce il concetto stesso di architettura sostenibile.

Diébédo Francis Kéré, architetto del Burkina Fasu con studio a Berlino, ha fondato in Germania l’associazione non profit Schulbausteine für Gando, per sostenere la costruzione di strutture che contribuiscano allo sviluppo del Paese dove è nato. Alla costruzione della scuola elementare del villaggio di Gando, hanno partecipato tutti. È da lì che comincia lo sviluppo, l’architettura è una disciplina sociale e la sostenibilità passa per la condivisione e il coinvolgimento delle persone nei progetti.

Sostenibilità climatica ed energetica, interazione con la cultura locale, è il modello che Kéré esporta a tutte le latitudini. In Cina, a Zhou Shan vicino a Hangzhou e a Ningbo, sta trasformando una ex zona portuale con diverse stratificazioni architettoniche in un luogo con spazi pubblici dedicati alla cultura, il che comporta scambi di culture e saperi. È sulla possibilità di utilizzare anche in Europa e in Occidente questi modelli di architettura davvero sostenibile che si gioca il futuro della bioarchitettura.

L’indiano Bijoy Jain Bio del Mumbai Studio ha presentato uno dei progetti più interessanti della Biennale d’Architettura di Kazuyo Seijma a Venezia. Costruisce recuperando materiali e tradizioni locali con l’impegno a coinvolgere la comunità nello sviluppo, ovvero a trasmettere conoscenza. Mumbai Studio realizza soprattutto case private in India, come Palmira House, poco lontano da Mumbai, in una piantagione di palme.

 

Cyber architettura e architettura no standard
Dal meno tecnologico al più tecnologico il passo non è affatto breve. In mezzo c’è un know-how fatto di spazio digitale dove il progetto di per sé è un atto virtuale costruito con la stessa precisione del mondo fisico, ma in un non luogo. Nella storia è sempre esistita un’architettura virtuale, destinata a non diventare mai realtà e restare sempre u-topia; parola greca che vuol dire “senza luogo” derivata dalla radice topos che significa luogo e dal prefisso negativo u che significa non, senza. Da questo punto di vista erano tali anche alcune esplorazioni grafiche di architetture del Rinascimento: le città “ideali”, dipinte su tavole invece che sugli schermi del computer.

Ora la tecnologia di software sempre più avanzati permette un nuovo modo di intendere l’architettura utopica, consentendo di simulare con grande aderenza alla realtà aspetti dello spazio progettato difficilmente esprimibili con la progettazione tradizionale: caratteristiche più concretamente tangibili, quali per esempio i rapporti geometrici dei volumi tra di essi e con il contesto, l’effetto prodotto dall’uso di determinati materiali, il gioco dei colori, e perfino aspetti più direttamente strutturali come il comportamento statico, il peso dei volumi, la risposta a carichi o azioni cui un edificio può essere soggetto (spinta del vento, sollecitazioni sismiche, ecc.) fino agli aspetti percettivi, semplici sensazioni che è possibile provare muovendosi all’interno dello spazio virtuale

Vi chiediamo uno sforzo di astrazione per assimilare termini come architettura no-standard o architettura liquida. Quest’ultima si caratterizza con superfici lisce, sinuose e possenti nervature d’acciaio che scandiscono spazi vuoti su cui l’occhio vaga e si sofferma in un moto continuo senza individuare un preciso canone. I materiali sembrano obbedire a una fisica diversa: da solido a liquido appunto. Mediante l’utilizzo delle nuove tecnologie multimediali, gli architetti sperimentano soluzioni che rendano dinamiche (da un punto di vista ottico ) e flessibili le costruzioni (da un punto di vista tecnico è la teoria progettuale ortogonale). Siccome gli esempi valgono più delle parole pensate al Museo Guggenheim di Bilbao e all’estetica straordinaria dell’edificio concepita dall’architetto Frank Gehry: il metodo di progettazione adottato dall’architetto ha il punto di partenza nei modelli in miniatura che vengono digitalizzati e frazionati da uno speciale software in centinaia di migliaia di pezzi di forma variabile. I dati relativi a ciascuno di essi vengono poi inviati a una macchina, che li fabbricherà separatamente.

Dalla ricerca di soluzioni sempre diverse nasce l’espressione “non standard” per definire una progettazione che si interroga sul rapporto tra la parte e il tutto, e tra l’originale e la copia. Da un punto di vista formale, si caratterizza per il superamento del reticolo ortogonale, base della più declinata tipologia architettonica della storia.

Va sottolineato che queste architetture sono molto lontane da un concetto di sostenibilità intesa come qualità dell’ambiente abitato, come rispetto dei principi della bioclimatica e della attenzione alla provenienza dei materiali, ma restano importanti per le tecnologie che utilizzano e per il territorio di ricerca espressiva che introducono, a beneficio di un nuovo rapporto molto più consapevole della persona con lo spazio costruito.

In sostanza parliamo di un’architettura di spazi partecipati, un po’ come accade nelle piazze virtuali dei social forum, emotivamente affine alle esperienze diametralmente opposte dell’autocostruzione (ma questo sarebbe un altro libro). L’elenco, come il solito parziale, segnala visionari e pragmatici.

 

I signori delle nuove forme

Marcos Novak
Nato a Caracas nel 1957 e trapiantato in America è considerato il fondatore della trans-architettura, o cyber space. È stato un pioniere nella ricerca sul rapporto tra architettura e nuove tecnologie. Pur se l’architettura è essenzialmente costruzione, oggi si può operare in un non luogo, un’utopia che è la proiezione del progetto potenziale. Nella progettazione delle sue forme guarda molto al mondo biologico, alla forma organica e ai suoi processi di generazione.

Marcos Novak sostiene che «l’architettura liquida respira, pulsa. È un’architettura la cui forma è contingente agli interessi di chi si trova all’interno».

Lars Spuybroek
È il fondatore dello Studio Nox, gruppo di progettisti olandesi con base a Rotterdam, considerati tra gli sperimentatori più arditi della fusione tra contaminazione-imitazione della natura e nuove tecnologie digitali in un percorso che si definisce ibridazione. Nei suoi progetti si incontrano due mondi spesso considerati, nella migliore delle ipotesi, paralleli: l’organismo biologico e in generale la natura, e la fauna elettronica e metallica delle moderne tecnologie digitali.

Greg Lynn
È un architetto americano nato nel 1964 che si occupa di architettura digitale. Nel 1999 è stato tra i primi a dotarsi di una macchina a controllo numerico per plasmare e produrre oggetti disegnati al computer. La sua ricerca parte dall’uso di software non specificatamente nati per l’architettura a metà degli anni Novanta.

L’architettura blob di Greg Lynn

Le forme di Lynn sono entità plastiche, mutevoli e “biomorfe”, tanto che l’architetto ha coniato il termine di architettura blob. L’Architettura blob, blob architettura, blobitettura, blobbismo, sono termini per rappresentare costruzioni che hanno una forma organica, amebica, rigonfiata. Il nome allude esplicitamente alla pellicola cult della fantascienza Blob-Fluido mortale del 1958! Nonostante il suo organicismo, l’architettura blob sarebbe impensabile senza uno strumento che manipola gli algoritmi del modello computerizzato; se però si guarda l’architettura blob come richiesta di forma piuttosto che di tecnologia, ci si può rifare anche ai disegni organici di Antoni Gaudì, il grande architetto catalano di cui abbiamo parlato nei capitoli iniziali.

Ammar Eloueini
Nato in Libano nel 1968, Eloueini sostiene che la cosa più interessante delle nuove tecnologie è l’impatto sulla produzione stessa dell’architettura, sul processo del design. «L’architetto ha, o aveva, l’abitudine di lavorare con la carta, le matite, i modellini ma oggi il suo ambiente di lavoro è cambiato, e gli strumenti espressivi diventano estremamente rilevanti. L’architetto non costruisce – contrariamente all’artista che dà vita a un’opera, un testo o un’installazione – l’architetto progetta sempre un lavoro che dovrà essere realizzato da altri, di qui l’importanza degli strumenti. Risalendo nel tempo, gli strumenti con cui gli architetti hanno lavorato in passato hanno influenzato enormemente la produzione dell’architettura. Oggi è possibile immaginare che le nuove tecnologie faranno altrettanto».

Bernard Cache e Patrick Beaucé
Hanno fondato il gruppo Objectile, che si occupa di architettura non-standard. Elabora progetti soprattutto di arredo con software parametrico, in modo da poter inviare, a partire da dettagli e vincoli preassegnati (parametrizzazione), i loro elaborati alle macchine di fabbrica che produrranno direttamente gli oggetti (file to factory). Il vantaggio di questa tecnica sta nell’aver eguagliato i costi tra la produzione standard e la produzione non standard parametrizzata.

Schlaich Bergermann & Partners
Studio d’ingegneria di Stoccarda. Il loro lavoro verte sull’ottimizzazione strutturale delle forme. I loro studi sui grid shell hanno definito delle regole per progettare gusci leggeri a maglia quadrata anziché triangolare: tramite la traslazione, la scalatura e la rotazione delle generatrici di un guscio essi ottengono figure sfaccettabili in quadrati, aventi la proprietà di avere tutti e quattro i vertici appartenerti allo stesso piano.

Lucien Kroll
Lucien Kroll, (1927) è un architetto belga impegnato sui temi della partecipazione, del recupero urbano e della sostenibilità ambientale, fautore di uno spazio in cui l’uomo possa riconoscersi, recuperando (senza nostalgie stilistiche) gli istinti, le tradizioni, i dialetti. L’architettura di Kroll si assimila allo spirito dei luoghi e allo stile di vita degli abitanti; non è mai gerarchica e organizzata rigidamente, ma si realizza in strutture irregolari e organiche. In tal modo è vicino allo spirito dell’autocostruzione pur operando con modalità diverse.

 

L’Hybrid Design
Passato, presente, futuro: siamo arrivati fino qui e manteniamo la promessa di chiudere le tendenze futuribili dell’architettura sostenibile con l’Hybrid Design.

Carla Langella, architetto, ricercatore presso la Seconda Università degli Studi di Napoli dove insegna Design della materia e Requisiti ambientali del prodotto industriale al corso di laurea in Disegno industriale, si occupa in particolare dell’evoluzione industriale e del design di ispirazione biomimetica, con un’attenzione specifica agli aspetti della sostenibilità ambientale. Nel suo saggio Hybrid design. Progettare tra tecnologia e natura (2007) troviamo la migliore sintesi formulata sull’argomento.

L’Hybrid Design si propone di trasferire i codici e i linguaggi biologici nel design di prodotti e servizi che, non solo imitino le caratteristiche della natura, ma siano in grado di riproporne l’intima intelligenza. Trasferendo dalla natura al design i codici e i linguaggi che sono alla base di principi biologici è possibile aprire nuove frontiere al design per la sostenibilità, attraverso prodotti che coniugano gli stadi più evoluti delle conoscenze e degli strumenti biologici e tecnologici.

In questo contesto che nasce l’Hybrid Design, un nuovo approccio progettuale che, attraverso una metodologia multidisciplinare, strategie progettuali ed esempi, si propone di trasferire al design di prodotti e servizi ispirati alla natura i codici, le strategie e i principi di questa, cercando di riproporne anche l’intima intelligenza. Ma quanto a costruire con la natura non possiamo mancare di citare un esempio particolare come quello che segue.

 

Un caso a sé: l’architettura vivente
L’architettura verde esiste davvero ed è fatta di alberi di salice, guidati nella crescita da un poeta delle forme. Si tratta di Marcel Kalberer, fondatore del gruppo costruttivo-artistico Strutture morbide, sostiene che lo sviluppo ecologico senza un corrispondente sviluppo sociale sia insensato e inutile, così come una migliore tecnologia ecologica se non si accompagna a un miglioramento della condizione umana.

(Edifici verdi, Kalberer)

Kalberer è un architetto che realizza edifici che rappresentano la vera unione fra architettura e mondo vegetale. Edifici vivi, che crescono, si modificano con le stagioni, mai uguali a se stessi, incredibilmente originali e irripetibili. I suoi edifici verdi, costruiti con piante vive di salice possono essere considerati come la forma più radicale dell’architettura organica: consentono una conciliazione tra natura e architettura sostenibile in quanto il corpo di fabbrica, piantato nel suolo come un qualunque filare di alberi, consente un utilizzo degli spazi interni paragonabile a quello offerto dalla normale architettura che sconfina nella land art. Non sono spazi abitabili nel senso comune del termine, ma spazi godibili nel senso più ampio. A pieno titolo quindi, anche se ancora poco citata e riprodotta soprattutto in Italia, l’architettura verde di Kalberer entra nelle possibili soluzioni architettoniche da sostenere e promuovere nel processo di crescita della sostenibilità.

Del resto la manifestazione internazionale Made Expo 2011 ha dedicato convegni alla vegecture, l’architettura che usa le piante come elemento attivo di costruzione.

L’architetto del futuro dovrà avere dunque una personalità capace di pensare lo spazio e di costruirlo nel mondo reale così come nel mondo virtuale. Non siamo ancora completamente a nostro agio in questa dimensione virtuale, stiamo ancora cercando il punto ottimale di equilibrio. In un certo senso occorre che essa venga “architettata”: bisogna che architetti, artisti, filosofi e sociologi lavorino a questo nuovo spazio per circoscriverlo e poterlo sfruttare con lo sviluppo delle nuove tecnologie in una sorta di wetware (il termine è utilizzato per descrivere l’interazione tra il cervello umano e il software, ma anche l’antitesi tra l’umano e il software-hardware). Equilibrio, appunto.

 

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