lunedì 17 Febbraio 2020
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Rafael Nadal ovvero il “monaco tennista” spagnolo
Giu14

Rafael Nadal ovvero il “monaco tennista” spagnolo

di Gianni Vacchelli

14 Giu 2014

… così, quando accade qualcosa di straordinario, rischiamo di perdercelo, fagocitato dallo sguardo in superficie, superveloce. E sensazionale, qualcosa di quasi oltreumano, almeno tennisticamente parlando, è  stata l’impresa parigina di Rafael Nadal, che, domenica 8 giugno 2014, ha conquistato il suo nono Roland Garros  su dieci partecipazioni. Per stare al tennis moderno, le tre vittorie di Ivan Lendl o le sei di Biorn Borg, vera leggenda su questi campi purpurei, impallidiscono. Non vogliamo tanto entrare nell’aspetto tecnico della finale, intensa ma non bellissima: forse la posta in gioco era troppa (un record probabilmente ineguagliabile per Nadal, la prima vittoria negli Open di Francia per Novak Djokovic), e così eccessivo il caldo umido parigino; e poi la durezza spaventosa degli scambi da fondocampo, un duello da pesi massimi, la cui violenza è tutta attutita dalla tv. Il tennis è uno sport straordinario e traumatico (per corpo, mente, pallina, persino per gli spettatori), tanto più oggi. Eppure chi almeno un poco conosce e segue il feroce agone tennistico resta quasi basito di fronte all’enormità dell’impresa del grande campione maiorchino. Da sola, la pressione psicologica di chi ha già vinto lì per otto volte avrebbe schiantato non solo un bravo giocatore, ma anche vari campioni di razza. Basterebbe appunto solo il “peso della mente”. Si aggiunga poi il logorio di una attività ad altissimi livelli che martoria il corpo e la psiche (Nadal ha 28 anni), la forma che non appariva smagliante nelle ultime settimane, gli “exit poll” che pressoché unanimi davano “l’imperatore spagnolo” già spodestato. Ma niente analisi tecniche, niente record (strabilianti, per altro). Ci preme piuttosto una breve fenomenologia del vincitore. Sullo spaventoso dritto, un runciglio mancino, che strazia la palla, la arrota, la alza e la fa esplodere sugli incroci delle righe (lungolinea e non) non si finirà di dire. Si tratta, probabilmente, del più terribile diritto della storia del tennis, insieme a quello di Lendl (forse anche  di Pete Sampras). Ma “il dritto” quasi invincibile di Rafael sembra la mente, si direbbe inespugnabile. Nadal non è solo potenza, muscoli, allenamento, costruzione a tavolino, regolarità. Al solito queste letture sono riduttive (Federer-tutto talento vs Nadal-tutto muscoli). No, il talento ha molte facce. I muscoli non bastano nel tennis: o almeno ai bicipiti bisogna aggiungere cuore e cervello. E il maiorchino trabocca di entrambi. Solidissimo psicologicamente, mai domo, capace di reagire a ogni momento, come alle avversità di lungo periodo (si pensi all’assenza forzata di mesi per infortuni gravi), tatticamente sorvegliatissimo, ma di coraggio leonino. Ma ancora non tocchiamo, se possibile, l’essenza nadaliana. Forse il segreto, pur imprendibile, sta altrove. L’autobiografia del campione qualcosa indica. È il vuoto psicologico, la...

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